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Barcellona, Gran Teatre del Liceu – Lady Macbeth del distretto di Mcensk

L’opera lirica più importante di Dmitrij Šostakóvič si sta imponendo in modo lento ma deciso nei repertori dei teatri, perfino dei più restii ai titoli “nuovi” (!). Il Gran Teatre del Liceu ha addirittura programmato Lady Macbeth del distretto di Mcensk per iniziare la nuova stagione. E ha fatto bene. Soprattutto perché ha presentato una versione più che degna di un’opera difficile, e il pubblico (anche se non c’è stato l’assalto al botteghino) ha risposto in modo molto positivo. Si creda o no, nella recita di cui riferiamo non un cellulare ha squillato, non una persona si è alzata e se n’è andata facendo magari tutto il rumore possibile, nessun fuggi fuggi dopo la pausa.

Il nuovo allestimento per la regia di Àlex Ollé (scene di Alfons Flores, costumi di Lluc Castells e ottime luci di Urs Schönebaum) è probabilmente la cosa migliore che abbia visto di questo rinomato uomo di teatro. Naturalmente la storia viene attualizzata in una specie di “atemporale contemporaneo”, anche se così il testo (il breve romanzo originale di Nikolaj Leskov è del 1865) rischia di diventare incoerente o poco credibile. Ma la direzione degli interpreti è eccellente, e se l’acqua onnipresente si può giustificare con la scena finale, pensando che dall’inizio tutto tenda a quel momento, proprio l’atto quarto è quello dove è più facile trovare delle incongruenze (niente Siberia, i carcerati sono mezzi nudi, tutti si riposano in comode camere da letto come quella di Katerina, in aperto contrasto con quanto detto). Per il resto pochi elementi, ambienti chiusi formati da sipari-pareti mobili e un suocero tremendo sì ma che questa volta non ascolta ossessivamente da solo per sorprendere la nuora, ma lo fa mentre gioca a carte con degli amici e si ubriaca in modo pesante. Ovviamente Sergei, nella scena della seduzione, deve mostrare il suo sedere (e il suo modernissimo slip, perfino nella scena finale, con quel freddo…), mentre Katerina se la cava con vestaglia e reggiseno. Per evitare malintesi, si tratta di “dettagli” molesti ma che non inficiano la tenuta generale dello spettacolo.

Il direttore musicale del Liceu, Josep Pons, dimostra ancora una volta che è questo il repertorio che gli è più congeniale: non solo l’orchestra gli risponde in modo più che notevole ma il livello di espressività è altissimo: forse nella scena del contadino ubriaco sarebbe auspicabile maggior attenzione per il peso vocale del pur bravo interprete, José Manuel Montero. Molto buono – anche sotto il profilo teatrale – il lavoro del coro ben preparato come al solito da Pablo Assante.

I quattro interpreti principali sono al debutto nelle rispettive parti. Sugli scudi, come dev’essere, la Katerina di Sara Jakubiak, voce importante, un po’ metallica nel salire all’acuto (fatto che tuttavia qui non disturba, anzi), brava attrice, buona figura. Lo sgradevole belloccio Sergej viene interpretato e cantato in forma assai convincente da Pavel Černoch, voce importante anche se non bellissima. Boris, il suocero, è Alexei Botnarciuc, cantante efficiente e bravo attore ma dotato di una vocalità solo discreta (in particolare, gli fanno difetto i gravi). Non si capisce perché quando si presenta il suo fantasma l’artista cambi (Alejandro López). Meno ancora si capisce l’idea di scritturare Paata Burchuladze (un basso dai mezzi un tempo impressionanti, ma mai troppo musicale) per il breve ma fondamentale ruolo del vecchio forzato che apre con la sua mesta canzone l’ultimo atto. Ilya Selivanov è Zinovij (il marito pusillanime) e per la parte risulta perfetto. Tra i numerosi ruoli di contorno citiamo il Pope di Goran Jurić, il capo della polizia di Scott Wilde, la Sonietka di Mireia Pintó, ma tutti sono assolutamente adatti al loro compito.

Barcellona, 1 ottobre 2024

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