Chiudi

Barcellona, Gran Teatre del Liceu – Fidelio (direttore Gustavo Dudamel)

Condivisioni

Al Gran Teatre del Liceu è stato proposto in forma semiscenica il Fidelio di Beethoven. Un’operazione fortemente voluta da Gustavo Dudamel, alla guida della sua Los Angeles Philharmonic Orchestra, e concepita anche per un pubblico non udente. Uno spettacolo con qualche elemento scenico, costumi (Solange Mendoza), un disegno luci (Tyler Golver e Tyler Lambert-Perkins), un regista (Alberto Arvelo) ma anche un co-regista (Joaquín Solano). La coreografia della lingua di segni è stata preparata da Colin Analco, con l’aiuto di Bridget Berrigan. La produzione artistica era di Gabriela Camejo.

Insomma, una versione davvero particolare e “inclusiva”, dove i personaggi si presentavano duplicati: ogni cantante (vestito di bianco, con dei costumi ‘neutri’ ma alcuni davvero poco azzeccati) era “doppiato” da un attore non udente (vestito di nero o con colori scuri). Lo stesso avveniva per i coristi. Se l’unica opera lirica di Beethoven presenta non pochi problemi di teatralità, pensi il lettore cosa possa significare un cantante più o meno immobile mentre il doppio si muove e fa anche dei gesti che sono la traduzione del testo nella lingua dei segni. Per di più ai mimi – tutti bravi e disinvolti – veniva affidata pure la traduzione dei dialoghi (che si potevano seguire come sempre con i sopratitoli in tre lingue). La sensazione di noia per la mancata messa a fuoco della componente drammatica risultava micidiale.

La parte musicale avrebbe potuto riscattare lo spettacolo, o farne passare in secondo piano i problemi. Purtroppo se i tre cori impegnati nella produzione si sono fatti valere pur cantando sempre dal fondo del palcoscenico, i solisti non erano eccezionali. Gabriella Reyes (Marzelline) mi era parsa interessante al Met di New York in una parte di rilievo di Florencia y el Amazonas (dove cantava un ruolo da soprano lirico pieno). Qui si sentivano bene gli acuti (qualche volta un po’ striduli) ma più in basso la voce si perdeva e comunque il colore era molto opaco. Il Jaquino di David Portillo lo si sentiva appena, ma in ogni caso risultava meno insufficiente del Rocco di James Rutherford, un basso che basso non è, scarso nei gravi e limitato nel volume. Il Pizarro di Shenyang era l’esempio tipico del cantante asiatico ‘medio’ – buona voce, tecnica corretta, espressività discreta – di cui però ti dimentichi prima di uscire dal teatro. Più interessante il basso baritono Patrick Blackwell (Don Fernando) che dimostrava di avere buona capacità polmonare ma anche doti di fraseggiatore e interprete.
La protagonista, Tamara Wilson, ha confermato di essere una cantante musicale e affidabile, ma cantare il ruolo di Leonore dopo Beatrice di Tenda a Parigi non pare molto sensato. La voce è sempre importante, e logicamente più scura di alcuni anni fa, ma sembra avere un po’ meno volume e l’eccesso di metallo – soprattutto in zona acuta – dovrebbero farla riflettere. Quanto al tenore Andrew Staples, ha dimostrato di avere i numeri necessari per sostenere la parte di Florestan, anche se l’emissione non è parsa sempre ortodossa e il colore sarebbe più adatto a ruoli tipo Egisto o Erode nelle opere di Strauss. Il tedesco esibito da questo cast non era certo ottimale, anche se soprano e tenore protagonisti se la cavavano meglio degli altri.

La prestigiosa Los Angeles Philharmonic suonava bene, ovviamente, ma qui il problema che si poneva era un altro. Gustavo Dudamel, che ha lascito Parigi senza finire la passata stagione, pare che intenda continuare a dirigere opere. I titoli si accumulano, ma non vengono approfonditi adeguatamente. E a parte questo, fin dai primi accordi la dinamica era capricciosa e il tempo alla fine dell’Ouverture e nei momenti conclusivi dell’opera era confuso e il suono tutto fuorché pulito. Se poi si vogliono far sentire le influenze dei Singspiel di Mozart non è detto che tutta la prima parte dell’atto primo (fino all’arrivo di Pizarro che ci butta nello scompiglio) debba suonare piatta e senza la minima tensione drammatica (il duetto dei due giovani, l’aria di Marzelline, quella di Rocco ma soprattutto il sublime quartetto passavano praticamente inosservati). Lo stesso succedeva nel secondo atto, fino al momento dell’arrivo di Pizarro (pare che i cattivi, per Dudamel, servano ad animare musica e azione).
L’unico applauso durante la recita si è sentito alla fine dell’aria di Leonore. Accoglienza quindi tiepida almeno fino alla fine, quando gli ammiratori del maestro e le persone commosse per lo sforzo degli attori non udenti hanno scatenato un uragano di applausi, che però è risultato davvero sproporzionato rispetto alla scarsa qualità artistica di quanto si è visto e sentito.

Barcellona, 26 maggio 2024

image_print
Connessi all'Opera - Tutti i diritti riservati / Sullo sfondo: National Centre for the Performing Arts, Pechino