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Torino, Piccolo Regio – Powder Her Face (Incipriale il viso)

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Thomas Adès ha fino a oggi composto tre opere, Powder Her Face (1995), The Tempest (2004) e The Exterminating Angel (2016). Soprattutto le prime due hanno lasciato il segno, venendo più volte riprese e rivelando un compositore capace di un linguaggio musicale composito, avvincente e altamente teatrale.

Nel caso della tragicommedia in due atti Powder Her Face (Incipriale il viso), eseguita al Piccolo Regio per la Stagione del Teatro Regio di Torino, siamo dinanzi a un’opera da camera che si ispira a fatti realmente accaduti. Vi si narra la storia di una donna libertina, Ethel Margaret Whigham, divenuta in secondo matrimonio Duchessa d’Argyll perché moglie di Ian Douglas Campbell, undicesimo Duca di Argyll, donna orgogliosa di essere quello che era: bella, elegante, sensuale e spudorata libertina, fino all’eccesso. Fu accusata di adulterio, processata con tanto di foto esibite dal marito durante il processo che la mostravano in pose oscene e liste di amanti tale da far impallidire il “catalogo” che Leporello fa delle conquiste di Don Giovanni. Fu per questo condannata e oggetto di duri attacchi dei tabloid britannici, ma non si pentì mai, anzi, rilasciò interviste nel corso delle quali orgogliosamente accusò un mondo che aveva rinunciato all’eleganza e alla bellezza delle feste (lei stessa afferma nell’opera, in un’intervista fattale da una giornalista di cronaca rosa: “Ormai nessuno intrattiene più. La gente sta in casa a guardare la televisione. Sta da sola in casa e non lascia entrare nessuno. Niente più feste […]. Ora c’è soltanto solitudine, tutti sono soli”).

Triste il suo tramonto di donna anticonformista immolata sull’altare del perbenismo borghese, in tempi non ancora maturi per accettare provocazioni come la sua, perseguite in nome di una libertà posta come contraltare del libertinismo maschile. Consumati tutti gli averi, fu sfrattata dall’hotel che l’ospitava e morì pochi anni dopo in una casa di cura. Una brutta fine sì, ma orgogliosamente e pertinacemente voluta, tanto da ergersi a simbolo di un esibizionismo trasgressivo apertosi a risvolti comuni ad anni come i nostri, in cui, ormai, tutto è concesso e nulla fa più scandalo, pur di apparire. Una donna, quindi, che ha precorso i tempi e dietro il cui agire si aprono riflessioni che mostrano l’altra faccia della medaglia: quella della società che l’ha perseguita, accusata e giudicata senza pietà, vessando il suo orgoglio ma non riuscendo a incrinare l’immagine altera di signora del bel mondo rimasta sempre fedele al suo credo libertino; dunque una regina della frivolezza e del piacere sensuale. Ecco perché la musica, con teatrale evidenza, ci racconta di scena in scena, fra flashback del suo passato e racconti che seguono l’evolversi di eventi sentimentalmente burrascosi, tutti gli avvenimenti più importanti di questa esistenza fuori dalle regole.

Lei, anche se buttata fuori dall’hotel dal direttore per i troppi debiti accumulati, tenta fino all’ultimo di mettere in atto le sue arti seduttive per salvarsi, ma l’uomo disdegna in tal senso ogni offerta. Non c’è più scampo per lei: una macchina l’attende per condurla via e non le resta che la sconfitta. Lo sfratto diventa un sogno, o meglio un incubo, un simbolo di disfatta intessuto dal compositore sul frullio del mulinello da pesca con un microfono che si interseca con un gong. Il baratro al quale è dinanzi diviene claustrofobica angoscia, davvero geniale se messa in relazione alla discorsività spesso leggera, animata di frivoli pettegolezzi, con la quale vengono invece portate avanti altre pagine dell’opera con uno strumentale da camera (formato da 15 strumentisti: quintetto d’archi, tre clarinettisti, corno, tromba, trombone, arpa, pianoforte, fisarmonica e un nutrito set di percussioni, fra cui strumenti non convenzionali, come mulinelli da pesca e campanelli elettrici) che illumina l’azione e ogni quadro episodico (l’opera è in due atti, con cinque scene nel primo e tre nel secondo) con teatralissima evidenza, non meno che con spruzzate di spiritosa ironia.

Il sottile velo fra narrazione e ciò che essa sottende viene ben evidenziato dal bellissimo spettacolo curato dalla regia di Paolo Vettori, che mischia erotismo, ricordi e sconfitte della protagonista raccontandole come se fossero riflessi della sua interiorità, guarda caso l’unica voce alla quale viene affidato un solo personaggio. Gli altri, metafora della frivola vanità dei ricchi o dei pettegolezzi di chi li osserva dall’esterno e li giudica, fanno da corollario alla sua vicenda e sono voci impiegate per diverse parti, come vedremo citando gli interpreti.
Le scenografie pertinentissime di Claudia Boasso e i costumi altrettanto belli e curati di Laura Viglione creano un ambiente con pochi elementi scenici. Al centro un grande letto matrimoniale, ai lati poltrone, un grammofono (quello che la Duchessa porterà via con sé a fine opera, lasciando la stanza dell’albergo, mentre si ode il rumore bianco della puntina che sfrega a vuoto sulla piastra), una valigia-baule e una specchiera dove la Duchessa si siede per truccarsi: frammenti di vita che servono a farci capire l’agiatezza della protagonista (non aveva mai dato valore al denaro possedendone in abbondanza, finché non si rese conto di averlo utilizzato tutto) ma anche, grazie a un gioco di pareti grigie che aprendosi svelano immagini di nudi riprese da scatti fotografici di Carlo Mollino (si rende così omaggio all’architetto del Teatro Regio e alla sua arte fotografica, scrive Claudia Boasso, come “parallelismo con l’immaginario sensuale e libertino della Duchessa”), disegnano il quadro di una stanza da letto di piaceri che poco per volta si disgrega, per divenire luogo del giudizio (il tribunale) e poi la triste e desolata immagine di una decadenza che la priva di ogni cosa quando ormai la sua vita è andata in pasto al giudizio implacabile dei media e di una società che ha spiato ogni sua mossa trascinandola via via nel fango senza per questo intaccarle l’orgoglio e rendendola, a suo modo, una eroina. Questi frammenti di ricordi passati servono a contestualizzare la storia, ma fungono anche da specchio interiore della Duchessa genialmente mostrato attraverso le movenze di un mino mascherato (il bravo Marco Caudera) che appare, fin dall’inizio dell’opera, come a leggerne l’intimo sentire, capace anche di svelare immagini trasgressive che rimandano al travestitismo e a quella che oggi viene definita fluidità di genere. Ecco un caso in cui lo spettacolo agisce in piena sintonia con la drammaturgia dell’opera, anzi ne potenzia i significati evocativi con un gioco registico e visivo emozionale di grande impatto, che rende l’opera ancor più ancorata alla contemporaneità, attualizzandone il messaggio.

Sul versante musicale è impossibile esimersi dal colmare di lodi la direzione lucida, incisiva e teatralissima di Riccardo Bisatti, che coinvolge tanto più la musica si impossessa dalla narrazione commentandone i tratti con un suono limpido e intrecciato ai fatti con incedere cinematografico. Nel secondo atto, quando alla declamazione si unisce il clima di straniante tragicità del finale, con vaghi richiami, nell’Epilogo fantasma, al tango che fa il verso a una cornice musicale imbevuta di farsesco e amaro sberleffo, la bacchetta di Bisatti coinvolge e illumina tutti gli effetti speciali offerti dalla scrittura strumentale senza mai smarrire il ritmo della parola in funzione del messaggio teatrale.

Davvero bravissimi i cantanti, a partire dalla Duchessa di Irina Bogdanova, che come Amélie Hois e Thomas Cilluffo fanno parte degli Artisti del Regio Ensemble. Il soprano Bogdanova sostiene con la giusta dimensione espressiva la parte non dimenticando che dietro la sensualità senza freno della Duchessa c’è comunque una signora, bella, colta, elegante e di buone maniere, che reclama la sua libertà in faccia a chi la giudica. All’opposto, psicologicamente più superficiali appaiono i personaggi che l’attorniano, non a caso affidati a voci che interpretato più personaggi, come il soprano leggero Amélie Hois (La cameriera, L’amica, La cameriera che prepara il ricevimento, L’amante del Duca, La ficcanaso, La giornalista di cronaca rosa), che si disimpegna con onore nelle tessiture acute estreme della parte, il tenore Thomas Cilluffo (L’elettricista, Il gigolò, Il cameriere, Il ficcanaso, Il fattorino), all’occorrenza anche raffinato nell’utilizzo di suoni di testa, fino al basso Lorenzo Mazzucchelli, davvero bravissimo e dalla voce timbrata (Il direttore dell’hotel, Il Duca, L’addetto alla lavanderia, Un ospite dell’hotel, Il giudice), in evidenza soprattutto nella grande scena del secondo atto, quella in cui il Giudice addita la Duchessa mettendo alla berlina le sue abitudini sessuali e sottolinea, indugiando sulla “m” di “Madam!”, i gemiti della fellatio, per poi insistere reiteratamente nella sua determinazione giudicatrice e punitiva (“Ordine. Silenzio. Giustizia”).
Spettacolo davvero riuscito, programmato dal precedente direttore artistico Sebastian Schwarz, che ancora firma questa stagione e fortemente volle questo titolo nel primo cartellone da lui pensato, poi, purtroppo, saltato a causa della pandemia.

Piccolo Regio – Stagione Teatro  Regio Torino 2023
POWDER HER FACE
(Incipriale il viso)
Opera in due atti e otto scene
Libretto di Philip Hensher
Musica di Thomas Adès

La Duchessa, Irina Bogdanova*
La cameriera, L’amica, La cameriera che prepara il ricevimento,
L’amante del Duca, La ficcanaso, La giornalista di cronaca rosa,
Amélie Hois*
L’elettricista, Il gigolò, Il cameriere, Il ficcanaso, Il fattorino,
Thomas Cilluffo*
Il direttore dell’hotel, Il Duca, L’addetto alla lavanderia,
Un ospite dell’hotel, Il giudice,
Lorenzo Mazzucchelli

Orchestra Teatro Regio Torino
Direttore Riccardo Bisatti*
Regia Paolo Vettori*
Scene Claudia Boasso
Costumi Laura Viglione
Luci Gianni Bertoli
Direttore dell’allestimento Antonio Stallone
*Artisti del Regio Ensemble

Nuovo allestimento Teatro Regio Torino
Torino, 10 marzo 2023

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