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Cremona, Monteverdi Festival 2024 – Concerto di Cecilia Bartoli

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Chiusura pirotecnica per l’edizione 2024 del prestigioso Monteverdi Festival, kermesse distintasi, negli ultimi anni, per proposte di altissimo livello. Debutta, infatti, sulle tavole di un Teatro Ponchielli di Cremona esaurito in ogni suo ordine, la diva italiana per eccellenza, acclamata a livello internazionale ma raramente presente sui palcoscenici del Belpaese, interprete rinomata e sopraffina specialmente del repertorio barocco e del belcanto ma che, nel corso della sua lunga carriera di oltre trentacinque anni, ha dato voce e corpo a differenti compositori (chi scrive ha avuto modo di ascoltarla svariate volte dal vivo, spaziando da Bellini a Bernstein, da Gluck a Rossini, da Händel a Mozart, in titoli quali, per esempio, Norma, West Side Story, Il barbiere di Siviglia, Semele, Orfeo ed Euridice). Se ancora non si fosse capito, stiamo parlando della sovrana della lirica, dell’italiana a Salisburgo (e a Zurigo, e a Monte Carlo): Cecilia Bartoli. Per il suo esordio sulla scena cremonese, l’artista si esibisce in un Gala Concert accompagnata dall’ensemble Les Musiciens du Prince-Monaco, nato nel 2016 da un’idea di Bartoli stessa, guidato dal suo direttore principale, Gianluca Capuano; il programma della serata prevede un florilegio di arie e brani strumentali sovente affrontato dal duo Bartoli-Capuano, con qualche eccezione, come vedremo.

Nel concerto emergono tutte le caratteristiche e le peculiarità del mezzosoprano nativo di Roma: una vocalità controllata nel volume e ben in maschera, di grana scura nei gravi, squillante e luminosa in acuto; una tecnica salda che le permette, fra l’altro, una ferrea e invidiabile tenuta dei fiati; la cura quasi maniacale nel porgere la parola; un carisma scenico magnetico e travolgente; la musicalità rifinita unita a una rara intelligenza e alla notevole sensibilità interpretativa; l’espressività di forte impatto teatrale. Da par suo, la compagine orchestrale su strumenti d’epoca si distingue per il suono crepitante e cangiante, all’occorrenza vaporoso o maggiormente sferzante, per il caleidoscopio di sfumature ottenute grazie, soprattutto, alla dovizia di accenti, inflessioni, intenzioni ricercata con gusto e sapienza dal maestro milanese, che si riconferma come uno dei massimi e più interessanti esecutori del repertorio sei e settecentesco.

In apertura, si ascoltano le sonorità ovattate e scattanti del Concerto grosso in re maggiore Op. 6, n. 4 di Arcangelo Corelli, dai 12 Concerti grossi. Introdotta dal suono cristallino del flauto di Jean-Marc Goujon, entra in scena Cecilia Bartoli, fasciata in un abito verde smeraldo con corpetto lavorato in oro, che si cimenta con l’aria di Almirena “Augelletti che cantate” dal Rinaldo di Georg Friedrich Händel. Avvolta da un tappeto orchestrale adamantino, sin da subito esibisce filati di serica, impalpabile bellezza, un ragguardevole controllo dei fiati e un fraseggio lavorato al bulino. Segue senza interruzione la dolente, languida dolcezza della celeberrima aria del Piacere “Lascia la spina, cogli la rosa”, dall’oratorio Il trionfo del tempo e del disinganno, nella quale Bartoli brilla per l’interpretazione accorata, le arcate vocali e melodiche di consistenza perlacea, la delicatezza intimistica nel da capo. Si prosegue, sempre nel nome del “caro Sassone”, con il carattere meditativo e l’andamento tormentato del Concerto grosso in la minore Op. 6, n. 4, HWV 322.

In una tale sede, non poteva certo mancare un omaggio al padrone di casa, Claudio Monteverdi, un compositore invero raramente affrontato dalla diva. Come precisato dal maestro Capuano, viene quindi proposto un efficace medley dei pezzi strumentali tratti da opere e composizioni monteverdiane, quali per esempio l’arcinota “Toccata” e il Ritornello dal Prologo de L’Orfeo, seguito da “Sì dolce è ‘l tormento” del 1624. In esso, Cecilia Bartoli svetta soprattutto per un fraseggiare ancor più cesellato e interiorizzato, per l’incisività nella recitazione e per i filati di madreperla. È la volta, poi, di Francesco Geminiani, con la vigorosa, geometrica irruenza del Concerto grosso in re minore “La Folia” H. 143, nel quale Les Musiciens du Prince-Monaco rispondono positivamente all’agogica rapinosa e alle dinamiche pungenti richieste da Capuano. Nel successivo lamento di Ruggiero “Sol da te, mio dolce amore”, dall’Orlando furioso di Antonio Vivaldi, il mezzosoprano romano emerge per intensità espressiva, grazia dolente, icasticità nella dizione, precisione e scioltezza nelle agilità, caratteristiche che ben si sposano con la politezza e le cromie soffici del manto orchestrale.

Chiusura del gala con Händel: dopo una esuberante suite di danze da Ariodante (opera che, per inciso, la Bartoli ha debuttato con successo a Salisburgo nel 2017), ecco la gagliardia marziale dell’aria “Desterò dell’empia Dite” dall’Amadigi di Gaula, espugnata con baldanza, nella quale l’artista dà fuoco alle polveri, gareggiando con lo sfolgorio della tromba di Thibaud Robinne, lanciandosi in acuti e sovracuti al fulmicotone, spericolate e luminose roulades sgranate con fluidità e mai fini a sé stesse, il tutto accompagnato a un fraseggio penetrante.

Al termine del programma ufficiale, pubblico in delirio e trionfo entusiastico, con scroscianti e ripetuti applausi, una pioggia di rose bianche dai palchi di proscenio e grida di giubilo come “Bravi!” e “Viva la Santa!”. Nel tripudio generale, la diva si esibisce in tre bis, accolti da ovazioni e dagli spettatori in piedi ad applaudire lei, il maestro Capuano e gli orchestrali. Si inizia con il recitativo e aria “E pur così in un giorno […] Piangerò la sorte mia” dal Giulio Cesare di Händel, miniato con struggente pathos e reso con sofferto languore. Nel successivo “A facile vittoria” dal Tassilone di Agostino Steffani, dal piglio energico e irruento, Bartoli si cimenta in una spiritosa sfida all’ultimo virtuosismo con la tromba di Robinne, in un susseguirsi funambolico di acuti, filati e colorature spumeggianti, sciorinati con estrema naturalezza. Il brano barocco sfocia, infine, in un’improvvisazione di “Summertime” da Porgy and Bess di George Gershwin, ricca di swing e atmosfere jazz.
Se ancora ce ne fosse bisogno, la serata (che, lo ricordiamo di nuovo, è una delle poche apparizioni italiane del mezzosoprano) ha ulteriormente dimostrato l’altissima caratura artistica di Cecilia Bartoli. Arrivederci al Monteverdi Festival 2025 che, come preannunciato a inizio del concerto da Andrea Cigni, direttore artistico della manifestazione, si svolgerà dal 13 al 29 giugno; tra i tanti eventi, verranno proposti Il ritorno di Ulisse in patria di Monteverdi e L’Ercole amante di Francesco Cavalli.

Monteverdi Festival 2024
GALA CONCERT / CECILIA BARTOLI
Musiche di Arcangelo Corelli, Georg Friedrich Händel,
Claudio Monteverdi, Francesco Geminiani, Antonio Vivaldi

Les Musiciens du Prince-Monaco
Solista Cecilia Bartoli
Direttore Gianluca Capuano

Cremona, Teatro Amilcare Ponchielli, 23 giugno 2024

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