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Barcellona, Gran Teatre del Liceu – Un ballo in maschera

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Dopo l’esauriente recensione di Alessandro Mormile da Torino (qui il link), mi guarderò bene dall’insistere sull’originalità e il carattere praticamente unico di un capolavoro come Un ballo in maschera. Ricorderò solo il giudizio di Julian Budden, quando trova ragione sia in chi vede nel Ballo qualcosa del Don Giovanni, sia in chi parla del Tristano di Verdi. Concordo con lui pure quando sostiene che “in linea di massima la partitura raggiunge un equilibrio formale che non si ritroverà fino all’Aida.”

Al Gran Teatre del Liceu di Barcellona, a ogni nuova ripresa del Ballo si cambia allestimento senza mai trovarne uno che riceva un’accoglienza unanime. Il più innocuo, in questo senso, è quello attuale, proveniente dal Regio di Parma, noto anche come “l’ultimo di Graham Vick” che non ebbe tempo di realizzarlo prima della morte, ed è stato portato a termine da Jacopo Spirei. Uno spettacolo che definirei “né carne né pesce”. Vick è stato un uomo di idee forti, polemico, non sempre compreso e non sempre fortunato nelle sue regie. Qui, con il coro collocato in alto, una scena più o meno cupa, piena di funamboli che “animano” l’azione (se ne sente il bisogno?), di atmosfera più o meno queer (in particolare l’antro di Ulrica sembra un bar equivoco e lei la tenutaria di un bordello) con tanto di ballerini con barba e baffi vestiti da donna che forse sarebbero più adatti nella scena di Baba la Turca nel Rake’s Progress, siamo a posto per il “nuovo” (?) ma non so quanto si sia lavorato effettivamente sui personaggi. Naturalmente durante il breve preludio c’è un mausoleo – quello di Riccardo – davanti al quale sfilano Renato e famiglia; l’orrido campo del secondo atto è un sipario molesto per il rumore che produce quando si apre o chiude, e che (chi ha avuto la bella idea?) cade davanti a soprano e tenore per almeno metà del grande duetto. Non mi si chieda perché ci sia un ammasso di sedie che Amelia fa cadere proprio prima di una frase del duetto. Il ballo in maschera finale è piuttosto da circo di periferia, e come dice il paggio, “più che abbastanza ho detto”.

La direzione di Riccardo Frizza è corretta, anche se in alcuni momenti (ad esempio nel preludio) pesante e lenta e, in altri, la dinamica risulta alquanto esagerata. In compenso, il maestro bresciano è molto attento al palcoscenico e grazie a lui si evita qualche sbandamento. L’orchestra ha stima di lui e suona bene. Del pari, il coro continua a recuperare il buon livello “antico” sotto la guida di Pablo Assante.

Il Liceu ha l’abitudine (o la smania) di parare due cast soprattutto per titoli popolari con molte repliche. Ma si sa che, in opere come questa, è già difficile trovarne uno equilibrato, figuriamoci due. La migliore in campo è in assoluto Anna Pirozzi, probabilmente nel ruolo – tra quelli che le ho visto sostenere – che più le si addice. Volume, colore, estensione, piani, fraseggio, tutto concorre a caratterizzare la sua Amelia (la stessa impressione che ho avuto a Zurigo nell’unica volta in cui Fiorenza Cedolins sostenne la parte). Non ha senso scegliere un momento in un lavoro di così alto livello, anche se molti sembrano preferire su tutti “Morrò, ma prima in grazia”. Per quanto mi riguarda, sono stato davvero trascinato dalla sua formidabile scena che apre il secondo atto (“Ecco l’orrido campo….Ma dall’arido stelo divulsa”), ma siccome trovo il non lungo intervento nell’atto primo di una difficoltà enorme, voglio anche sottolineare il suo “Pace…svellermi dal core” e seguente. Saioa Hernández, da parte sua, canta molto bene ed è la migliore nella seconda compagnia, anche se il timbro è più metallico e il fraseggio un po’ generico; come al solito, le note filate sono scarsissime o del tutto assenti.

Ulrica è un ruolo breve, ma quasi impossibile. Daniela Barcellona lo affronta (malgrado il volume si perda un po’ salendo verso la zona acuta) con un canto molto “italiano”, cosa che la pur brava Okka von der Damerau non può vantare, anche se le dimensioni vocali sono più ampie (ma il grave è meno scuro e corposo).

Oscar, il travestito alla francese di Verdi, è impersonato da Sara Blanch (l’annunciata Jodie Devos non ha cantato alcuna recita), che fa benissimo anche se nell’ultima replica il timbro pareva a momenti affaticato (nove serate sono tante in undici giorni). Molto intelligente e molto divertente e divertita, si ritaglia un successo personale e meritato.

Artur Ruciński, Renato, che non ascoltavo da tempo e l’ultima volta non mi aveva colpito positivamente, è tornato agli ottimi livelli precedenti con in più una partecipazione scenica molto sentita e il rispetto delle alternanze dinamiche nell’aria di sortita (che voci più grandi e più scure non sempre rispettano). C’è chi sostiene che non ha un volume “verdiano”. Non capisco cosa voglia dire: emissione e proiezione sono talmente a posto che si sentono perfino in momenti dove altri fanno fatica a farsi sentire (mi riferisco ai concertati soprattutto). Il colore è adatto e in certi momenti, come nel secondo “Amelia!” della fine del secondo atto, esprime tutti i sentimenti contrastanti del personaggio. In più, anche se forse ha sbagliato il ‘dove’ nel permettersi il pianto in “Eri tu” (frase finale), l’ha reso più umano e forse anche più “maschile”. L’ovazione è stata enorme. Ernesto Petti ha dalla sua un colore più scuro e un volume che al Liceu non colpisce tanto quanto, per esempio, a Piacenza. Qui, il suo canto è meno stentoreo e monotono di quello che gli avevo sentito nell’Ernani piacentino e il suo Renato oggi m’impressiona più positivamente, anche se in certi momenti pare sempre volersi imporre per un acuto sì bello ma non sempre ortodosso. Come interprete può ancora crescere.

Arrivati qui, devo ricordare che nell’ultima ripresa del Ballo al Liceu del 2017 c’erano Carlos Álvarez, Piotr Beczala e anche Fabio Sartori (sul quale alcuni colleghi e io avevamo avuto da ridire sotto l’aspetto interpretativo; personalmente oggi sarei più cauto). I livelli raggiunti in quel caso sono difficili (per me impossibili) da dimenticare.
Arturo Chacon-Cruz è disinvolto e cantante parecchio bravo. Ma sia per atteggiamento che per mezzi vocali non è l’ideale per uno dei ruoli più difficili di Verdi. La voce sembra appannata, gli acuti un po’ al limite e sembra più Hoffmann che Riccardo. Nobiltà ed eleganza fanno forse ancora più difetto all’osannato e applauditissimo Freddie De Tommaso. Materiale prezioso, grande volume, buona tecnica, è chiaramente più a suo agio (forse troppo) in una recita che in concerto. Per il momento, però, è un tenore da acuti, che ovviamente piacciono, ma le corone a bizzeffe rischiano di rovinare la fine della cavatina di sortita e – peggio – fanno temere per il rapporto con l’orchestra nella grande aria finale. Fa il famoso salto al grave nella barcarola ma senza risultati interessanti e tutto il tempo sembra piuttosto un cliente del bar che un reale mascherato. Come fraseggiatore deve ancora maturare. Il successo per lui è comunque grandissimo (viene applaudito perfino dopo “Sì, rivederti Amelia” come ho sentito solo nei casi di Tucker e Björling).
I comprimari sono corretti. Il Silvano di David Oller è molto simpatico e vivace, e canta bene, ma la voce è troppo leggera per il personaggio. Bravi i due cospiratori, forse più sonoro ed espressivo Valeriano Lanchas (Samuel) di Luis López Navarro (Tom), comunque molto a posto.
Folto pubblico nelle recite che ho seguito, anche se non tutto il teatro era esaurito. Molti applausi alla fine e anche nel corso della rappresentazione.

Barcellona, 12 e 20 febbraio 2024

 

 

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