Arena di Verona – La Grande Opera italiana patrimonio dell’umanità (con Riccardo Muti)

Uno spettacolo imponente, articolato in tre parti, con l’esecuzione di ben 28 brani tra ouverture, cori, arie, oltre 130 professori d’orchestra e oltre 300 coristi, 16 solisti di canto, ai quali si aggiungono ballerini e tecnici. Il tutto per celebrare in mondovisione l’Opera italiana patrimonio Unesco, alla presenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, delle più alte cariche dello Stato e di un pubblico nel quale c’erano moltissimi operatori del settore.

La Fondazione Arena di Verona confeziona una serata davvero monstre, in diretta su Rai1, affidando la presentazione ad Alberto Angela, Cristiana Capotondi e Luca Zingaretti, e cerca di coniugare la qualità artistica alla dimensione spettacolare adatta al mezzo televisivo (e fruibile da un pubblico generico, magari non abituato ai tempi e ai modi del teatro d’opera). Operazione difficile, non del tutto riuscita, ma comunque segnata da un vivo successo del pubblico che gremiva l’anfiteatro scaligero. Anzitutto, abbiamo notato una chiara differenza nella resa qualitativa del suono – la musica era amplificata – tra la prima parte dello spettacolo, che aveva come protagonista assoluto il maestro Riccardo Muti, e la seconda, quella con le arie dirette dal pur ottimo Francesco Ivan Ciampa.

Riccardo Muti ha guidato da par suo l’enorme orchestra, ottenendo sempre un suono lucido e ben calibrato (difficilissimo non incorrere in sbavature in quelle condizioni), imprimendo ai vari brani il carisma della sua personalità direttoriale, che in questi ultimi anni si invera in una cura del dettaglio saldata sempre a una chiarissima visione d’insieme. Il suo Verdi è così asciutto, affilato, concentrato, sacrale nelle pagine corali: emozionante il “Patria oppressa”, commovente – ça va sans dire – il “Va’ pensiero” (un plauso al maestro del coro Roberto Gabbiani), mentre in Bellini (la Sinfonia da Norma) l’involo melodico sorge lirico e struggente da un magma orchestrale corrusco. Limpido e luminoso il Rossini dell’ouverture da Guillaume Tell, tormentato il Puccini dell’intermezzo da Manon Lescaut, grandioso il Preludio e coro da Mefistofele. Scelta, quest’ultima che una volta di più si connette idealmente al magistero di Toscanini, faro ispiratore per il maestro apulo campano. Che non rinuncia a prendere la parola alla fine della sua esibizione e, con la libertà che l’autorevolezza e l’età gli conferiscono, tra il serio e il faceto, torna a ribadire l’orgoglio di aver portato l’opera italiana nel mondo. Torna a ribadire che la scrittura dei nostri grandi compositori (e cita non a caso Donizetti) merita lo stesso rispetto e la stessa attenzione che suscitano gli spartiti di autori come Mozart e Strauss (Richard). Ricorda infine, rivolto ai numerosi politici presenti (“uomini e donne di governo”, dice) che l’orchestra è un’immagine in piccolo dell’armonia che dovrebbe abitare anche la società. Il pubblico approva e tributa al maestro una standing ovation.

Nella seconda parte, come accennato, la resa acustica dell’amplificazione era davvero problematica, con le voci sovente in primo piano e un non corretto equilibrio tra le parti. Ciò detto, Francesco Ivan Ciampa è comunque da lodare per la capacità di tenere le fila di orchestra, coro e solisti in un programma così lungo e vario, che vedeva in scena un’infilata di alcune delle più importanti voci del panorama contemporaneo. Tuttavia, “alla cantata manca la diva”: Anna Netrebko, annunciata in due arie, non si esibisce, pare per una lieve indisposizione. Peccato, ma c’è di che consolarsi. Il programma allinea una serie di arie e cori in ordine sparso, introdotti dai tre presentatori sempre in modo puntuale: poche parole ma utili a inquadrare il clima emotivo del brano. Bravi dunque gli autori, anche se Capotondi incorre in qualche scivolone, forse a causa dell’emozione, mentre Zingaretti e Angela sono impeccabili. Alberto Angela in particolare è molto applaudito dal pubblico ed è lui a “spezzare” con un breve intervento la parte di programma diretta da Muti.

Alcuni brani sono eseguiti semplicemente in forma di concerto, altri sono accompagnati dalla danza, altri ancora presentano un accenno di mise en espace (ed echeggiano storici allestimenti areniani). È il caso del “Te Deum” da Tosca, con il protervo Scarpia di Luca Salsi e i costumi barocchi di Hugo de Ana, o – unica concessione a un’opera non italiana – l’incipit del secondo atto di Carmen (sensualissima Aigul Akhmetshina), con i ballerini a danzare frenetici nella storica versione di Zeffirelli. Eleonora Buratto in abiti da Butterfly dispiega il ventaglio di colori della sua meravigliosa voce in “Un bel dì vedremo”, Nicola Alaimo conquista il pubblico con la sua simpatia nella cavatina di Figaro, affiancato da mimi brillanti. La premier Giorgia Meloni (accolta da applausi misti a fischi al suo ingresso) abbandona l’anfiteatro proprio dopo questa esibizione, mentre il presidente Mattarella (sempre applauditissimo) aveva assistito solo alla prima parte, quella diretta da Muti.

Tra le stelle della serata, anche Roberto Bolle e Nicoletta Manni: i due danzano sul Coro muto da Madama Butterfly, mentre il solo Bolle è un intenso Turiddu sulle note dell’Intermezzo da Cavalleria rusticana. I ballerini dell’arena accompagnano poi il “Dies irae” dal Requiem di Verdi (altro deragliamento rispetto al tema “opera italiana”, ma forse anche un modo per ribadire la natura eminentemente teatrale del capolavoro sacro), mentre nella Marcia trionfale di Aida i danzatori replicano le spigolose coreografie di Stefano Poda.

La “maratona” vocale è aperta da un Jonas Kaufmann non in perfetta forma vocale (“E lucevan le stelle”), Jessica Pratt canta con trasporto “Casta diva” (priva però dell’introduzione orchestrale con la melodia dipanata dal flauto, ahi la tv!). Rosa Feola esibisce la tornita e lucente bellezza del suo timbro chiaro quale dolente Liù (“Tu che di gel sei cinta”). Juan Diego Florez canta con la consueta eleganza la “gelida manina” e “La donna è mobile”. Molto Puccini nel programma (naturale, anche alla luce del centenario dalla scomparsa): ecco dunque la cremosa pasta vocale di Juliana Grigorian per Musetta, il canto nobile (ma anche emozionato) di Gianluca Buratto in “Vecchia zimarra”, l’esuberanza di Vittorio Grigolo in “Nessun dorma”, la squisita Lauretta di Mariangela Sicilia. Brian Jagde sfoggia una solida vocalità tenorile in Pagliacci (“Vesti la giubba”), mentre Galeano Salas canta la “pira” con tanto di do (e contraddice quanto poco prima detto da Muti, a proposito del rispetto di ciò che è scritto, ma, si sa, il melodramma è anche questo). Francesco Meli cesella da par suo la “furtiva lagrima” e Ludovic Tézier, intenso e partecipe Gérard, viene applaudito anche dal coro. La conclusione, e non poteva essere altrimenti, è affidata a Grigolo e Feola nel Brindisi da Traviata.
Vivo successo per tutti e appuntamento al 7 giugno 2025 alle Terme di Caracalla di Roma, per una serata dedicata al “Sacro nell’opera”, omaggio al Giubileo. [Rating:3.5/5]

LA GRANDE OPERA LIRICA PATRIMONIO DELL’UMANITA’
Orchestra e coro di varie fondazioni lirico sinfoniche italiane
Riccardo Muti, direttore
Francesco Ivan Ciampa, direttore

Arena di Verona, 7 giugno 2024