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Barcellona, Gran Teâtre del Liceu – Adriana Lecouvreur (con Kurzak, Alagna/De Tommaso)

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La recente ripresa dell’opus magnum di Francesco Cilea al Gran Teâtre del Liceu potrebbe essere ribattezzata la “Adriana delle cancellazioni”. I primi a sparire dal cartellone sono stati Jonas Kaufmann (per altri impegni, una cosa che non mi sembra accettabile in alcun teatro) e Anita Rachvelishvili. Li ha seguiti Eleonora Buratto, che ha deciso che ancora non era il momento per vestire i panni della protagonista. Per ultima, anche la “assolutissima” Sonya Yoncheva rimandava l’appuntamento, come fece non molto tempo fa nella Gioconda alla Scala, sempre a ridosso della “prima”.

La seconda recita di questa Adriana Lecouvreur a cui ho assistito ha avuto successo ma il teatro non era strapieno. Con un titolo che qui ha visto protagonisti Tebaldi, Caballé, Freni e Frittoli tra le signore e tra i signori Carreras, Aragall, Domingo e Alagna bisognerebbe stare più attenti. Non per niente, a dodici anni di distanza dall’ultima edizione, è stato proprio Roberto Alagna con il suo Maurizio quello che ha servito meglio la partitura. Sarà pur vero che nel suo canto oggi le mezzevoci sono rare, ma è altrettanto vero che la voce è sempre solare, timbratissima, omogenea, salda e con degli acuti sicuri e splendenti, anche se qualche volta al limite. L’attore è inoltre molto disinvolto.
Aleksandra Kurzak ha avuto il merito di imparare il ruolo in due settimane e debuttarlo in due serate successive (Valeria Sepe è prevista per le tre ultime recite, anche se ha fatto la generale). Il risultato può dirsi buono. Certe opacità del registro medio-grave impediscono di capire bene il testo. Invece gli acuti sono ben piazzati e le mezzevoci, anche se un po’ avare nel primo atto e memori del passato da lirico-leggero, risultano di tutto rispetto. Alcuni momenti di fraseggio troppo “verista” sicuramente verranno addolciti in futuro. Presenza scenica e interpretazione lodevoli.
Clémentine Margaine era probabilmente la voce più voluminosa di tutte sul palcoscenico. Come succede spesso nelle sue esibizioni, l’interprete non è sempre all’altezza della cantante: espressioni come “Sedete” (atto secondo) o “Restate” (atto terzo) dovrebbero essere una lama di ghiaccio, incutere timore, rivelando un carattere autoritario tipico dell’aristocrazia. Comunque, una Bouillon più che apprezzabile.
Luis Cansino ha una voce importante di baritono, bella e parecchio estesa anche se il suono resta un po’ in gola in non pochi momenti. Purtroppo il suo Michonnet risultava a tratti troppo ‘comico’ (atto primo) e quando cambiava registro qualche ruggito o rumore strano (atto quarto) non lo faceva apparire più adatto. Corretti i comprimari, “colleghi” di teatro della protagonista; l’abate di Didier Peri era assolutamente soddisfacente: magari lo si vorrebbe un po’ più viscido, ma si faceva apprezzare in ogni suo intervento (particolarmente felice l’inizio dell’atto terzo), mentre il Principe di Felipe Bou risultava appena discreto.

Patrick Summers sarà anche un buon concertatore, ma è lontanissimo da questo tipo di repertorio. Si scatena con mano pesante in forti o fortissimi degni di Wagner: bastano i primi accordi dell’atto terzo, il balletto o l’inizio del celebre intermezzo per avere l’idea di una visione ordinaria che predilige il volume e un ritmo quadrato, quando invece si dovrebbero ricercare infinite sfumature e tempi flessibili che caratterizzano lo scorrere di questa meravigliosa opera, dove è anche indispensabile far passare il testo. Non parliamo dell’atto primo. L’accompagnamento di “Acerba voluttà” sarebbe stato capace di sfidare la Stignani e la Simionato messe insieme. L’orchestra gli risponde con una prestazione corretta ma ovviamente poco ispirata. Bene anche il coro, che forse per la scarsa presenza in scena questa volta veniva preparato dal direttore assistente, nonché pianista, David-Huy Nguyen Phung.

L’allestimento è quello nato a Londra quattordici anni fa per la regia di David McVicar, che si è visto un po’ dovunque sempre con meritato successo. Il tempo non è stato impietoso, in questo caso: lo spettacolo è sempre scorrevole, racconta bene la storia e, indipendentemente dagli interpreti, cerca di dare una visione corretta di epoca e caratteri; e non ci sono trovate cervellotiche, tipo quelle che vanno per la maggiore nel cosiddetto Regietheater. E poi è anche bello. E il teatro nel teatro funziona sempre benissimo. Bene anche il balletto, tra l’archeologico e l’ironico. Sala non pienissima, pubblico molto soddisfatto.

Alla recita successiva del 19 giugno, Aleksandra Kurzak è parsa più sicura e quindi si sono sentiti più piani e pianissimi, ma rimanendo certi accenti eccessivi in particolare nei due ultimi atti, con il risultato che il famoso monologo non è stato un grande momento. E poi le frasi nel registro centrale si capivano poco. Il ringraziamento del soprano al bravissimo suggeritore nonché maestro interno Jaume Tribò era chiaro e meritato.
Per la prima volta posso dire che Freddie De Tommaso mi ha convinto totalmente in un ruolo. Certo Maurizio non presenta le difficoltà di Riccardo o Don José, e se si potevano avvertire certe reminiscenze di Del Monaco (in particolare nel racconto del russo Mencikov, anche per via del colore scuro), l’acuto saldo, l’emissione corretta senza cedimento alcuno e perfino i piani – gli unici in tutta la serata – in “No più nobile” e il “morta!” che chiude l’opera (gli si perdona qualche singhiozzo inopportuno in più) meritavano l’applauso. Anche come interprete è apparso più coinvolto.
Quanto alle prove di Daniela Barcellona e Ambrogio Maestri – malgrado qualche riflesso metallico nell’acuto della prima e qualche sapiente modo per “arrivarci” nel secondo –, le ho trovate eccellenti per l’articolazione e l’adeguatezza degli accenti che hanno consentito loro di creare dei veri personaggi. Non si tratta solo di esibire voci e un modo di cantare e dire “all’italiana” (e scusate se è poco), ma anche di avere consapevolezza dello stile e delle esigenze che questo repertorio richiede. La classe non è acqua.
Pubblico e reazioni come la recita precedente.

Barcellona, 17 e 19 giugno 2024

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