Barcellona, Gran Teatre del Liceu – Händel/Mozart: Der Messias

Il Messiah di Händel, nella versione adattata da Mozart nel 1789 (Der Messias), è l’ultimo titolo “operistico” del Gran Teatre del Liceu, che lo ha proposto nell’allestimento di Robert Wilson nato nel 2020 per Salisburgo. Ora, è senz’altro vero che alcuni tra gli oratori di Händel possono diventare facilmente opere liriche, come Theodora o Semele, in particolare quest’ultima se a metterla in scena è un regista come Robert Carsen che nel barocco trova un’ispirazione non sempre riscontrabile in altro repertorio. Ma proprio il Messiah? È un testo minimamente teatrale? Davvero funziona meglio nella versione realizzata da Mozart e in tedesco? E poi, può diventare drammatico un allestimento di Wilson? Tutte domande retoriche, perché l’unica risposta possibile è no.

E infatti, visto uno spettacolo di questo regista, che magari può anche piacere esteticamente, si può scommettere che tutti gli altri saranno più o meno uguali o simili. Ed ecco che, anche in questo Messias, si vedono belle luci, artisti che per la maggior parte del tempo si muovono di profilo al rallentatore con gesti enfatici e “congelati”, vestiti nei modi più diversi: il basso somiglia a un samurai di un film di Kurosawa, il contralto è una specie di copia della famosa Dama di Elche, il tenore in abiti più o meno contemporanei assume un atteggiamento tra il critico e l’ironico – perché? – mentre il soprano indossa costumi astratti bianchi o argentei. Qualche scena può dirsi riuscita dal punto di vista plastico, ma risulta assolutamente superflua sul piano teatrale. I coristi compaiono all’inizio quasi come i peregrini del Tannhäuser, ma poi continuano in abito da concerto. C’è un albero che dapprima è capovolto e sradicato ma alla fine si presenta in posizione normale. Poi ci sono trovate che non avevo visto in altri allestimenti di questo celebre regista, e cioè un anziano e una bambina che compaiono in due occasioni (il signore, un po’ burbero di buon cuore, la bambina non so cosa stia a fare) e un ballerino (il bravo Alexis Fousekis) che si presenta all’inizio in pannoloni, poi continua con una maglia da balletto nera e finalmente con tuta da astronauta, mentre un video mostra la fusione dei ghiacciai sulle note del celeberrimo Hallelujah! cantato dal coro. Nel bel mezzo di tutto, si presenta una specie di riccio-uomo di paglia che fa pagliacciate. Ci sono poi delle travi che compaiono dall’alto e nell’unico duetto (alto-tenore) c’è un qui pro quo lievemente erotico.

I solisti non hanno (e non ce ne sarebbe bisogno) un volume importante: si tratta di cantanti musicali che di solito si sentono in una grande sala senza difficoltà, ma non in questo caso.
Richard Croft è sempre una garanzia di stile e tecnica, ma il tempo che passa si fa notare e non l’aiuta l’aspetto tra il sornione e il critico del suo “personaggio” (che non gli impedisce di ballare la sua seconda aria). Kate Lindsey è un bravo mezzosoprano ma non un contralto e canta bene le sue due splendide arie (peccato che soprattutto nella seconda, quella più struggente, qualche strumento a fiato solista e la sezione degli archi sembrino volerla schiacciare anziché accompagnare). Il basso Krešimir Stražanac ha un bel timbro ed è la voce più importante quanto a volume, tuttavia può ancora migliorare l’emissione degli acuti. La prestazione più soddisfacente viene da Julia Lezhneva, con la sua voce da lirico-leggero molto abile e precisa nelle agilità e negli acuti. Bene il coro istruito da Pablo Assante, magari più a suo agio nei momenti drammatici e di grande espansione che in quelli lirici o raccolti, dove è sembrato un po’ debole.

L’orchestra non era male, ma Josep Pons le ha chiesto di suonare – come detto sopra – con una forza e un suono massiccio che facevano pensare, piuttosto che a un Händel riveduto da Mozart, a un Bach riveduto da Mendelssohn. Si trattava dell’ultima delle repliche di questo “viaggio spirituale” – così è stato presentato lo spettacolo – e in sala c’era abbastanza pubblico, prodigo alla fine di applausi convinti. Viaggio o non viaggio, spirituale o no, di certo un’opera non era. [Rating:2.5/5]

Barcellona, 26 marzo 2024