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Torino, Teatro Regio – La rondine

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Certamente uno dei punti di forza fra i titoli in cartellone che il Teatro Regio di Torino dedica a Giacomo Puccini nella stagione in corso per quello che nel 2024 sarà il centesimo anniversario della sua morte è il nuovo allestimento de La rondine messo in scena dal francese Pierre-Emmanuel Rousseau, che firma regia oltre che scene e costumi di uno spettacolo che vuole anche essere un omaggio al Regio e al suo architetto Carlo Mollino, morto cinquant’anni fa, nello stesso anno in cui il teatro da lui progettato venne inaugurato nel 1973. Declinare questo doppio obbiettivo è riuscito assai bene al regista francese, al quale va il merito di aver realizzato un allestimento indubbiamente stimolante. Partiamo, per meglio circoscrivere il valore dello spettacolo, dalla versione della partitura scelta per questa edizione torinese, che credo renda più facile comprendere le scelte registiche operate.

Esistono, come si sa, ben due versioni di quest’opera dopo la prima assoluta all’Opéra di Monte-Carlo nel 1917 (quella del 1920, rappresentata a Vienna e a Palermo, e del 1921 della quale si conserva solo lo spartito) e tutte differiscono, soprattutto nel finale, per intenzione dello stesso Puccini. In particolare nella terza, l’ultimo atto viene modificato facendo scegliere a Ruggero di abbandonare Magda dopo aver ricevuto una lettera anonima in cui lo si informa sul vero passato di lei, mentre nella versione originale scelta per le presenti rappresentazioni torinesi (con l’aggiunta dell’aria di Ruggero del primo atto, “Parigi! è la città dei desideri”, che è della seconda versione) è la donna che, consapevole di non voler accettare una vita familiare borghese comune, che si annuncia benedetta dalla madre del suo amato e dai figli che arriveranno, compie il grande passo che la rende donna moderna e libera: affronta Ruggero e lo lascia ritornando a essere “rondine” che non vuole rinunciare al suo libero volo da un piacere all’altro nella Parigi che la conosce come prostituta. Il regista non vede pertanto in lei una donna realmente innamorata di Ruggero, ma solamente dell’idea che si fa dell’amore. Ecco perché lo spettacolo la dipinge come una prostituta non più giovane ma ancora avvenente, che sente il peso di una vita da lei stessa voluta ma che sta sfuggendole di mano. Crede di affrancarsi da tutto questo innamorandosi, poi ci ripensa, abbandona ogni idealità (è lo stesso Prunier a sbatterle in faccia la realtà senza tanti peli sulla lingua: “Magda dovrete se non oggi, domani abbandonare una illusione che credete vita…”) e torna a essere quella che era, senza ombra di redenzione. Da qui parte l’idea di uno spettacolo ambientato negli anni Settanta del Novecento, in un tempo in cui la società, erede del Sessantotto, si apriva a una libertà sessuale sempre più in lotta con i condizionamenti sociali, espressa anche da diverse pellicole cinematografiche che Rousseau cita riferendosi, nelle sue note di regia, a film come La piscina, con Romy Schneider e Alain Delon e L’amante, ancora con la Schneider. Si sente anche quel profumo di emancipazione femminile, di evasione e leggerezza che in quegli anni si riscontrava in donne come Brigitte Bardot, musa del piacere libero e del bel vivere di quel tempo. Per realizzare tutto questo, anche scenicamente oltre che registicamente, si pensa a una messa in scena che nel primo atto presenta un ambiente chic formato di pareti dorate e nere arredato con frammenti di statue moderne: da un lato il salotto con il pianoforte, dall’altra il letto dove Magda consuma i suoi piaceri. La scena è bellissima, come bella è anche quella dell’ultimo atto, che ne riprende la struttura con alcuni vasi di palmizi, due sdraio e un fondale azzurro che richiama la vista sul mare della Costa Azzurra dove si ambienta. È il secondo atto quello in cui lo spettacolo gioca la carta della provocazione, pensando al Bal Bullier come a un locale notturno piuttosto equivoco che riprende fedelmente i tratti del rosso foyer del Regio disegnato da Carlo Mollino trasformato in un night di piaceri equivoci, fra ospiti mascherati e ballerini drag queen: un “piacerificio” dove si danzano balli scatenati e dove si brinda amoreggiando in libertà. Quella che sembra una provocazione non è invece altro che il riflesso di una condizione interiore di libertà, simboleggiato dall’agire di Magda stessa, la cui scelta un po’ cinica di lasciare a fine opera l’amato appellandosi a una vita di piaceri alla quale non si sente di rinunciare rende la protagonista un personaggio pressoché unico nell’universo femminile pucciniano trasformandola in donna non più vittima ma eroina consapevole della sua scelta. In fondo è come se lei stessa uccidesse simbolicamente il suo amato lasciandolo disperato nell’abbandono, uscendo di scena mentre Ruggero si accascia a terra singhiozzando.

L’esibita leggerezza e vacuità che attraversa l’opera, ingiustamente ritenuta un’operetta nello spirito, ma freddamente ostile alla realizzazione di un sentimento amoroso puro e autentico, getta un velo di freddo cinismo su uno lo spettacolo felicemente fedele alla drammaturgia, per di più reso ancora più plausibile dalla bravura degli interpreti e dalla illuminata e raffinata direzione d’orchestra di Francesco Lanzillotta. Lo è perché la sua bacchetta, complice il suono pulito dell’Orchestra del Teatro Regio (ottimo come sempre è anche l’apporto del Coro istruito da Ulisse Trabacchin che vede per di più impegnati alcuni coristi nelle parti delle fioraie, delle ragazze e degli studenti nell’animata scena del secondo atto), non si adagia mai su uno scontato “puccinismo” sentimentale nelle vene melodiche, anzi attraversa la leggerezza dell’opera e i suoi ritmi di danza con una ricerca dei colori accuratissima oltre che giocando in sottrazione anche quando l’involo delle melodia richiede quel respiro che metterebbe in difficoltà le voci se fosse troppo carnoso o esibito, come nel bellissimo concertato del secondo atto “Bevo al tuo fresco sorriso”, mentre qui l’equilibrio nelle sonorità è una garanzia di assoluta contenutezza ed eleganza, oltre che di brillio strumentale limpido, sensibile e incisivo.

Di conseguenza la compagnia di canto ne trae i giusti vantaggi, a partire dalla Madga di Olga Peretyatko, che offre una prova scenica da grande artista. Non c’è un gesto che sia dettato dal caso e il fascino con il quale domina la scena basterebbe da solo a siglare il valore della sua prova. Soprattutto nell’ultimo atto, quando Ruggero le dipinge un futuro coniugale sereno, vissuto per di più accanto alla di lui madre, le si legge subito nel volto il disappunto di una vita che capisce non fare per lei, consapevole della sofferta decisione che porterà Magda a staccarsi dall’amato distruggendo per sempre un cuore che ha iniziato ai piaceri del sesso senza voler prendersi ulteriori responsabilità se non quelle dei sensi. Ciò che non funziona del tutto è invece il rendimento vocale, perché al suo timbro mancano le ombreggiature vocali maliose e setose capaci di trovare in un timbro sopranile pur bello e luminoso la vera magia sensuale del canto sfumato, che per di più nel piegarsi alle smorzature e ai piani di “Che il bel sogno di Doretta” difetta di vibrazioni nelle arcate sonore più acute. Così capita anche nel successivo “Ore dolci e divine”, dove l’involo melodico, per quando sorvegliato, manca di reale fascino vocale. Così vale anche per il fraseggio nel canto di conversazione, ben curato ma poco comunicativo. Si ha insomma la sensazione che, al di là dell’innegabile seduzione scenica, la sua Magda sia impegnata a controllare l’emissione più che a liberarla in un canto capace di trasmettere le stesse emozioni che invece vengono dall’interpretazione efficacissima donata al personaggio.

Il giovane tenore messicano Mario Rojas è un Ruggero di bella presenza scenica ma con una voce ancora non del tutto a fuoco nell’emissione, spesso opaca e poco proiettata, a partire dall’aria “Parigi! è la città dei desideri”. Nelle parti di contorno, che assumono in quest’opera un impegno quasi protagonistico, si ammira la freschezza semplicistica ma efficace del tenore Santiago Ballerini, disinvolto e seduttivo Prunier, invaghito di Lisette, personaggio che vive scenicamente bene grazie a Valentina Farcas anche se la voce è un po’ aspra in acuto. Vladimir Stoyanov è un Rambaldo di gran pregio, così come Matteo Mollica un efficace Périchaud e Rabonnier. Sono invece artisti del Regio Ensemble, tutti assai bravi, Paweł Žak (Gobin e Adolfo), Rocco Lia (Crébillon), Amélie Hois (Yvette e Georgette), Irina Bogdanova (Bianca e Lolette) e Ksenia Chubunova (Suzy e Gabriella), mentre la nutrita locandina di interpreti è completata da Perina Trivero (Un cantore) e Luigi Della Monica (Un giovane).
Successo sincero per tutti ma teatro non del tutto esaurito e per una recita domenicale, l’ultima in cartellone della quale riferiamo, non è un bel segnale.

Teatro Regio Torino – Stagione lirica 2023/24
LA RONDINE
Commedia lirica in tre atti
Libretto di Giuseppe Adami
Musica di Giacomo Puccini

Magda Olga Peretyatko
Lisette Valentina Farcas
Ruggero Mario Rojas
Prunier Santiago Ballerini
Rambaldo Vladimir Stoyanov
Périchaud e Rabonnier Matteo Mollica
Gobin e Adolfo Paweł Žak*
Crébillon Rocco Lia*
Yvette e Georgette Amélie Hois*
Bianca e Lolette Irina Bogdanova*
 Suzy e Gabriella Ksenia Chubunova*
Un cantore Pierina Trivero
Un giovane Luigi Della Monica

*Artista del Regio Ensemble

Orchestra Teatro Regio Torino
Coro Teatro Regio Torino
Direttore Francesco Lanzillotta
Maestro del coro Ulisse Trabacchin

Regia, scene e costumi Pierre-Emmanuel Rousseau
Coreografia Carmine de Amicis
Luci Gilles Gentner
Assistente alla regia Jean-François Martin
Assistente alle scene Guillemine Burin des Roziers
Direttore dell’allestimento Antonio Stallone

Torino, 26 novembre 2023

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