Bologna, Comunale Nouveau – Dido and Aeneas / Die sieben Todsünden

Cosa hanno in comune un’opera inglese incompiuta del 1689 e un ballet chanté scritto da due tedeschi in esilio per le scene parigine del 1933 su commissione di un magnate americano? Questa domanda sarà passata nella testa di molti nel vedere accoppiare Dido and Aeneas di Henry Purcell a Die sieben Todsünden di Kurt Weill in una nuova produzione del Comunale di Bologna in collaborazione con i teatri di Reggio Emilia e la Fondazione Haydn. Le motivazioni di tale insolito dittico sono spiegate dal regista Daniele Abbado nel programma di sala: le due opere dovevano far parte di una trilogia che prevedeva anche la mozartiana Clemenza di Tito, poi saltata a causa della pandemia. Queste tre opere hanno in comune il tema della città: quella mitologica di Cartagine, la profezia sulla città del futuro in Brecht-Weill e la città politica in Mozart. In tutte predomina il tema dell’individuo in relazione alla comunità e al gruppo sociale con cui è costretto a relazionarsi.

Nel caso specifico dei lavori di Purcell e Weill, ci troviamo di fronte a due manifesti politici. Dido and Aeneas vede la luce nel 1689, l’anno della conclusione degli eventi della Glorious Revolution che riporta sul trono inglese dei monarchi protestanti, Mary e William of Orange: Didone e il suo regno prospero diventano una metafora dell’Inghilterra, mentre Enea, sobillato senza saperlo dalle forze invidiose del male, va a fondare il regno cattolico di Roma, l’eterna rivale sempre in lotta con Albione. Allo stesso tempo, Kurt Weill e Bertolt Brecht, costretti a lavorare insieme dopo i disaccordi di natura politica ma entrambi bisognosi di denaro nei propri separati esili, immaginano un viaggio in sette città degli Stati Uniti di due sorelle che devono guadagnare soldi da spedire alla famiglia in Louisiana per costruire una nuova casa: l’immagine esotica e distopica degli USA ispira questo viaggio nei sette peccati capitali che una delle sorelle seguirebbe come naturali ma improduttive inclinazioni ma che l’altra cerca di mettere sulla buona strada, cioè quella dell’utilità borghese che non è altro che l’accumulo di denaro.

Nell’allestimento di Abbado, le due opere condividono lo stesso impianto scenico, dato anche il palco a capacità ridotta del Comunale Nouveau. La scena di Angelo Linzalata che firma anche le suggestive luci, si basa sostanzialmente su una pedana rialzata dietro cui si stagliano dei pannelli che ricordano le sagome di alti palazzi di cemento, unico rimando alla città insieme alle insegne che i figuranti portano in onore alla regina e poi smontano creando un piccolo modellino urbanistico, che ricorda vagamente quello che dominava la scena nella seconda parte dei Troyens di David McVicar. In questa scena prevalentemente grigia, le uniche note di colore sono date dai costumi (Giada Masi) delle donne in Purcell e da quelli dei figuranti in Weill. Abbado differenzia i due titoli conferendo una diversa gestualità agli interpreti.
In Dido and Aeneas si fa quindi ricorso a una gestualità contenuta che isola i personaggi come vere e proprie figure statuarie, specialmente quelli legati a Didone, donna ieratica nella sua fierezza; solo le forze del male si muovono in modo fluido e spregiudicato, mascherati e in completo come se fossero una clandestina organizzazione criminale. Al contrario, in Weill tutto si fa più fluido e abbagliante, con una Anna in veste Sally Bowles di Cabaret, spigliata narratrice delle avventure della sorella, interpretata con trasporto da Irene Ferrara che insieme agli altri ballerini mette letteralmente in scena l’azione; l’ordinaria famiglia americana delle due ragazze sta in disparte su un divano ad osservarle come se fossero l’ennesima sit-com televisiva.
A conti fatti abbiamo quindi un notevole volo pindarico drammaturgico, a cui fa riscontro uno spettacolo godibile nell’insieme ma che sembra fermarsi molto alla superficie.

A unire musicalmente i due titoli troviamo Marco Angius che, dovendo trovare una fluidità musicale e drammaturgica a una partitura incompleta come quella di Dido and Aeneas, decide di interpolare all’inizio di ogni atto brani scelti dei Cori di Didone di Luigi Nono su testi di Ungaretti (1958), mentre l’introduzione orchestrale da Okanagon di Giacinto Scelsi (1968) apre la scena della Maga. Il risultato, pur legittimo dal punto di vista musicale, assomiglia a un esercizio di stile, e invece di fluidificare il racconto musicale sembra frammentare ancora di più i blocchi purcelliani. A parte ciò, ad Angius va riconosciuto il merito di riuscire a navigare con correttezza in entrambe le partiture, tenendo ben salde le redini dell’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna in due stili così diversi, e cercando di aiutare i cantanti il più possibile, senza però risultare troppo fantasioso in nessuna delle due opere.

Quanto al cast, impossibile non segnalare alti e bassi. Danielle de Niese è il fulcro divistico di tale operazione, affrontando sia il ruolo di Didone che quello di Anna, protagoniste delle due opere. Il debutto nell’opera di Purcell si rivela la prova più interessante, dato che il soprano affronta una prestazione in crescendo e sfrutta certe fissità di suono e asprezze vocali per esprimere al meglio il tormento della regina. Certo non ci troviamo di fronte a una voce dal timbro graffiante o dalla tecnica infallibile, ma l’esperienza nell’opera barocca le consentono di portare a casa una Didone dignitosa, laddove in Weill il fraseggio curato e i tentativi di espressività non riescono quasi mai a bucare l’orchestra se non in alcuni slanci in acuto ben serviti.
In Dido and Aeneas troviamo poi Francesco Salvadori come Enea, in cui dispiega una voce brunita e sonora, in un personaggio centrato che si fa convincere un po’ da tutti. Mariam Battistelli è una Belinda dal seducente timbro pastoso che dà il giusto risalto ai suoi vari interventi, mentre Patricia Daniela Fodor si disimpegna con giusta grazia nel ruolo della seconda donna. Lo stesso si può poi dire dello Spirito interpretato con i giusti accenti e uno splendido look androgino da Paola Valentina Molinari.
Le voci delle forze del male sono qui affidati a interpreti maschili. Troviamo quindi Bruno Taddia come Maga, istrionico come suo solito, mentre le disinvolte streghe sono Marco Miglietta e lo scioltissimo Andrea Giovannini, che ricopre con abilità e una vocalità dirompente anche il ruolo del marinaio. I due tenori si uniscono inoltre a Nicolò Ceriani e Andrea Concetti per realizzare il divertente e affiatato quartetto famigliare nei sieben Todsünden.
In chiusura non resta che dire del Coro del Teatro Comunale di Bologna che dosa con sapienza e precisione i vari interventi in Purcell.
Alla prima si registra un pubblico nutrito ma non foltissimo, che si dimostra comunque attento a entrambi i lavori e suggella un buon successo alla produzione, anche agli applausi finali dove si registra una punta di entusiasmo per la Belinda di Mariam Battistelli. [Rating:3/5]

Teatro Comunale – Stagione 2024
DIDO AND AENEAS
Opera in un prologo e tre atti
Libretto di Nahum Tate
Musica di Henry Purcell

Dido Danielle de Niese
Aeneas Francesco Salvadori
Belinda Mariam Battistelli
Second woman Patricia Daniela Fodor
The sorceress Bruno Taddia
First witch Marco Miglietta
Second witch/A sailor Andrea Giovannini
A spirit Paola Valentina Molinari

DIE SIEBEN TODSÜNDEN
Balletto con canto in nove quadri
Musica di Kurt Weill
Testo di Bertolt Brecht

Anna I Danielle de Niese
Anna II Irene Ferrara
La famiglia Marco Miglietta, Andrea Giovannini,
Nicolò Ceriani, Andrea Concetti
Ballerini Matilde Bignamini, Luca Campanella,
Lucia Cinquegrana, Lucas Delfino,
Erika Rombaldoni, Danilo Smedile

Orchestra, Coro e Tecnici del Teatro Comunale di Bologna
Direttore Marco Angius
Maestro del Coro Gea Garatti Ansini
Regia Daniele Abbado
Scene e luci Angelo Linzalata
Costumi Giada Masi
Coreografie Simona Bucci
In collaborazione con Scuola di Teatro di Bologna,
Alessandra Galante Garrone

Nuova produzione del Teatro Comunale di Bologna
con Fondazione I Teatri di Reggio Emilia,
Fondazione Haydn di Bolzano e Trento
Bologna, 16 marzo 2024