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Barcellona, Gran Teatre del Liceu – Carmen

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Il capolavoro di Georges Bizet ritorna con regolarità al Gran Teatre del Liceu come altrove. Carmen non è mai stata opera facile. Di tutte le versioni che ho visto in questa sala, nessuna può paragonarsi a quella del lontano Natale/Capodanno 1974 soprattutto grazie ai due protagonisti, Obraztsova e Domingo, allora nel massimo splendore delle rispettive carriere. Questa volta abbiamo come al solito due compagnie (riferirò solo della prima) nello storico primo allestimento operistico di Calixto Bieito, datato 1999 (è passato un quarto di secolo, chi mai l’avrebbe detto?).

Si sa che il regista catalano è discutibilissimo. Nel caso di questo spettacolo, tuttavia, alcuni momenti sono memorabili: il soldato aspirante torero che si allena nudo nella notte, mentre l’orchestra suona il preludio all’atto terzo, è davvero molto poetico (aggettivo comunemente estraneo alla concezione teatrale di Bieito). Per il resto, quello che vediamo è un mondo di machos, capaci di gesti volgarissimi assolutamente contrari a testo e musica, ad esempio nei cori dell’atto primo, dove agiscono soldati brutali, contrabbandieri e sigaraie che quasi non fumano, mentre Micaela in questo contesto figura più che mai come i cavoli a merenda e Lillas Pastia si aggira dall’inizio (brontolando durante il preludio) non si sa bene a far che. La bambina zingara condannata al destino delle adulte può essere interessante, ma si tratta anche in questo caso di una soluzione che non ha un riscontro diretto nella musica e nel testo. La bandiera spagnola usata in mille modi poco edificanti (all’epoca fece un po’ di scandalo) come l’enorme toro di una celebre pubblicità e la cabina telefonica (oggi una reliquia fra il sociologico e l’artistico) da dove la protagonista canta la sua sortita, sono tutti “simboli” invecchiati, anche se ancora se ne capisce il senso. Il lavoro sugli artisti è molto accurato e l’unico che si limita solo a cantare è Escamillo (non per colpa dell’interprete), mentre Frasquita e Mercedes e Remendado e Dancairo sono approfonditi nei caratteri, come anche Zuniga. L’immagine che si dà di Morales è invece assolutamente più riduttiva che in altre versioni e il suo intervento nel secondo atto è superfluo (a meno che non si consideri fondamentale la fellatio che Mercedes si vede costretta a fargli durante l’introduzione alla canzone gitana). La posizione del coro di bambini e donne nel primo atto è poco felice, visto che all’inizio devono cantare dietro un muro di soldati per poi passare e sedersi sull’orlo del palcoscenico. Ovviamente le trasgressioni di Bieito, riviste oggi, sono niente a confronto della Carmen che in questi stessi giorni ha debuttato al Met di New York, in un nuovo allestimento praticamente demolito dalla critica.

Passando al versante musicale, l’orchestra conferma di attraversare un momento di grazia sotto la guida di Josep Pons, che qui convince più che in altri suoi tentativi di sconfinare dal repertorio che gli è più congeniale, quello mitteleuropeo tra fine Ottocento e Novecento. A parte qualche stacco veloce nella prima parte del preludio, e qualche eccesso sonoro alla fine degli atti (in particolare gli ultimi due), accompagna bene i cantanti, con tempi adeguati, e se non dimostra l’espressività di altre bacchette, la sua direzione risulta nel complesso buona.

Don José è Michael Spyres, che delinea un personaggio interessante, in particolare nell’ultimo atto: i suoi movimenti dopo la morte di Carmen sono adeguatissimi. Canta molto bene e con grande senso dello stile. Poi si sa che, essendo un baritenore, il timbro non è accattivante e magari gli manca un pizzico di volume verso la fine degli ultimi due atti, ma risolve perfettamente tutte le difficoltà di una parte tutt’altro che facile.
Micaela di solito si porta sempre a casa la serata, in particolare dopo la sua grande aria, e così è anche per la brava Adriana González, una voce forse un po’ scura per la parte ma con dei pianissimi molto belli e un’interpretazione che – grazie alla regia, va detto – non ha niente a che vedere con il cliché insopportabile dell’oca giuliva che si suole associare per tradizione al ruolo.  Escamillo è Simón Orfila, che a inizio carriera era un basso baritono (più baritono che basso) che cantava da basso e ora, dopo aver sviluppato bene il timbro e il registro grave, canta una parte di basso baritono acuto. Tutto sommato è corretto: i suoi momenti migliori sono i couplets del “Toréador”, mentre negli altri due atti la voce suona un po’ opaca, tuttavia senza pregiudicare la resa complessiva.
Jasmine Habersham (una voce un po’ acida) e Laura Vila (bene come voce, ma ancora meglio come artista) offrono un bel ritratto di Frasquita e Mercedes. Toni Marsol, indotto dalla regia, delinea un Morales alla Escamillo, un po’ troppo macho, e in qualche momento risulta molto tagliente. Benissimo Jan Antem e Carlos Cosìas come capi dei contrabbandieri. Felipe Bou vocalmente è un Zuniga molto modesto. Bravissimi il torero nudo di Guillermo Castillo e il Lillas Pastia di Abdel Aziz El Mountassir (ma loro non cantano) e anche la zingara bambina e tutte le comparse maschili che si fanno in quattro tutto il tempo.

E Carmen? Alla fine si è sentito qualche fischio solitario, per niente meritato, quando è uscita per i saluti Clémentine Margaine. Che non è certo una interprete indimenticabile: canta bene, a tratti anche molto bene, ma in modo convenzionale e qualche volta non troppo partecipe. Tuttavia qui è più interessante rispetto all’edizione di Firenze dell’anno scorso, anche se qualche acuto risulta aspro (e a metà della “Séguedille” emette un grido – acuto non è – poco elegante). Negli ultimi atti il volume, sempre notevole, sembra ancora più grande e il colore è quasi sempre omogeneo: solo in qualche momento l’emissione di petto non risulta troppo naturale. L’eccellente padronanza della lingua madre è di grande aiuto (una ‘r’ un po’ strana non disturba). Non sarà una Carmen storica, come non lo è tutta questa versione, ma oggi come oggi non vedo tantissime protagoniste in giro che sappiano far (molto) meglio di lei soprattutto tra le cosiddette star, molte dal fulgore assai debole.
Bravissimi il coro di bambini Veus Amics de la Unió preparati da Josep Vila i Jover e, ancora di più, il coro del teatro istruito come sempre da Pablo Assante (per fortuna una scelta buona di questa gestione).
Teatro praticamente esaurito, successo nel complesso caloroso.

Barcellona, 4  gennaio 2024

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