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Venezia, Teatro La Fenice – Les contes d’Hoffmann

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Lo chiamavano il piccolo Mozart degli Champs-Elysées. Poi, con Les contes d’Hoffmann, Jacques Offenbach, re dell’operetta francese, tenta il salto verso la “grande” lirica. Per lo meno fino a quando il diavolo – che qui è uno dei principali protagonisti – decide di metterci la coda, impedendo la completa realizzazione dell’opera (rappresentata postuma nel 1881). Abbandonati gli sberleffi ai costumi del Secondo Impero, Offenbach concepisce un lavoro ambizioso, in bilico fra generi diversi, mutevole nel trattamento musicale. Vi profonde estri goliardici, bizzarrie, toni nostalgici e veleni da racconto gotico.
La tradizione testuale frammentaria che contrassegna Les contes rende problematica una piena e immediata comprensione dei procedimenti drammaturgici utilizzati dal compositore. Nel complesso gioco dei rinvii e delle allusioni fra cornice ed episodi raccontati, risultano spesso sfumati gli stessi confini fra i diversi generi musicali. Contesi fra grand-opéra, opéra-comique e drame-lyrique, Les contes riassumono di fatto lo stile caratteristico del compositore e le sue molteplici inflessioni: dall’ironia al sentimentalismo, dal grottesco alla nostalgia. Considerati quindi l’incompiutezza, i problemi testuali, le intenzioni sfuggenti della partitura e la grandiosità dell’impianto spettacolare, ogni riproposta teatrale comporta una sfida esecutiva e interpretativa.

Nella nuova edizione che ha aperto con grande successo la stagione del Teatro Fenice di Venezia, Damiano Michieletto non concede quasi nulla alle tinte noir e ai toni drammatici, facendo emergere dei Racconti soprattutto la dimensione operettistica, fantastica e surreale. Viene bandito di conseguenza ogni riferimento al realismo e alla psicologia. Per il regista veneziano, Hofmann non è l’eroe che percorre la via della ricerca interiore, ponendosi nel dubbio e soffrendo; è piuttosto un uomo che si rifugia nell’assurdo e nel paradossale, che arriva a far prevalere l’irrazionale sul razionale, il nonsenso sull’armonia. L’unica via di fuga che gli resta è rappresentata dagli aspetti visionari legati alla creatività artistica.
Nel prologo ce lo presenta in una locanda: è un uomo ormai vecchio, quasi un senzatetto mezzo ubriaco al quale restano solo la fantasia e l’immaginazione, oltre ai ricordi e ai fantasmi del passato. Grazie a questi ricordi riesce a raccontarsi agli avventori del locale ripercorrendo la storia di tre amori: Olympia la bambola, Antonia l’artista, Giulietta la cortigiana. Il primo, legato al periodo scolastico, è un amore vissuto nella fantasia e rappresenta l’illusione di un rapporto, perché Olympia di fatto non esiste, è solo un automa. L’episodio di Antonia (qui non una cantante, ma una ballerina ammalata che non riesce più a danzare) rimanda a un amore più maturo e consapevole destinato comunque a infrangersi, rappresentando quello che avrebbe potuto essere e non è stato. Poi c’è il quadro di Giulietta, ambientato in un nightclub, a rappresentare il gioco perverso e ambiguo della vita, l’incapacità di amare, la dissoluzione di ogni speranza. Anche l’illusione di ritrovare il vero amore nella diva Stella, la sua ultima e altrettanto irraggiungibile donna, è destinata a frantumarsi. Naturalmente, a impedire la realizzazione di tutti questi amori è il diavolo, nell’ottica di Michieletto una presenza vivace e sarcastica, quasi cabarettistica, che alla fine assume addirittura le sembianze di Stella.
Il risultato è uno spettacolo molto articolato e dinamico, che propone un viaggio a flashback senza connotazioni precise dal punto di vista temporale e geografico, e dove prevalgono i toni grotteschi e surreali, ma anche l’umorismo, specie nell’atto di Olympia. In questo viaggio, Hoffmann è accompagnato dal fedele Nicklausse, vestito da pappagallo, e da una moltitudine di altri personaggi che ben si addicono a un’opera “fantastica” quale Les Contes: fate, topi, donne mascherate, diavoli glitterati e perfino un altissimo trampoliere circense nell’aria di Kleinzach. Tutti – avvolti dai bellissimi costumi di Carla Teti – ritornano insieme nell’ultima scena.
Non ci sono forzature, trovate eccentriche e gratuite in questo spettacolo di Michieletto, assecondato come sempre al meglio dalle scenografie di Paolo Fantin. I diversi ambienti, grazie anche alle luci di Alessandro Carletti, risultano suggestivi: dalla locanda all’aula scolastica (con reminiscenze del Flauto magico veneziano di qualche anno fa), dalla scuola di danza al nightclub che rievoca gli inquietanti ospiti mascherati dell’orgia di Eyes Wide Shut, i quadri ideati da Fantin sono funzionali alla concezione registica e a cambi di scena rapidissimi e di grande effetto. Un impatto notevole lo hanno pure le coreografie firmate da Chiara Vecchi, che, unitamente alla recitazione curata dal regista e a movimenti delle masse sempre in sintonia con la musica, contribuiscono a rendere lo spettacolo pieno di ritmo, vitale e godibile.

Sul podio ritroviamo Frédéric Chaslin, che proprio alla Fenice, nel febbraio 1994, aveva debuttato in Les Contes d’Hoffmann e che da allora ha diretto l’opera di Offenbach in 36 produzioni diverse per un totale di oltre 730 recite. Uno specialista, insomma, dal quale ci si aspetterebbe tuttavia una maggiore sapienza e fantasia nel cogliere la dimensione fantastica della partitura, i suoi continui sbalzi di umore e di clima. A prevalere sono nettamente le sonorità fin troppo energiche e fragorose, l’incisività, mentre difettano la leggerezza e l’eleganza nel dispiegare le melodie di Offenbach. A Chaslin, che è subentrato ad Antonello Manacorda all’inizio della prove, non va invece addebitata la scelta dell’edizione: un mix tra i rimaneggiamenti della versione di Ernest Guiraud e gli interventi dell’edizione critica di Fritz Oeser, con relative manomissioni e tagli consistenti che si abbattono per esempio sulla parte di Giulietta e su tutti i dialoghi. Scelte funzionali, evidentemente, alle esigenze dello spettacolo di Michieletto.

Ben amalgamato – pur con qualche distinguo – il cast. Nell’onerosa parte di Hoffmann, offre una bella prova Ivan Ayon Rivas. Il tenore peruviano si segnala per le indubbie qualità timbriche, il controllo dell’emissione e un registro acuto molto squillante. Si fa ammirare anche per la tenuta complessiva e la varietà del fraseggio. A livello interpretativo, Rivas coglie a dovere l’evoluzione del personaggio, che in questo caso parte addirittura da una dimensione adolescenziale, restituendone sia il trasognato sentimentalismo, che le impennate passionali e vibranti. Spicca come prevedibile Alex Esposito, a suo perfetto agio nei quattro ruoli malefici, tutti ben differenziati. Se la vocalità è incisiva e corretta nell’emissione, l’espressione è varia: ora brillante e beffarda, capace di piegarsi a fraseggi insinuanti, ora debitamente demoniaca. Rimarchevoli come sempre la scioltezza e la disinvoltura dell’attore.
Sul versante femminile, Rocío Pérez delinea una Olympia efficiente, molto applaudita dal pubblico dopo la sua celeberrima aria. Si tratta di un soprano leggero dalla voce un po’ esile nei centri, ma in regola con l’armamentario virtuosistico e capace di emettere suoni ben proiettati e luminosi nel registro acuto e sopracuto. Al di là dei requisiti timbrici non ideali e di qualche durezza nell’emissione, specie in acuto, Carmela Remigio è una Antonia immedesimata, credibile e toccante grazie al fraseggio approfondito e alla bravura nella recitazione. Corretta vocalmente, ma un po’ fredda e distaccata, Véronique Gens non trasmette il languore e la sensualità richiesti al ruolo di Giulietta.
In crescendo e nel complesso ottima la prova di Giuseppina Bridelli, un Nicklausse ben timbrato e animato nel fraseggio, e corretto il contributo di Paola Gardina nei panni di La Muse. Pregevole la presenza di Didier Pieri, che ben caratterizza e diversifica i ruoli di Andrés, Cochenille, Frantz, Pitichinaccio. Molto bravo Yoann Dubruque nel doppio ruolo di Hermann e Schlémil, passabile François Piolino come Spalanzani. Bene Christian Collia, Nathanaël, Francesco Milanese, Luther e Crespel, e Federica Giansanti, La Voix. Nonostante qualche leggera imprecisione, si fa apprezzare anche il Coro della Fenice preparato da Alfonso Caiani.
La serata, aperta dall’Inno di Mameli in omaggio alla presenza in sala del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, è stata coronata da un successo pieno, calorosissimo soprattutto per il cast vocale, ma anche per direttore e artefici dell’allestimento.

Teatro La Fenice – Stagione 2023/24
LES CONTES D’HOFFMANN
Opera fantastica in un prologo, tre atti e un epilogo
Libretto di Jules Barbier
Musica di Jacques Offenbach

Hoffmann Ivan Ayon Rivas
La Muse Paola Gardina
Nicklausse Giuseppina Bridelli
Lindorf, Coppélius, Le docteur Miracle, Dapertutto Alex Esposito
Andrès, Cochenille, Frantz, Pitichinaccio Didier Pieri
Olympia Rocío Pérez
Antonia Carmela Remigio
Giulietta Véronique Gens
La Voix Federica Giansanti
Nathanaël Christian Collia
Spalanzani François Piolino
Hermann/Schlemill Yoann Dubruque
Luther, Crespel Francesco Milanese

Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
Direttore Frédéric Chaslin
Maestro del coro Alfonso Caiani
Regia Damiano Michieletto
Scene Paolo Fantin
Costumi Carla Teti
Luci Alessandro Carletti
Coreografia Chiara Vecchi

Nuovo allestimento in coproduzione con Opera Australia,
Royal Opera House Covent Garden Foundation,
Opera National de Lyon
Venezia, 24 novembre 2023

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