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Rovigo, Teatro Sociale – Pigmalione (prima esecuzione in tempi moderni)

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Fiera d’ottobre 1714 e gala rodigino: il Teatro Manfredini mette in scena Pigmalione, opera nuovissima di Giovanni Alberto Ristori su libretto del poeta Francesco Passarini. Polesine, terra estrema del dominio veneziano: nella stagione della fiera che radunava in città i patrizi veneziani di ritorno dalle villeggiature nei possedimenti di campagna per la chiusura del raccolto l’opera era un’occasione mondana piuttosto attesa. E i due teatri della città (insieme al Manfredini, il Teatro Campagnella) allestivano delle stagioni richiamando compositori e virtuosi da Venezia ma anche dalle altre piazze italiane. Quell’anno però c’è qualcosa in più: il Podestà è richiamato a Venezia e la città si organizza per celebrarne la partenza. Motivi politici, civili, culturali si mescolano all’occasione della prima di Pigmalione. È una celebrazione del teatro come forma di amplificazione del potere e della propaganda. Questo è il motivo che rende l’operazione del Teatro Sociale di Rovigo culturale prima che strettamente musicale. Del Pigmalione nei secoli successivi si perdono le tracce: Ristori si stabilirà definitivamente alla corte di Dresda ed è proprio qui che viene salvo ritrovato un manoscritto dell’opera, purtroppo in condizioni fortemente corrotte a causa dei danni provocati dal bombardamento di Dresda del 1945.

È grazie a Bernardo Ticci se la partitura viene dissotterrata dagli archivi. Ma, come fare per le parti fortemente corrotte e dunque intrascrivibili? Ticci propende per una soluzione assolutamente in linea con lo spirito dei tempi e costruisce (grazie alla drammaturgia di Marco Schiavon) un pastiche di pagine di Ristori completando i numeri mancanti con arie, duetti e scene d’insieme provenienti da altre opere del medesimo autore. L’operazione, che ha visto come Konzertmeister Federico Guglielmo con il consort L’Arte dell’Arco, segna un ritorno dell’opera barocca al Sociale. E, diciamolo subito, un ritorno fortunato. L’idea che guida lo spettacolo è rimettere in scena, nelle esatte condizioni storiche, la serata di gala di saluto al Podestà ricreando i costumi, le scene e anche le luci barocche.

La parte visuale schiera i due vincitori del primo concorso di scenografia dedicato alla memoria di Gabbris Ferrari, storico scenografo rodigino. Matteo Corsi ed Eleonora Nascimbeni disegnano un allestimento che più barocco non si può, fatto di altalene fiorite e scene di legno che appaiono e scompaiono trainate a mano su rotaia. Gli abiti, le parrucche e il belletto sono in stile. A tirare le fila della messinscena il regista Federico Bertolani, impegnato nel realizzare uno spettacolo che ha l’intento anche divulgativo di far respirare l’atmosfera delle sere barocche e che parte proprio dall’occasione del saluto al Podestà interpretato dall’attore Giulio Canestrelli.

Il cast schiera, con la sola eccezione di Bruno Taddia (Pigmalione), quattro specialisti del repertorio. Silvia Frigato presta la freschezza di una voce cristallina al ruolo della ninfa Eburnea e mette in campo un assoluto dominio del ruolo. Frigato si conferma non solo sempre sorvegliata nelle emissioni e nell’omogeneità dei registri, ma anche musicalissima e attenta al testo. Il timbro caldo e rotondo di Marina De Liso è perfetto per disegnare la ninfa Isilfe, una sorta di Dorabella ante-litteram. De Liso dispone di un volume che le ha consentito con agio la frequentazione del repertorio ottocentesco. La voce sonora e ricca di armonici non sembra patire più di tanto la tessitura contraltile del ruolo. Al resto pensano poi belle variazioni nella seconda ottava.
Il controtenore Nicolò Balducci nel ruolo di Elviro è un’autentica sorpresa: una voce estesa, di volume ma sempre morbida al servizio di un fraseggio elegante lo consegnano come elemento di primo interesse. Il controtenore Antonio Giovannini disegna un Laurindo convincente, anche se la voce nel registro acuto patisce qualche asprezza. Bruno Taddia nel ruolo di Pigmalione si disimpegna con eleganza e padronanza musicale dimostrando però a tratti poca comodità nelle colorature delle arie di “furia” riservate al ruolo, soprattutto nel primo atto.

Federico Guglielmo è uno specialista del Barocco e alla testa dell’Arte dell’Arco, rinforzata dalle classi di violino barocco del Conservatorio statale di Musica Francesco Venezze di Rovigo fornisce una lettura brillante e globalmente convincente, nonostante alcuni momenti di scollamento con il palcoscenico. L’opera è stata registrata da Dynamic e presto sarà disponibile in cd. L’auspicio (visto anche il calore con cui il pubblico ha accolto la proposta) è che quello del barocco diventi una piccola buona abitudine anche nei teatri di tradizione.

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