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Festival Como Città della Musica 2024 – Turandot

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Alla fine, Giove Pluvio ha graziato la Principessa di gelo. A fronte di un’estate che, almeno nell’Italia settentrionale, stenta a decollare tra instabilità climatica e piogge, fortunatamente tutte le recite di Turandot sono andate in scena regolarmente en plein air, nella sede per la quale è stata ideata questa produzione, l’Arena del Teatro Sociale di Como; qui si riferisce della replica di luglio. Lo spettacolo, proposto per commemorare il centenario di morte di Giacomo Puccini, è il titolo di punta del Festival Como Città della Musica, manifestazione giunta alla sua diciassettesima edizione (il tema del 2024 è Dilegua, o notte!), nonché elemento peculiare della kermesse lariana per la formula di opera partecipativa 200.Com. Un progetto per la città. È indubbio che l’utilizzo degli ampi spazi dell’Arena permetta un maggior movimento delle masse corali, un notevole coinvolgimento del pubblico – che si sente così parte della vicenda, e non semplice spettatore – e una non indifferente estensione della scenografia; di contro, si è costretti ad amplificare orchestra e cantanti, con esiti a tratti perfettibili. Si aggiungano, altresì, fattori esterni non prevedibili, come le sirene delle ambulanze o, nella serata qui recensita, un elicottero che ha sorvolato la città per l’intero Quadro primo del II atto.

Sul podio della volenterosa Orchestra 1813 brilla Jacopo Brusa, già noto al pubblico comasco per il Don Carlo dello scorso dicembre. Servendosi di una gestualità ampia, Brusa dà vita a una lettura sobria, incisiva e, al contempo, soffusa, intrisa di luminosa poesia. Evitando di scadere nell’enfasi e nella retorica, cercando di ottenere dalla compagine orchestrale – nei limiti del possibile, essendo all’aperto e microfonata – preziosismi e sfumature, il direttore smussa le sonorità, anche quelle più selvagge e corrusche (si pensi all’incipit), in suoni soffici. Non mancano, altresì, episodi di maggior brillantezza ed effervescenza, quale la scena dei tre ministri burocrati, condotta con spigliatezza e ironia. Convince e piace la scelta di concludere l’opera con la morte di Liù, forse uno dei momenti più alti della serata dal punto di vista orchestrale, rifinito da Brusa e dai musicisti con languida e struggente raffinatezza.
Il Coro 200.Com, formato da oltre 200 coristi amatoriali e non professionisti, guidato con estrema dedizione e mano ferma da Massimo Fiocchi Malaspina e dagli altri maestri Davide Dell’Oca, Eric Foster, Arianna Lodi e Cristina Merlini, si dimostra abbastanza compatto, sebbene migliorabile in alcuni passaggi e meno efficace rispetto a prove passate. Corretto l’apporto del Coro di voci bianche del Teatro Sociale.

Nel complesso ben assemblato il cast selezionato da AsLiCo. Il soprano cinese Hanying Tso, nel ruolo del titolo, esibisce una vocalità ampia e tornita, morbida nei medi e nei gravi, penetrante e metallica negli acuti, all’occorrenza alleggerita in suoni delicati. L’interprete è espressiva e persuasiva, il fraseggio curato e dovizioso di accenti, qualità emerse già durante la temibile sortita “In questa reggia”, affrontata con piglio deciso. La sua è una Turandot inizialmente fredda e crudele, via via sempre più fragile e isolata.
Il Calaf del tenore brasiliano Max Jota si distingue per la voce vigorosa e squillante, omogenea nell’emissione e di fascinosa tinta bronzea, con una facile salita alle note alte, risultate svettanti e corpose. L’attesissima “Nessun dorma”, accolta da sentiti applausi a scena aperta, è resa con gagliardia e trasporto.
Il soprano albanese Alessia Merepeza è una Liù dolce e molto intensa, in possesso di uno strumento vocale pastoso e malleabile, di suadente colore brunito, cristallino nei filati e fulgido negli acuti. L’aria “Signore, ascolta!” è interpretata con accorata mestizia, mentre la scena del suicidio è cantata e recitata con emozionante, commovente immedesimazione.
Il basso cinese Baopeng Wang è un Timur austero e statuario, dalla voce profonda e di grana scura. Ben caratterizzati e coesi i tre ministri, graffianti e divertenti senza mai scadere nel macchiettistico: il Ping solido ed elegante del baritono coreano Junyeok Park; il Pang spumeggiante di Raffaele Feo, dalla vocalità luminosa e nitida; Lorenzo Martelli, Pong mercuriale dallo strumento vocale robusto e vivido. Autorevole vocalmente e scenicamente l’Altoum di Davide Capitanio; puntuale Francesco La Gattuta (Un Mandarino).

Debutta a Como una delle registe forse più interessanti (e discusse) dell’odierno panorama teatrale, l’argentina Valentina Carrasco (chi scrive ricorda con piacere la sua contrastata lettura dei Vêpres siciliennes a Roma nel 2019). Nell’ottica di Carrasco, Turandot è una volitiva donna di potere, una carismatica leader politica dittatoriale in grado di ammaliare, trascinare e assoggettare il popolo, che crede ciecamente in lei nonostante la dittatrice lo governi con spietatezza, repressione e pugno di ferro. Come desumibile anche dalla scenografia (un’imponente scalinata) e dai costumi di taglio novecentesco a firma di Mauro Tinti, giocati prevalentemente su cromie quali grigio, verde militare, marrone, la vicenda è trasposta nella Cina della seconda metà del XX secolo, in un regime totalitario comunista ispirato a quello di Mao Tse-tung, celebre Presidente della Repubblica Popolare Cinese, tra gigantografie di Turandot (fatta oggetto quest’ultima di un evidente culto della personalità), bandiere rosse, copie del noto Libretto rosso brandite dal coro e dalla protagonista. In questa chiave di lettura, Calaf è visto come un intellettuale che, sebbene rifiuti la violenza della sanguinaria tiranna, ne rimane comunque soggiogato e affascinato: fonte di ispirazione è la figura del filosofo esistenzialista francese Jean-Paul Sartre, sostenitore del maoismo, che guardò con simpatia all’URSS di Stalin e alla rivoluzione di Mao. Con una icastica definizione dei singoli personaggi, e un’agevole movimentazione delle masse, Carrasco firma una regia di forte impatto, a tratti di brutale verità: non mancano, infatti, scene crude, quali le torture inflitte a Calaf durante lo scioglimento dei tre enigmi, le angherie nei confronti del popolo di Pechino a inizio del III atto (“Il nome suo nessun saprà…E noi dovrem, ahimè, morir!…”, così cantano le donne durante il “Nessun dorma”), le manganellate a Timur dopo essere stato arrestato. Uno spettacolo, in sintesi, realista, esplicito e convincente, non privo però di frangenti poetici: si pensi, per esempio, al toccante finale, con l’anima di Liù che guida il coro, con in mano un lumino, e i personaggi principali fuori dall’Arena, in una pacifica e incontrollabile rivoluzione contro il potere dittatoriale, mentre Turandot resta sola e abbandonata, prostrata sui gradini della scalinata, con le mani lorde del sangue della vittima innocente.
Al termine, caloroso e festante successo per tutti gli interpreti da parte del folto pubblico che esauriva l’Arena in ogni suo settore.

Festival Como Città della Musica 2024
200.Com Un progetto per la città – X edizione
TURANDOT
Libretto di Giuseppe Adami e Renato Simoni
Musica di Giacomo Puccini

Turandot Hanying Tso
Altoum Davide Capitanio
Timur Baopeng Wang
Calaf Max Jota
Liù Alessia Merepeza
Ping Junyeok Park
Pang Raffaele Feo
Pong Lorenzo Martelli
Un Mandarino Francesco La Gattuta

Orchestra 1813
Coro 200.Com
Coro di voci bianche del Teatro Sociale
Direttore Jacopo Brusa
Maestro del coro Massimo Fiocchi Malaspina
Altri maestri del coro Davide Dell’Oca,
Eric Foster, Arianna Lodi, Cristina Merlini
Regia e luci Valentina Carrasco
Scene e costumi Mauro Tinti
Assistente alla regia Lorenzo Nencini
Nuova produzione Teatro Sociale di Como AsLiCo
In occasione delle celebrazioni
per il centenario della morte del compositore

Como, Arena del Teatro Sociale, 1 luglio 2024

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