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Festival dell’Opera di Lione 2024 – La fanciulla del West (con Isotton, Massi, Sgura)

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Dopo La dama di picche (qui la recensione), il secondo appuntamento del piccolo festival di Lione è La fanciulla del West di Giacomo Puccini. Un’opera che mischia le carte, come vuole il titolo della rassegna lionese, non solo perché l’opera culmina in una tesissima partita a poker ma perché costituisce davvero un unicum nella produzione di Puccini e, in generale, nel canone operistico. È un’opera che mischia le carte nell’assegnazione dei ruoli, nella scelta dell’ambientazione, nella struttura della trama, che la distanzia notevolmente dalle convenzioni melodrammatiche e la proietta già in un mondo assai più moderno. Ragioni, queste, anche della sua recente fortuna dopo tanti decenni passati un po’ nell’ombra rispetto al resto del repertorio pucciniano. D’altronde mancano le grandi arie, sostituite da sprazzi melodici, e siamo di fronte a un Puccini che cerca, nella partitura, nuove soluzioni armoniche e stilistiche. Soluzioni che peraltro avevano suscitato l’interesse di compositori d’avanguardia che spesso vengono opposti a Puccini (chi li taccia di intellettualismo predilige il gusto di Puccini per la melodia, criticato a sua volta come faciloneria per piacere alle masse): Puccini spariglia il mazzo, e in una lettera ad Arnold Schönberg del 1919 (riprodotta in esergo al programma di sala distribuito a Lione) Anton Webern afferma di aver ascoltato la Fanciulla e di non avervi riconosciuto l’autore: «Sono sorpreso: è una partitura che suona in modo del tutto originale. Splendida. Ogni battuta sorprendente. Suoni molto speciali. Non c’è ombra di Kitsch!»

Certo, in mezzo a tante rivoluzioni restano comunque alcuni capisaldi dell’opera pucciniana nel terzetto-triangolo dei solisti principali: Dick, Minnie e Rance, in cui in fondo si possono ritrovare gli archetipi del tenore, del soprano e del baritono pucciniano (anzi, si può giocare a trovare in qualche modo gli echi di tutte le altre opere di Puccini nei personaggi e nelle situazioni della Fanciulla: quanto il duetto tra Minnie e Johnson richiama l’incontro di Rodolfo e Mimì? Quanto si ritrova Cavaradossi, quanto des Grieux in Dick Johsnon? Quanto si distanzia Rance da Scarpia? E cos’hanno in comune Minnie, Butterfly, Tosca e Turandot?). A Lione abbiamo ascoltato tre ottimi cantanti, di diversa esperienza nelle parti affidate e in generale nei ruoli pucciniani.

Riccardo Massi è un Dick Johnson dalla voce luminosa e aperta, che non riesce però a levarsi di dosso l’immagine del tenore un po’ spaccone che agisce a colpo sicuro già certo del lieto fine — si ha quasi l’impressione che Minnie sia solo una delle sue innumerevoli conquiste. Insomma, lo si direbbe poco partecipe dei risvolti più drammatici della vicenda, e troppo legato allo stereotipo del piacente seduttore. Nonostante questo, gli accenti lirici dei due grandi duetti con Minnie sono certamente riusciti, così come “Ch’ella mi creda”, l’unica concessione di una vera aria al tenore da parte di Puccini, episodi in cui Massi può fare bello sfoggio di una voce agile e dal timbro gentile.
Claudio Sgura è uno specialista dei ruoli pucciniani, e in particolare delle parti da antagonista di solito affidate al baritono, e sa bene che Jack Rance non è uno Scarpia del vecchio West. Non si può insomma risolvere, come si potrebbe fare in una prima approssimazione, solo giocando sulla sadica crudeltà. Con l’ampiezza vocale e il timbro scuro, Sgura non avrebbe difficoltà a interpretare uno sceriffo cattivissimo: e invece trova il modo di rendersi aderente al carattere più complesso del personaggio. Mantiene quindi la giusta nobiltà nell’imporre la pena al baro Sid, ma mostra di sapersi infiammare nello scambio d’offese con Sonora, e mostra chiaramente come, dall’ingresso di Johnson in scena, le motivazioni che lo spingono a dare la caccia al bandito siano più legate alla gelosia che alla legge. Si sente infatti, nel canto di Sgura, l’ardente fiamma per Minnie (dalla veemenza di quel “per un bacio tuo getto un tesoro” alla scena del secondo atto), e una certa rassegnazione ma priva di desiderio di vendetta dopo la duplice sconfitta, nella partita a carte e dopo la liberazione di Johnson nel terzo atto.
Chiara Isotton incarna una Minnie particolarmente lirica, calda nel registro grave e dagli acuti ben piazzati (e mai gridati), con uno stile quasi belcanista che dà poco spazio a certi eccessi da verismo (un approccio rivendicato anche in un’intervista per Connessi all’Opera, in cui afferma, proprio parlando della Fanciulla, di non voler affrontare questa parte solo “di forza”). Certo, in questo modo funziona più l’innamorata (è delizioso come Minnie renda palese fin dal primo sguardo e dalla prima battuta in presenza di Dick quanto sia già colpita dall’arrivo dello straniero) che la donna astuta pronta a barare: nella partita a poker Minnie sembra gestire la tensione in maniera meno credibile rispetto a Rance, e il “tre assi e un paio” forse avrebbe davvero bisogno dello slancio di un parlato più verista. E però che belli i duetti con Johnson, anche nel canto “di conversazione”, come sono ben gestite le mezzevoci in “Laggiù nel Soledad”, e quel “l’amore è un’altra cosa” è davvero sognante come da indicazione sul libretto.

La fanciulla del West è però anche un’opera corale, nella cui locandina appaiono ben quindici comprimari al fianco dei tre protagonisti. Alcuni di essi sono solisti presi dai ranghi del coro dell’Opera di Lione (direttore Benedict Kearns) che mostra grande precisione quando chiamato a intervenire nell’assieme. Come già nella Dama di picche, ciascuno dei personaggi secondari è chiamato a caratterizzarsi nell’ambito di poche battute, o piccoli scorci di aria nel migliore dei casi. Paweł Trojak (Jack Wallace) sa comunicare la nostalgia, Robert Lewis è un buon tenorino per la parte di Nick, Rafał Pawnuk rende un Ashby un po’ affettato, Allen Boxer (Sonora) difetta un po’ di volume (ma recupera notevolmente quando è il momento di litigare con Jack Rance). Una menzione anche per Thandiswa Mpongwana, una dolcissima Wowkie ben accompagnata da Billy (Kwang Soun Kim).

Tanto nella lettura registica quanto nella realizzazione tecnica, lo spettacolo firmato Tatjana Gürbaca è assai meno ambizioso rispetto alla Dama di picche: l’iperrealismo lascia spazio a una rappresentazione più astratta, fatta di elementi geometrici e rocce di cartapesta. Un parallelepipedo grigio è il bancone della Polka, una struttura di forma ellittica è la casa di Minnie. Al di là dell’attrezzeria minuta, gli spazi scenici sono il più delle volte immaginati (al punto che Johsnon deve essere issato su una corda, per rifugiarsi “in alto” in mancanza di una scala e di un solaio. In ogni caso le scene, il fondale dipinto con un motivo di nubi minacciose, le luci che ricercano tonalità seppia o desaturate lasciano comunque trasparire l’ambientazione, consapevoli che la Fanciulla non è un western di deserto e cowboy ma di minatori e di montagne. E infatti la disposizione delle masse, e i costumi ricordano talvolta il Quarto stato di Pellizza da Volpedo più della classica iconografia dell’Ovest cinematografico — per quanto non manchino cappelloni e stivali. Nella sua semplicità, lo spettacolo si rifà a un’epica proletaria e non cavalleresca. Certamente, e soprattutto in confronto con la Dama del giorno precedente, il palcoscenico sembra sempre un po’ troppo vuoto, i movimenti abbastanza convenzionali, e in generale c’è poco, nella lettura registica, che vada oltre il testo scritto. Una mancanza di idee che toglie una profondità di cui l’opera avrebbe bisogno e che, in fondo, non mischia affatto le carte come vorrebbe il tema del festival.

Per fortuna, a tutto ciò che manca sul palco sopperisce la buca. Daniele Rustioni, sempre alla guida dell’orchestra dell’Opera di Lione, mantiene lo stesso tono drammatico e concitato che aveva già risevato alla Dama di picche e riesce a garantire sempre il giusto dialogo tra l’orchestra e i cantanti, con una scelta oculata dei colori strumentali, la dettagliata ricerca delle dinamiche, spinte sovente in rapidi crescendi e diminuendo non per forza indicati in partitura e grande attenzione alle peculiarità ritmiche. Insomma, ritrova davvero quelle sonorità originali e sorprendenti della lettera di Webern a Schönberg, affrontando la Fanciulla come se già fosse una colonna sonora cinematografica: pensiamo a quel pizzicato dei contrabbassi al cardiopalma durante la partita a poker, che mantiente altissima la tensione durante tutto l’episodio, o all’ultimo accordo con quel perdendosi che arriva, in perfetta gradazione, fino al completo silenzio.
Insomma, la direzione ispirata di Rustioni, l’ottima prova dell’orchestra e una compagine di solisti solida e interessante risollevano le sorti di una Fanciulla che rischiava di restare in sordina accanto alla Dama di picche di Čajkovskij.

Opéra National de Lyon – Festival 2024 “Rebattre les cartes”
LA FANCIULLA DEL WEST
Opera in tre atti
Libretto di Guelfo Civinini e Carlo Zangarini
da The Girl of the Golden West di David Belasco
Musica di Giacomo Puccini

Minnie Chiara Isotton
Dick Johnson Riccardo Massi
Jack Rance Claudio Sgura
Ashby Rafał Pawnuk
Sonora Allen Boxer
Nick Robert Lewis
Sid Matthieu Toulouse
Bello Ramiro Maturana
Harry Léo Vermot-Desroches
Joe Valentin Thill
Happy Florent Karrer
Larkens Pete Thanapat
Jack Wallace Paweł Trojak
Trin Zwakele Tshabalala
José Castro Paolo Stupenengo
Billy Jack Rabbit Kwang Soun Kim
Wowkie Thandiswa Mpongwana
Postiglione Dider Roussel

Orchestra dell’Opera di Lione
Direttore Daniele Rustioni
Coro dell’Opera di Lione
Maestro del coro Benedict Kearns
Regia Tatjana Gürbaca
Scene Marc Weeger
Costumi Dinah Ehm
Luci Stefan Bolliger

Lione, 31 marzo 2024

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