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Barcellona, Gran Teatre del Liceu – La Cenerentola

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Un tempo tempio del belcanto (soprattutto per quanto riguarda Bellini e Donizetti, e sempre seguendo i capricci di qualche diva) il Gran Teatre del Liceu ha deciso per una volta di dare uno sguardo alla sua tradizione e ha ripreso La Cenerentola di Rossini in un allestimento che ha visto la luce a Roma anni fa per la regia di Emma Dante.

Lo spettacolo è piaciuto, anche se non è stato un vero e proprio trionfo. Personalmente trovo quasi sempre interessanti gli allestimenti firmati dall’artista siciliana anche se, quando escogita un’idea brillante, Dante non si fa scrupoli di ripeterla nel corso dello spettacolo generando così un po’ di monotonia. Qui ad esempio il sipario si alza dopo il Maestoso iniziale della Sinfonia: la scena si riempie di doppi delle tre sorelle che, come il resto di comparse e ballerini (e alla fine anche i tre personaggi “maligni”), raffigurano degli automi che portano sulla schiena delle smisurate chiavi accomunandoli tutti come fratelli – e sorelle, per carità – della più famosa Olympia di Offenbach. Vederli successivamente in ogni momento dello spettacolo fa sì che un’invenzione estrosa e gradevole diventi noiosa. Non è poi una trovata geniale (anche se coerente con le intenzioni della regista) fare che le aspiranti consorti del principe (non le sorellastre), deluse per l’accoglienza riservata alla bella sconosciuta mascherata, si uccidano indispettite una ad una, dopo aver tentato inutilmente di sopprimerla. Ma l’azione scorre veloce e i personaggi, tranne uno, non cadono mai nella goffaggine o nella macchietta. Le scene – tutti i responsabili sono sempre gli stessi del team della Dante – sono belle ed essenziali (ma lo spazio scenico resta troppo aperto), e i costumi fantastici.

Dirigeva Giacomo Sagripanti, ormai di casa al Liceu. Per quanto mi riguarda, il direttore italiano non ha mai ripetuto, almeno qui a Barcellona, le eccellenti prove date a Pesaro e Parigi. Ha una magnifica idea del ritmo, ma non sempre della dinamica (e si vedeva quando arrivavano alla fine i numeri di insieme – fatta eccezione per il difficilissimo concertato del finale primo, messo a fuoco davvero bene – ma anche nel caso della terza aria di Magnifico – “Sia qualunque delle figlie” – dove non aiutava certo il cantante). È anche vero che in buca si vedevano volti nuovi. E mancava il coro del Teatro sostituito dagli uomini del Cor Madrigal (corretto), agli ordini di Pere Lluís Biosca.

Passando al cast (qui si riferisce del primo), abbiamo avuto la bella sorpresa di ascoltare Maria Kataeva, un mezzosoprano vero e proprio: voce non grande ma bella e ben timbrata (ovviamente si perdeva un po’ nell’atto primo, quando doveva cantare in terzetto o quartetto) e parecchio disinvolta. Nel rondò finale ha ottenuto un bel successo sfoggiando agilità precise e tecnica ineccepibile.
Javier Camarena si è ritagliato un successo personale, in particolare nella grande aria del secondo atto, e il suo Ramiro verrà annoverato tra i suoi più grandi trionfi al Liceu, benché per la prima volta mi è sembrato che arrivasse agli acuti più per abilità tecnica che per facilità.
Don Magnifico era un bravissimo Paolo Bordogna, un po’ penalizzato ora dalla posizione, ora dalla bacchetta. Ha creato un personaggio in alcuni momenti odioso, offrendo in altri un’eccellente dimostrazione di cosa sia il buffo caricato (ma senza esagerazioni), con dizione chiarissima e stile perfetto. Florian Sempey ha dalla sua una bella voce e canta parecchio bene. Il problema sta nel fatto che vuole dimostrarlo a tutti i costi e in ogni istante: purtroppo le corone non servono molto a caratterizzare Dandini nell’aria di sortita, e mettono invece a rischio l’intonazione e l’esattezza del finale. È stato l’unico, poi, a delineare un personaggio sopra le righe ma non per questo più divertente. Arrivati al famoso sestetto (quello del nodo avviluppato che comincia proprio lui) ha iniziato con un tipo di emissione e di colore per finire con ben altro.
Caso esattamente contrario per Erwin Schrott (credevo che solo la Scala si permettesse il lusso di scritturarlo per Alidoro): il suo “maestro” lo era davvero in tutti i sensi. Magnetico sul palcoscenico, autorevole anche con la sola presenza, ha cantato molto bene fin dal suo ingresso (“Un tantin di carità”) e superato le insidie di un’aria tremenda come “Là del ciel”, dove l’amministrazione esemplare del fiato, del legato e delle agilità hanno scatenato un grande applauso a metà esecuzione (il pubblico non conosce il pezzo purtroppo, com’è successo anche con l’aria di Ramiro) e un’ovazione alla fine. Mi chiedo solo perché il Liceu non pensi a lui per parti e personaggi dove può brillare ancora di più (si badi che con altri direttori qui ha cantato Faust, Carmen e Tosca. Con la gestione attuale solo Macbeth e in futuro, a quanto si dice, Aida). Delle sorellastre era molto più equilibrata come canto e interpretazione la Tisbe di Marina Pinchuk che non la Clorinda di Isabella Gaudí, interessante più come attrice che come cantante.
Il pubblico che riempiva la sala ha applaudito soddisfatto tutti i protagonisti.

Barcellona, 18 maggio 2024

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