Torino, Unione Musicale – Recital del controtenore Jakub Józef Orliński

Si esce un po’ sconcertati, e ne vedremo i motivi, dal recital che Jakub Józef Orliński ha tenuto al Conservatorio Giuseppe Verdi per la stagione dell’Unione Musicale di Torino, alla quale va riconosciuto il merito di essersi garantita l’unica tappa italiana della lunga tournée europea realizzata dal divo-controtenore polacco per presentare il suo ennesimo cd dedicato al barocco. Dopo Facce d’Amore, Anima Aeterna e Anima Sacra, ecco infatti Beyond, una raccolta di pagine, molte delle quali anche inedite, che offrono uno spaccato del Seicento musicale, italiano e non solo, rappresentato da compositori noti come Monteverdi, Caccini, Frescobaldi e Cavalli, ma anche da autori che dicono poco ai più, come Giovanni Cesare Netti, e non italiani come Adam Jarzębski e Johann Kaspar Kerll. Il programma del cd, studiato a tavolino per garantire la qualità di un prodotto discografico stimolante, sostenuto da musicologi che vanno alla ricerca di materiale anche inedito e sconosciuto, è una delle prerogative del percorso che Orliński realizza sempre in sede d’incisione prima di passare alla sala da concerto, insieme all’ensemble Il Pomo d’Oro.

Per l’appuntamento torinese del 6 dicembre, accolto trionfalmente dal pubblico, concepisce il programma come una “serata spettacolo” nel corso della quale il cantante non esce mai dal palco e, anche durante le esecuzioni dei brani strumentali – che l’ensemble con strumenti storicamente informati de Il Pomo d’Oro esegue con precisione stupefacente, sfoggiando intonazione mirabile e articolazione espressiva rifinita – si esibisce mimando ciò che la musica fa sentire anche attraverso la danza, perché Orliński è pure un provetto ballerino di break dance. Entra in scena indossando un grande mantello nero che copre un moderno completo in giacca e pantaloni color sabbia. Agisce nella penombra mentre intona la prima pagina della serata, forse la più nota fra tutte: quella di Ottone, “E pur io torno qui”, da L’incoronazione di Poppea. Si susseguono senza interruzione, come da programma riportato in calce, pagine vocali e strumentali in un crescendo di sollecitazioni costruito ad arte per catturare il pubblico, come se tutto fosse commisurato a una saggia strategia di marketing che va ben al di là della ricerca musicologica mirata a scoprire brani inediti o del valore vocale stesso dell’artista. Viene dunque da chiedersi cosa resta dopo aver ammirato la sua indubbia avvenenza, oltre alla capacità di reggere il palco utilizzando il mantello nero per le mimiche espressive di ogni aria o per camuffarsi da vecchietta al momento di intonare le arie satiriche di Netti da L’Adamiro, “Quanto più la donna invecchia” e “Son vecchia, pazienza”, o ancora dopo che si è tolto scarpe e calze per intonare in mezzo al pubblico, munito di lampada al led che gli incornicia il bel volto e i riccioli d’oro, l’aria “Incomparabil nume” da Pompeo Magno di Cavalli. Al termine del programma, che presenta una ininterrotta serie di pagine per lo più monocromaticamente commisurate al tono del lamento, la serata prosegue con i bis. Orliński ringrazia il pubblico festante e gli regala “Chi scherza con amor” da Eliogabalo di Giovanni Antonio Boretti e, dopo un suo noto cavallo di battaglia, “Lucidissima face” da La Calisto di Cavalli, riprende la pagina “La certezza di tua fede” da Antonino e Pompeiano di Antonio Sartorio, già eseguito nel corso della serata, che per l’accompagnamento ritmato con chitarra e archi che imitano i tamburi induce alla danza e qui si mette a far l’acrobata sul palco. Prima ancora, come terzo bis, si affida al gioco con la voce in una pagina, “Che m’ami ti prega” da Nerone di Giuseppe Maria Orlandini/Johann Mattheson (un’aria che Mattheson rielaborò quando quest’opera venne eseguita ad Amburgo nel 1723 affidando la parte di Nerone, originariamente pensata da Orlandini per tenore, a contralto), in cui gareggia belcantisticamente con il cornetto barocco provando ad affondare la voce nel grave con suoni scuri quasi baritonali per poi salire prudentemente all’acuto e nel contempo coinvolgendo il pubblico chiedendogli di fargli da eco nell’imitare le sue evoluzioni belcantistiche.

Anche qui si capisce che, in realtà, Orliński, non è un vero virtuoso, ma un controtenore che, pur nell’incontestabile bellezza del timbro, mostra il fianco ad alcune riserve. Il controtenorismo moderno ha aperto vie che, piacciano o meno, ci hanno in anni recenti affrancato da vocalità come la sua, aprendo la strada a nuovi percorsi belcantistici, capaci di utilizzare il falsetto in maniera più acrobatica, realizzando quel difficile ma possibile mélange fra registro grave e di testa che ha permesso ad alcuni cantanti di realizzare ciò che per molto tempo sembrava impossibile a voci come queste. Orliński è invece un controtenore puro, che ha una voce bella, anzi bellissima nei centri, ricchi di suono morbido e insieme candito e angelicato, non fanciullesco o sopraneggiante, come quello di Philippe Jaroussky, ma più setoso. Se ci si limita pertanto al timbro, non si può negare che Orliński possegga uno strumento vocale baciato dalla natura e adatto alla sala d’incisione. Ciò premesso, l’ascolto dal vivo non lascia delusi in termini di proiezione, perché il suo falsetto ha nei centri quell’espansione capace di arrivare bene in sala. Eppure, ed è qui che emergono le perplessità, i colori, al di là della malia timbrica, sono pochi, l’articolazione del testo è fallace fino a render la pronuncia quasi incomprensibile e nei gravi, come negli acuti, l’attenzione regna sovrana, salvo qualche sbavatura che lo porta nelle sfere medio alte a suoni intubati e fissi (la fissità d’emissione non si può perdonare oggi in un controtenore, considerato per di più che la loro tecnica si è affinata, soprattutto quando affrontano l’opera). Resta certo la flessibilità languidamente nostalgica dei toni patetici a mettersi in primo piano, ma la monotonia di un canto plasmato per lo più solo sul piacere del patetismo e su una cullante nostalgia appare uniformato su articolazioni timbriche che stentano a diversificarsi da quanto suddetto. Insomma, il suo falsetto è una dolce carezza, felpata e aggraziata, ma alla lunga ripetitiva per il tono stesso delle pagine proposte nell’arco della serata.

Eppure il pubblico ne è catturato. Viene pertanto da chiedersi se tutto questo sia frutto di una saggia costruzione mediatica, per certi versi riuscita nella sua strategia artistico-intrattenitiva, ma che non sempre va a braccetto con i valori puramente vocali espressi dal cantante. In fondo, se si azzarda un parallelo con il canto dei castrati di epoca barocca, si possono ravvisare in essi analoghe componenti acrobatiche “circensi”, ma in quel caso erano solo vocali, non come nello specifico di questa interlocutoria serata. [Rating:2.5/5]

Conservatorio Giuseppe Verdi di Torino
I Concerti dell’Unione Musicale 2023/24

Jakub Józef Orliński, controtenore

Il Pomo d’Oro
Violino I, Alfia Bakieva
Violin II, Jonathan Ponet
Viola, Giulio D’Alessio
Viola da gamba e Lirone, Rodney Prada
Violoncello, Ludovico Minasi
Contrabbasso, Jonathan Alvarez
Tiorba, arciliuto e chitarra, Miguel Rincon
Clavicembalo e organo, Alberto Gaspardo
Arpa, Margherita Burattini
Cornetto e flauto, Pietro Modesti

Musiche di Claudio Monteverdi, Biagio Marini,
Giulio Caccini, Girolamo Frescobaldi,
Johann Kaspar Kerll, Barbara Strozzi, Francesco Cavalli,
Carlo Pallavicino, Giovanni Cesare Netti,
Antonio Sartorio, Adam Jarzȩbski, Sebastiano Moratelli

Torino, 6 dicembre 2023