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Festival di Aix-en-Provence 2024 – Samson

«Jean-Philippe Rameau, il più grande musicista francese, mise quest’opera in musica nel 1732 circa. Eravamo sul punto di metterla in scena, quando la censura ne impedì la rappresentazione. Il compositore utilizzò in seguito quasi tutte le arie di Samson in altre opere liriche che l’invidia non ha saputo cancellare. Pubblichiamo allora questo libretto privo del suo maggior fascino». Così scrive Voltaire in un’annotazione alla pubblicazione del libretto di Samson nell’edizione delle sue opere complete: perché l’opera di tema biblico per cui Rameau aveva già scritto la musica fu più volte impedita dalla censura sotto accusa di empietà (ma anche, probabilmente, per certi versi dal forte afflato rivoluzionario). Rivoluzionaria era anche la struttura del progetto, un dramma serrato, con i recitativi ridotti al minimo, un importante ruolo affidato al coro e soprattutto un finale tragico (Sansone che distrugge il tempio) e subitaneo. Ma la partitura originale di Rameau non fu mai pubblicata, e la musica sembrerebbe perduta per sempre…

In realtà — ci dice Voltaire — Rameau quella musica l’ha riciclata. E poiché sappiamo anche, da alcune fonti coeve, in quali opere Rameau ha riutilizzato la musica scritta per Samson, si può essere tentati di giocare la carta della ricostruzione, usando il libretto di Voltaire come guida e recuperando i numeri musicali attribuibili con certezza, per poi cercare, nel corpus di Rameau, arie che per affetto e metrica possano almeno corrispondere a quelle mancanti, e comporre eventualmente ex-novo alcuni recitativi. È una strada che si percorre, per esempio, per ripristinare atti mancanti in certe opere di Vivaldi — l’opera barocca è, tendenzialmente, più permeabile a questo tipo di operazioni.

Era forse questa l’idea originale del Festival di Aix-en-Provence nell’affidare al direttore Raphaël Pichon e al regista Claus Guth la difficile prova di ricreare il Samson di Rameau. La strada della ricostruzione filologica, però, viene presto scartata: secondo Pichon, per mancanza di certezze scientifiche nella soluzione puzzle, secondo Guth, anche per uno scarso interesse drammaturgico del libretto a noi pervenuto di Voltaire (che, va detto, fu pubblicato in una versione ridotta ed edulcorata rispetto a quella originariamente musicata da Rameau). L’idea diventa quindi quella di creare un nuovo spettacolo “attorno” a Samson, usando una soluzione che negli ultimi anni (specie in area francese) è diventata particolarmente di moda: il pasticcio.

Si prendono una serie di numeri, scene, arie da tutta l’opera di Rameau, dimenticando il vincolo dato dal libretto di Voltaire e si cerca di costruire una storia coerente modificando qua e là, quando necessario, i testi. Come abbiamo detto, il repertorio barocco, in cui le arie sono, più che altro, riflessioni su certi affetti, è piuttosto flessibile a questo genere di intervento, e le scene giustapposte non sono troppo incoerenti (problema invece evidentissimo nel pastiche verdiano andato in scena recentemente a Bruxelles). Unico filo conduttore, a questo punto, sono le “rivoluzioni” che avrebbero dovuto apportare Rameau e Voltaire, e che il pasticcio cerca qui di rispettare.

Non rispetta invece la trama originale: Guth preferisce ricostruire l’intera vicenda di Sansone dall’Antico Testamento, dal libro dei Giudici. Si aggiungono personaggi e pezzi di trama: la nascita di Sansone, ricordata dalla madre — una voce recitante che accompagna l’intero spettacolo —, il matrimonio con la filistea Timna descritto dalla Bibbia (quando Voltaire si concentra invece sulla storia di Dalila): e già qui, però, avviene un primo tradimento dello “spirito” della tragedia di Voltaire che lo spettacolo voleva almeno salvaguardare. Tradimento che si consuma del tutto quando, a esclusione del coro iniziale da Castor et Pollux, che siamo certi essere stato parte del Samson originale, e del finale tratto dalla seconda entrée delle Indes galantes, la cui prossimità al suicidio di Sansone è di facile intuizione, i numeri che le fonti riportano con buona certezza provenire dal primo Samson risultano esclusi dal pastiche. Sappiamo che l’aria di Tirtée delle Fêtes d’Hébé era infatti un invito di Sansone agli ebrei prigionieri perché si ribellassero all’oppressione, con accenti come: “La liberté t’appelle ; / tu naquis pour elle ; / Peuple, eveille-toi, romps tes fers !” (“La libertà ti chiama, / per essa nascesti: / alzati, popolo, rompi le tue catene!”). I famosi versi rivoluzionarî (che una nota all’edizione delle opere di Voltaire ci dice che, musicati da Gossec, furono cantati nel 1791 in occasione della traslazione delle ceneri del grande filosofo al Panthéon) sicuramente fonte di grattacapi in sede di censura, che mancano in uno spettacolo che vuole vendicare la vietata rappresentazione dell’opera originale?

Fatta questa lunga e doverosa premessa, e assodato che, con Voltaire, la tragedia messa in scena al Théâtre de l’Archevêché di Aix-en-Provence non ha nulla a che fare, sul piano teatrale e musicale l’operazione, va detto, riesce piuttosto bene. Pichon, qui alla guida del suo complesso Pygmalion, con un coro e un’orchestra su strumenti originali che assume dimensioni ciclopiche forse esagerate anche per il tardobarocco (quattro flauti, oboi e fagotti, corni, trombe, percussioni di ogni genere, file di archi adeguatamente rimpolpate, un grande clavicembali francesi e addirittura un claviorgano a tre manuali!) è indubbiamente grande esperto di questo repertorio che conduce al suo solito senza bacchetta e con un gesto vigoroso, accompagnando con tutto il corpo, pienamente partecipe, i movimenti musicali. Secondo la tradizione del barocco alla francese, è il suo un Rameau essenzialmente ritmico, fatto di grandi contrasti, tra l’infuocata concitazione di una scena di tempesta in cui risalta il suono fisico dei violoni e dei fagotti e la placida calma di certi cori giocati su pianissimi quasi irreali, come “Ô malheur effroyable” (tratto da Castor et Pollux) eseguito davvero alla perfezione.

Sono contasti che si vedono anche in scena: nel contesto di un tempio semidistrutto, ebrei e filistei sono due popoli, uno vestito di bianco e uno di nero, che si affrontano come luce e tenebre. La regia di Guth è tutta basata su movimenti curatissimi, ai limiti del balletto (specialmente nelle scene di battaglia). Il sound designer Mathis Nitschke ha concepito dei suoni dissonanti e stridenti che ogni tanto, interrompono la musica e l’azione: assieme a un raggio di luce rossa rappresentano il richiamo di un trauma subito da Sansone da cui scaturisce la sua forza sovrumana, ma anche un’insensata violenza.

Sansone è qui incarnato da Jarrett Ott, che dà una prova magistrale del canto di forza nel registro eroico della basse-taille, ma resta un filo più indietro nel registro acuto richiesto nei numeri amorosi che gli sono affidati, specie nel duetto con Timna tratto da Les Surprises de l’Amour (ma che bello l’accompagnamento piano del duetto con Dalila). Jacquelyne Stucker è una convincente Dalila dal timbro sopranile caldo e seducente, al netto di qualche acuto preso di forza che appare gridato, e in “Tristes apprêts”, aria tratta da Castor et Pollux scatena il pubblico in applausi a scena aperta con pianissimi emozionanti.

Nella tragedia originale di Voltaire appariva anche Achich, re dei Filistei qui interpretato da Nahuel Di Pierro. Cantante abituato a vestire i panni dell’antagonista nel repertorio barocco, Di Pierro sfodera bassi incisivi e penetranti e buona padronanza delle agilità.

Timna, la prima sposa di Sansone, ed Elon, suo consigliere traditore sono assenti nel testo di Voltaire: la prima è menzionata nella Bibbia, il secondo è frutto d’invenzione. Se la scelta di includerli è filologicamente assai discutibile, lo è molto meno il loro contributo allo spettacolo. Perché Lea Desandre, che non ha bisogno di presentazioni, è il mezzosoprano ideale per Rameau. Non manca mai la dolcezza del timbro, l’eleganza del fraseggio, delle messe di voce (la frase: “L’amour est le dieu de la paix”) e delle colorature, come quelle su “règne” in un numero che intreccia pagine delle Fêtes d’Hébé e delle Surprises de l’Amour. Laurence Kilsby è invece uno dei pochi che può davvero convincere in una parte da haute-contre come quella disegnata per Elon, con la sua distintiva forza nel registro acuto (peccato solo per il ruolo piuttosto contenuto che gli viene assegnato), e appare eroico e deciso in un numero tratto da Zoroastre in cui va anche salutata l’abilità del cornista protagonista di un non facile obbligato.

Resta l’angelo di Julie Roset protagonista di due brevi apparizioni, in cui si distingue per la pulizia dell’emissione. Però, l’inno al sole delle Indes galantes che canta quasi senza modifiche testuali cosa c’entra con la storia di Sansone? Qui, in fondo, il problema principale di tutta l’operazione. I numeri giustapposti, malgrado certi cambiamenti testuali, difficilmente raccontato la storia che si vuole rappresentare. A fare da collegamento sono spesso solo alcune citazioni bibliche proiettate in scena: ma possiamo fare un’opera su Sansone senza che in alcun modo nel testo cantato se ne menzionino i capelli? Non si sa da dove Dalila carpisca l’informazione: appare solo scritto in un versetto proiettato. Abbiamo così tutti i commenti, gli affetti dei personaggi ma manca la progressione della trama.

A questo in verità supplisce la messinscena, con movimenti su intermezzi strumentali tratti dai numerosi balletti onnipresenti nelle opere settecentesche francesi. E allora questo Samson è, in fin dei conti, un balletto cantato più che una vera e propria opera, in cui le azioni sceniche, piuttosto che testi non sempre coerenti, sono il vero motore della scena. Funziona? secondo il pubblico di Aix, in fin dei conti, sì. Lo spettacolo è sicuramente suggestivo, ma rischia di cadere sotto il peso di un’eccessiva stratificazione drammaturgica (il Samson originale di Voltaire, cui si sovrappone il contenuto dei numeri inclusi nel pastiche sopra i quali ancora è costruito il soggetto ideato da Guth). Insomma, c’è troppa carne al fuoco e ci si distanzia così ancora di più dallo spirito di Voltaire che si voleva salvaguardare: ma la chiusa improvvisa dell’opera sul gran finale del “muoia Sansone con tutti i Filistei” riesce davvero a stupire (quando ormai possiamo trovare qualcosa di veramente inatteso in uno spettacolo lirico?) e ritrova quel sapore rivoluzionario dell’opera perduta. In attesa che qualcuno cerchi invece di riportare più fedelmente alla luce lo spartito originale.

Festival International d’Art Lyrique d’Aix-en-Provence
Théâtre de l’Archevêché
SAMSON
Libera creazione a partire dal libretto di Voltaire
per un’opera perduta di Rameau, e dal libro dei Giudici
Musica di Jean-Philippe Rameau
tratta da Castor et Pollux, Dardanus, Le Temple de la Gloire,
Zoroastre, Naïs, Les Surprises de l’Amour, Les Fêtes d’Hébé,
Acante et Céphise, Zaïs, Les Indes galantes,
Les Fêtes de Ramire, Les Paladins, Les Boréades.

Samson Jarrett Ott
Dalila Jacquelyn Stucker
Timna Lea Desandre
Achisch Nahuel di Pierro
Elon Laurence Kilsby
L’Ange Julie Roset
Premier juge / Un convive Antonin Rondepierre
La madre di Samson Andréa Ferréol
Un senzatetto Pascal Lifschutz

Coro e orchestra Pygmalion
Direzione Raphaël Pichon
Regia e soggetto Claus Guth
Scene Étienne Pluss
Costumi Ursula Kudrna
Luci e video Bertrand Couderc
Coreografia Sommer Ulrickson
Sound design Mathis Nitschke
Collaborazione alla scrittura Eddy Garaudel
Drammaturgia Yvonne Gebauer

Aix-en-Provence, 18 luglio 2024

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