Firenze, Teatro del Maggio – Don Pasquale

Inutile girarci intorno: quando all’apertura del sipario lo spettatore si trova davanti una facciata di età georgiana che si apre come una casa di bambole qualunque rivelandone l’interno, è difficile non trattenere un moto di sorpresa e stupore. Questa mirabolante trovata scenografica firmata Isabella Bywater è la cifra distintiva dell’allestimento di Don Pasquale che Jonathan Miller creò per il Comunale di Firenze nel 2001; ripreso dieci anni dopo nello stesso teatro, è stato visto anche alla Royal Opera House di Londra nel 2004, alla Scala nel 2012 e a Bilbao nel 2018, segno del successo che questa produzione continua a godere anche a più di venti anni dalla sua prima apparizione. Tuttavia, se si valuta l’allestimento nel suo complesso, al netto della splendida scenografia fatta di tre piani praticabili, qualche limite rimane e c’è sempre stato, stando anche alle impressioni suscitate nelle varie riprese. Le scene principali avvengono quasi unicamente nello studio al primo piano e nell’ingresso, o al massimo sulle scale, limitando visivamente l’azione a una parte della scatola visiva, mentre le altre stanze rimangono vuote o sono preda delle controscene dei figuranti. Stefania Grazioli riprende la regia con estrema cura, ma l’idea che passa è quella di uno spettacolo ormai datato, con alcuni eccessi caricaturali e qualche fissità di troppo in alcuni numeri, circostanza forzata dalla scenografia stessa che talvolta non aiuta i movimenti o tende a limitarli, anche per venire incontro alle esigenze musicali degli  interpreti. I personaggi sembrano quindi più delle figurine costrette ad appiattire i propri confronti molto spesso su una bidimensionalità visiva che alla lunga può anche stancare. Pur con questi limiti, lo spettacolo scorre con piacevolezza nel solco della tradizione, ed è sicuramente ottimo per chi si approccia a questo titolo o all’opera in generale per la prima volta.

La forte attrattiva di questa edizione viene sicuramente dal versante musicale. Daniele Gatti affronta per la prima volta questo titolo donizettiano e la sua direzione non può lasciare indifferenti. Già dalla sinfonia si nota la cura al dettaglio a cui il direttore ci ha ormai abituati; ecco quindi un fraseggio teso ad assaporare la musica (quei rubati!) e a restituirla in tutta la sua sapidità, ma anche perfettamente incasellabile in una architettura del suono che ha parenti nelle interpretazioni che Riccardo Muti ha dato di questa opera (diretta anche nei suoi anni fiorentini). Gatti dimostra di saper mantenere un perfetto ritmo musicale e teatrale, tenendo l’attenzione alta, e accompagnando le voci con tempi sempre ben calibrati, anche quando si trovano in posizioni non ottimali per l’acustica. Nella sua direzione si sentono le ascendenze rossiniane, così come i prodromi di Verdi, ma allo stesso tempo c’è un sapore mozartiano, in una levità apparente venata di malinconia sotto cui si nasconde il gioco pericoloso delle passioni umane.
Per raggiungere tali risultati servono i giusti strumenti. Le compagini del Maggio Musicale Fiorentino sono le prime da lodare. L’Orchestra segue Gatti alla perfezione, precisa e compatta, dispiegando un suono terso ma duttile, mentre il Coro preparato da Lorenzo Fratini risulta talmente a fuoco da riuscire a far risaltare come non mai i suoi interventi dell’atto secondo.

Il cast è sicuramente di alto livello. Sara Blanch conferma le ottime impressioni delle sue precedenti apparizioni fiorentine. La sua Norina si inserisce nel solco della tradizione, ma è musicalmente una vera goduria da ascoltare, grazie a una voce ben sfogata in acuto e a un fraseggio costruito alla perfezione. Colpisce poi la perfetta sintonia con Gatti, come dimostra l’esecuzione in unico respiro della cavatina “Qual guardo il cavaliere… So anch’io la virtù magica”, in cui il soprano sa comunque trovare accenti personali che non la rendono semplice macchina di note, ma rivelano una perfetta comunione di intenti con il direttore.
Marco Filippo Romano si immedesima alla perfezione nel ruolo del titolo: dimostra tutte le sue doti da perfetto buffo, sfoderando una voce ben emessa e precisissima anche nei passaggi più concitati, sillabati inclusi, ma anche un fraseggio assai curato. Il baritono, poi, sa cogliere tutte le sfumature del personaggio, compreso il risvolto malinconico, lasciando una interpretazione sicuramente da ricordare.
Non è da meno l’istrionico e quasi figaresco Dottor Malatesta di Markus Werba, il quale si destreggia assai bene sia dal punto di vista scenico che vocale, dimostrandosi perfettamente a suo agio nella scrittura donizettiana. Yijie Shi è un Ernesto estremamente lirico. Ha dalla sua una voce chiara ma ben timbrata e una linea omogenea, fattori che, uniti a un fraseggio ben curato, lo rendono vocalmente perfetto per questo tipo di ruolo. Chiude il cast Oronzo D’Urso che ben tratteggia le poche frasi del notaro.
Alla prima, teatro quasi pieno e pubblico entusiasta pronto ad applaudire dopo molti numeri, non solo quelli più famosi. Alla fine, si registra un caloroso successo, che sfocia in entusiasmo per i quattro protagonisti e per Gatti. [Rating:4.5/5]

Teatro del Maggio – Stagione 2023/24
DON PASQUALE
Dramma buffo in tre atti
Libretto di Giovanni Ruffini e Gaetano Donizetti
Musica di Gaetano Donizetti

Don Pasquale Marco Filippo Romano
Dottor Malatesta Markus Werba
Ernesto Yijie Shi
Norina Sara Blanch
Un notaro Oronzo D’Urso

Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino
Direttore Daniele Gatti
Maestro del coro Lorenzo Fratini
Regia Jonathan Miller
Ripresa da Stefania Grazioli
Scene e costumi Isabella Bywater
Luci Jvan Morandi
realizzate da Emanuele Agliati

Allestimento del Teatro del Maggio Musicale Fiorentino
Firenze, 15 marzo 2024