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Barcellona, Gran Teatre del Liceu – Orgia

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Di tutta la produzione scritta da Pier Paolo Pasolini, la parte più debole penso sia quella teatrale. L’unico titolo che – grazie soprattutto ai Gassman – ha avuto e forse potrebbe ancora avere qualche successo è Affabulazione (non so Calderón) incentrato su un conflitto tra padre e figlio. Certo, se si legge la sua straordinaria traduzione dell’Orestea di Eschilo (e in particolare i momenti riservati ai personaggi femminili) si capisce che a Pasolini non mancavano né la forza né l’incisività per essere anche un grande della scena. Semplicemente ha voluto usare il teatro per esporre le sue considerazioni sul potere, la diversità, l’invisibilità per mancata accettazione della società, la borghesia consumistica vuota dentro e fuori. Ma quello che gli è riuscito, per esempio, in Teorema (sia nel film sia nel romanzo) non ha avuto la stessa fortuna sul palcoscenico.

Orgia – allestita al Gran Teatre del Liceu di Barcellona – è una sorta di Teorema minimal, una pièce da camera, un Huis clos dove una coppia si distrugge consapevolmente in un rapporto sadomasochistico, per la verità più detto che non rappresentato. Alla fine (ammesso che ci sia un finale) la moglie si suicida, ma prima uccide i figli (ecco il ricordo di Medea) e il marito s’impicca (l’opera comincia proprio in questo momento) dopo una conversazione e tante aggressioni fisiche e verbali con una prostituta quando, tra l’altro, scopre di essere “diverso” e accetta il fatto vestendosi da donna.
Si tratta di sei scene brevi: l’opera qui dura quasi quanto La bohème, ma ovviamente senza sosta e senza pause (credo che volutamente si cerchi di far stare male lo spettatore). Il testo è quasi identico all’originale con qualche piccolo taglio dovuto alle forbici di Calixto Bieito, responsabile in toto anche della messinscena (a parte le luci, che sono di Michael Bauer). Lo spettacolo, una coproduzione tra il Liceu, il Festival di Peralada e il Teatro Arriaga di Bilbao, è nato meno di un anno fa proprio nel teatro di Bilbao, il cui direttore artistico è appunto Bieito.

La musica di Hèctor Parra è “buona” nel senso che la si ascolta senza problemi, anche se è iterativa e funzionale principalmente a sottolineare la monotonia della situazione e la mancata teatralità della trama: benché la brava orchestra del Teatro sia stata ridotta per l’occasione, andiamo sempre da un climax all’altro senza sosta e senza risoluzione (non so se sia un’allusione all’interruptus che aleggia in tutta la serata a simbolo dell’inanità di qualsiasi atto o gesto). L’unico momento davvero bello e teatrale è il grande monologo della moglie prima del suicidio, dove l’orchestra accompagna in modo piuttosto delicato e quindi si possono seguire tutte le parole. Gli interpreti non sono italiani, ma la loro dizione è più che buona; certo, se si deve sussurrare a tutta velocità (la moglie) o si deve non di rado arrivare al grido e a qualche falsetto (il marito), non sempre il testo è del tutto comprensibile. Naturalmente (segno dei tempi) il canto è esasperato, soprattutto nel caso del baritono che ha la parte più lunga e pesante, o fa ricorso alle agilità per la prostituta: stilema usato per le donne “facili” che parte dalla Traviata di Verdi e, passando per la Fiakermilli dell’Arabella straussiana, arriva fino alla Lulu di Berg). La linea di canto più normale è quella affidata alla moglie, anche se non ho capito per quale ragione certe frasi vengano recitate o parlate, altre cantate, e i falsetti – non molti per la verità – siano riservati solo al marito.

L’allestimento di Calixto Bieito, malgrado la fama – ben guadagnata – di provocatore che avvolge il suo nome, risulta piuttosto moderato e, anche se non mancano il sangue e i finti colpi alla prostituta, non “mostra” tutto esplicitamente: la scena in cui la moglie si taglia la vagina con una bottiglia ricorda – sebbene più lunga e molto meno efficace – quella terribile di Sussurri e grida di Bergman. Il regista cerca di creare dei personaggi malgrado il testo non l’aiuti troppo, e la soluzione trovata per l’uccisione dei bambini è comunque eccellente. In linea di massima, Bieito narra bene e in modo chiaro (cosa che non succedeva per esempio nel tremendo Maometto napoletano).

L’orchestra, come detto, suona ottimamente ed è attenta alla bacchetta di Pierre Bleuse, il maestro già impegnato nella prima assoluta a Bilbao, che sembra molto a suo agio in questo tipo di repertorio e cerca sempre di trovare il giusto equilibrio tra buca e palcoscenico.

Dei tre cantanti, solo il baritono Christian Miedl è nuovo alla parte e risulta molto convincente, benché bisognerebbe sentirlo in altri ruoli per avere un’idea più completa delle sue vere qualità e possibilità. Come artista è comunque ineccepibile. La più nota dei tre, e già protagonista al debutto, è Ausrine Stundyte (per la prima volta al Liceu) nei panni della moglie: voce notoriamente importante da soprano “spinto”, con gran volume e buon colore, e attrice eccellente. L’altro soprano, anche lei prima interprete assoluta del ruolo della prostituta, è Jone Martínez, molto sicura nel canto e disinvolta nell’interpretazione.
Teatro abbastanza pieno e, alla fine, applausi calorosi per tutti, in particolare per il compositore.

Barcellona, 11 aprile 2024

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