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Firenze, Teatro Del Maggio – Tosca

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A Firenze, e non solo, in molti si ricordano ancora della Tosca che andò in scena al vecchio Teatro Comunale nel giugno del 1986: dirigeva Zubin Mehta, protagonisti erano Eva Marton, Giuseppe Giacomini e Silvano Carroli, la regia era affidata a Jonathan Miller con le scene di Stefanos Lazaridis. La particolarità di quello spettacolo risiedeva nel cambio di ambientazione piuttosto radicale per l’epoca: non più la Roma papalina del 1800 ma quella dell’Occupazione tedesca del 1943. In molti rimasero a bocca aperta, ma il gioco funzionò e lo spettacolo lasciò un segno importante nella storia dell’interpretazione scenica di un titolo così noto, segno che i rapporti sociali e di potere della Città Eterna sono rimasti pressoché immutati nel tempo.

Nessuno quindi si è sconvolto troppo quando, nell’ambito dell’86° Festival del Maggio Musicale Fiorentino, Massimo Popolizio ha annunciato in conferenza stampa che la sua nuova Tosca è ambientata a cavallo del 1930; anzi l’operazione si presenta quasi come un déja-vu, ma Tosca è un titolo talmente noto, affrontato in talmente tanti modi, che anche una premessa non così originale può comunque dare vita a uno spettacolo quanto meno interessante, come è in questo caso.
A connotare fortemente l’atmosfera di questo allestimento concorrono ovviamente le scene firmate da Margherita Palli che già curò quelle della produzione scaligera firmata da Luca Ronconi nel 2000; se lì era tutto uno sghimbescio barocco che sembrava moltiplicare all’infinito i punti di vista, facendo perdere continuamente lo sguardo in una anamorfosi continua, qui è tutto chiaro già quando il pubblico entra in sala e si trova davanti il sipario che riproduce una parete di marmo con la scritta ROMA in caratteri cubitali e difficilmente equivocabili. Con questi riferimenti all’architettura razionalista, tutto si configura squadrato e severo, compresa la religiosità del primo atto, vissuta più come quotidianità abituale che come sentimento profondo. Lo studio di Scarpia ricorda le sale finte di Palazzo Venezia, con posticci affreschi raffaelleschi, mentre la prigione sembra quasi un edificio delle borgate, nonostante l’angelo di Verschaffelt faccia capolino tra le lastre marmoree, segno che gli ambienti sono suggeriti più che realmente riprodotti. La scena però si configura come una gabbia pervasa di violenza in cui l’unica via di uscita sembra essere la morte che si schiude nel destino di tutti i protagonisti.
Popolizio afferma di essersi ispirato, nel creare questo allestimento, al film di Bernardo Bertolucci Il conformista, e in effetti riesce a portare in scena almeno in parte quelle atmosfere. Questo non cambia molto i rapporti che si instaurano tra i vari personaggi; del resto ciò che accade in scena rimane spesso immutato rispetto ad altre produzioni già viste del titolo, comprese certe staticità nei momenti solistici. La cosa più interessante è forse il ritratto della protagonista che si discosta leggermente dai soliti canoni: Floria è qui una diva consapevole, che sembra prendere tutto sempre più come una recita man mano che la vicenda va avanti, esagerando i gesti in crescendo, soprattutto dopo l’uccisione di Scarpia. Colpisce come la sua attrazione per Mario e i suoi sdilinquimenti provocanti, che non si frenano neanche in chiesa, non provochino nell’amante grandi coinvolgimenti: l’amore in questa Tosca è raggelato, visto da distanza, così che possa lasciare il passo alla violenza e alla successiva rassegnazione.

Sul fronte musicale il maggiore interesse risiede nel ritorno di Daniele Gatti a questo titolo. Sulla maestria tecnica del direttore ormai si è detto tutto. L’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino con lui suona in modo compatto ed estremamente preciso, e Gatti riesce a ottenere un tappeto di suono dalle infinite trasparenze, in cui si sentono nettamente come mai prima i singoli interventi strumentali, compresi quelli che solitamente passano inosservati. Non manca nemmeno una visione di insieme e ogni singolo passaggio amplifica i sentimenti dei personaggi in scena o configura ancora meglio l’atmosfera del palco, come ad esempio la tensione sessuale del primo duetto tra Mario e Tosca che sembra esplodere più nel corposo suono degli archi dell’orchestra che sulla scena. Non tutto è comunque completamente convincente: se il primo atto mostra una arcata narrativa pressoché perfetta, negli atti successivi, a fronte di momenti estremamente azzeccati e tesi, si avverte qualche compiacimento di troppo a smorzare la tensione Tuttavia, non si può rimanere indifferenti davanti a una direzione così sapientemente costruita, e che, pur avendo tutti i giusti riferimenti alla cultura mitteleuropea, si configura come molto italiana sia nel suono che nel respiro con i cantanti, le cui voci cercano sempre di inserirsi il più possibile alla perfezione nel flusso musicale (anche se non sempre ci riescono).

Il cast si rivela funzionale senza particolari punte di eccellenza. Vanessa Goikoetxea è una protagonista civettuola ma di atteggiamenti sofisticati. La voce non è particolarmente corposa e nel primo atto fatica a imporsi sull’orchestra soprattutto quando deve insistere su note più gravi. A fronte di un inizio un po’ di rimessa e di qualche acuto leggermente tirato, assistiamo comunque a una crescita vocale durante la recita: ciò che colpisce di più è il fraseggio estremamente curato, che le permette di dare al canto i giusti accenti di seduzione, ma anche di essere interprete accorata in una pagina come “Vissi d’arte” che le fa meritare l’unico applauso a scena aperta della serata.
Piero Pretti si fa annunciare leggermente indisposto a inizio della recita ma porta a casa un Mario Cavaradossi quanto meno convincente dal punto di vista del personaggio. Brilla infatti più nell’espressività che nella mera vocalità: pur disegnando un Mario quasi belcantista, si avvertono alcuni slittamenti di intonazione verso l’acuto. Si spera che, una volta passata l’indisposizione, possa tratteggiare un Cavaradossi maggiormente a fuoco.
Alexey Markov è uno Scarpia dalla voce ampia, ma non particolarmente seducente, a causa di acuti che risultano un po’ intubati. Tuttavia, il personaggio emerge con estrema precisione, costruito soprattutto grazie a un’ottima cura del fraseggio e con accenti sapientemente dosati, che gli permettono di essere mellifluo e signorile, mai truculento. Gabriele Sagona è un Cesare Angelotti che si distingue per il bel timbro e una linea salda e omogenea. Matteo Torcaso spicca per una voce duttile e per l’espressività controllata, così da disegnare un Sagrestano mai macchiettista ma estremamente vivido. Stessa cosa riesce a ottenere Oronzo D’Urso, convincente come Spoletta. Ben tratteggiati risultano poi lo Sciarrone di Dario Giorgelé e il Carceriere di Cesare Filiberto Tenuta. Precisi e ben preparati risultano infine il Coro e il Coro delle Voci bianche che si ritagliano i loro bei momenti nel primo atto.
Il teatro risulta praticamente esaurito per la prima recita che viene suggellata da un grande successo, con accoglienze entusiastiche per i tre protagonisti e il direttore.

86° Festival del Maggio Musicale Fiorentino
TOSCA
Melodramma in tre atti
Libretto di Luigi Illica e Giuseppe Giacosa
Musica di Giacomo Puccini

Floria Tosca Vanessa Goikoetxea
Mario Cavaradossi Piero Pretti
Baron Scarpia Alexey Markov
Cesare Angelotti Gabriele Sagona
Il sagrestano Matteo Torcaso
Spoletta Oronzo D’Urso
Sciarrone Dario Giorgelè
Un carceriere Cesare Filiberto Tenuta
Un pastore Marta Sacco

Orchestra, Coro e Coro di voci bianche
del Maggio Musicale Fiorentino
Direttore Daniele Gatti
Maestro del coro Lorenzo Fratini
Maestro del Coro di voci bianche Sara Matteucci
Regia Massimo Popolizio
Scene Margherita Palli
Costumi Silvia Aymonimo
Luci Pasquale Mari

Nuovo allestimento del Teatro del Maggio Musicale Fiorentino
Firenze, 24 maggio 2024

 

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