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Roma, Teatro dell’Opera – Tosca

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Scenicamente, un Puccini che lascia senza fiato all’alzarsi della tela sulle arcate imponenti della chiesa di Sant’Andrea della Valle dipinte a perdita d’occhio, come quando si entra a Palazzo Farnese, Barberini, in Vaticano, a Palazzo Pitti, nella Sala dei Giganti, alla Reggia di Caserta o in un qualunque altro luogo storico e d’arte in Italia, garantendo inoltre a ogni sua nuova sortita in ripresa un pieno successo quanto, al contempo, non poche sorprese rigenerandosi di volta in volta a seconda del poker d’interpreti chiamati a darvi suono e voce fra podio e palcoscenico. Ed è parimenti un Puccini che vince nella misura migliore ritrovando nel rispetto, nella forza e – grazie a Dio – nell’esatto colore fra stile, accenti, parole e gesti sonori, le ragioni stesse del canto purosangue italiano, quello lirico vero, oggi riconosciuto finalmente alle radici del patrimonio universale dell’opera.

Prova del nove alle tre recite della bellissima Tosca tornata anche quest’anno al Teatro dell’Opera di Roma nella versione della prima rappresentazione assoluta (avvenuta proprio al Costanzi il 14 gennaio 1900), ricostruita in collaborazione con l’Archivio Storico Ricordi sulle fonti originali di bozzetti e figurini a firma di Adolf Hohenstein per la regia di Alessandro Talevi, una sala ogni esaurita per un totale di 4500 spettatori con consensi alle stelle fra applausi vivissimi. E come alla terza rappresentazione, qui in recensione, tante richieste di bis a scena aperta dopo l’esecuzione mirabile ascoltata nei rispettivi vertici espressivi (“Vissi d’arte”, “E lucevan le stelle”) dai due protagonisti in campo.

Motivi di notevole interesse in locandina, accanto alla regia condotta nel solco della tradizione più pura, ce n’erano in verità già a sufficienza: la presenza del soprano Anna Pirozzi, una delle nostre più serie interpreti del melodramma ottocentesco e del dramma musicale al salto del primo Novecento per il ruolo del titolo tornata dopo il successo in pari produzione dello scorso anno, l’ottimo tenore Fabio Sartori per Cavaradossi (Premio Pavarotti d’oro 2022), lo Scarpia affidato al magnifico Erwin Schrott passato, in terza recita, a un immenso baritono verdiano, il mongolo Amartuvshin Enkhbat. Più sul podio di Orchestra e Coro della Fondazione, per la prima volta a Roma con il titolo su libretto del binomio Illica e Giacosa da Victorien Sardou dopo la tournée capitolina in Giappone, il direttore musicale Michele Mariotti.

In aggiunta, all’ultima replica, un’ulteriore sorpresa: accanto a una gigantesca Pirozzi, in bel tandem di diversa generazione canora ma in pari cifra partenopea e di alta scuola italiana, c’è il giovane tenore Vincenzo Costanzo, classe 1991, annunciato a pochi istanti dall’inizio dello spettacolo in sostituzione di Sartori, per motivi di salute. Dal brusìo in sala a Roma s’intuisce che non tutti ne conoscono il nome e tantomeno il bel talento saltato fuori dal Coro di voci bianche del Teatro San Carlo di Napoli e presto maturato, dopo gli studi in Conservatorio, vincendo la competizione per voci verdiane di Busseto (2013) e il Premio della Lirica 2014. Poi la carriera e l’ulteriore volo del suo canto, con tanto Puccini. Un cambio che dunque in sé, almeno inizialmente, crea qualche reazione contraria fra il pubblico di fatto andando a riorganizzazione l’assetto della terna di punta e generando al tempo stesso una discreta quota di suspense. Da lì alla conferma per gli spettatori di trovarsi davanti un Cavaradossi decisamente in buona quota per esser degno erede della grande lezione di un Gigli o Tito Schipa nel saldo governo di emissione, fiati e fraseggi, per giunta illuminato da un pigmento timbrico solare che ricorda a tratti e non poco Pavarotti, il passo è breve e porta, nella globalità dell’opera, ad esiti realmente superbi per stile e qualità. Al punto da spostare in concreto sulla riproposta romana la palma del primo e miglior tributo giocato fin qui d’anticipo, in quest’inizio di stagione lirica, per i cent’anni dalla morte del compositore nato a Lucca il 22 dicembre 1858 e spentosi, prematuramente, il 29 novembre 1924 a Bruxelles.

Ferma restando l’arte superba di scene e costumi ricostruiti rispettivamente da Carlo Savi Anna Biagiotti sui disegni originali di Hohenstein, con le luci suggestive e puntuali di Vinicio Cheli già valutati nelle riprese precedenti, l’attenzione e i giudizi vanno a concentrarsi – come giusto sarebbe anche nel caso della più sperimentale delle regie – sul piano musicale e sulla declinazione di bacchetta e interpreti scelti per l’occasione specifica, andata a meritare ben più di una lode.

Per molti aspetti aggiornata alla luce di una prospettiva che nel rispetto cronologico e lessicale dell’opera stessa è già figlia del nuovo secolo, la lettura della partitura restituita da Michele Mariotti procede tenendo d’occhio in parallelo due punti fermi: i climax del dramma verso cui tirar dritti per far deflagrare la montante tensione nei vari giri di vite interni a ciascuno dei tre atti e una quanto più fedele decodifica dei segni metrico-ritmici, dinamici, espressivi e di colore compresi in partitura fra l’incipit “a tutta forza”, volto a scolpire con violenza il tema del barone Scarpia, e il fitto rullo di tamburi staccato a colpo di rasoio in chiusa d’opera dopo la beffarda esclamazione di Tosca urlata, ad anello nel segno di Scarpia, nell’atto suicida dagli spalti di Castel Sant’Angelo. Il che si traduce non solo nel preciso scavo dei vari temi-ritratto (ruvido e sghembo nel caso del sadico Scarpia, spiccatamente gestuale per il Sagrestano, assai concitato per il fuggitivo repubblicano di nobile stirpe Angelotti) e nella mutevole germinazione sotterranea dei motivi per i personaggi amanti, legando ad esempio l’alba romana alla marcia verso il supplizio, nel peso quasi verbale dato ai ritardando, ai rubati, nelle strette in serrato crescendo, negli affrettando. Ma singolare rilievo acquistano innanzitutto le diverse sfumature in “pianissimo” fino al quadruplo piano e, con essi, la delicata sensibilità con cui Mariotti sfiora e lascia affiorare i momenti sentimentali o descrittivi dell’inconscio, più intimi, come l’ideazione del piano omicida nella mente di Tosca, non vibrata come e al solito bensì resa fluida e leggera come il passare veloce di un pensiero, o come il lamento “con catene” di Cavaradossi sospeso fra dolore e sogno, nel solo del primo clarinetto, nell’accompagnamento, nell’afflato del canto. Altisonante e ben dettagliato a complemento il Coro, perfetto nei volumi come nella metrica secondo la sempre esatta preparazione a cura di Ciro Visco che, da tutti i punti di vista, vale da garanzia per un potentissimo Te Deum spinto in massimo contrasto con il feroce incedere di Scarpia. Ottima, a tal merito, anche la resa delle voci bianche della Scuola di canto corale della Fondazione.

Quanto al cast, in prima linea, c’è naturalmente Anna Pirozzi che nell’occasione dà conferma della sua statura immensa restituendo una Floria Tosca di prima sfera, imperiosa, gelosissima, tormentata, dolente, straziata. Tanto pia e omicida per amore. La sua emissione ferma, tagliente e soprattutto tecnicamente ferrea oltre che ideale per gamma timbrica, risolve brillantemente ogni asperità del caso, tenendo brillantemente testa agli ampi salti ascendenti e discendenti, ai cambi repentini e ai picchi già espressionistici del suono, alla verità delle emozioni e alla giusta posizione della voce lungo l’intera sua estensione. La sua unica grande aria in primo piano canoro, il lamento “Vissi d’arte” collocato nel cuore dell’opera, vibra dolcemente riflettendo i tanti colori dell’anima, rinforzando, abbandonandosi, portando le terzine in arco legatissimo, interiorizzando, lievemente singhiozzando. Luminosissima per lei la corona di applausi con tante richieste di bis, purtroppo non appagate.

Giovane, bello, scenicamente il più prestante e, come accennato, forte di un mix ormai piuttosto raro fra omogeneità di pasta, nobiltà di slancio e pieno dominio del fiato, il Cavaradossi romano di Vincenzo Costanzo sorprende, convince e conquista l’intero teatro per la tenera sensibilità della sua romanza all’atto I (Recondita armonia), per il duetto carico di temperamento con Tosca, per la forza d’invettiva contro Scarpia coronata da un grido di “Vittoria” da grande eroe e fino a incantare con la delicata intensità del suo lungamente applaudito addio alla vita (E lucevan le stelle), ben poggiando le note e indugiando o accelerando sugli accenti per poi mirare alla piena espansione sui radiosi “la”.
Una grande nobiltà di statura, ceppo e canto, efficace sul piano meramente musicale per quanto sostanzialmente estranea al morso feroce della parola mossa dal sadismo e dai suoi più bassi istinti, è lo Scarpia di Amartuvshin Enkhbat, perfetto dalla prima all’ultima nota ma più per il Verdi a tinte fosche che per il Puccini qui incline al grand guignol.
Ancora, nel cast una speciale lode merita il Sagrestano scontornato realmente ad arte da Domenico Colaianni in adesione plastica e vivacissima fra parola, intonazione e gesto, senza scivolare nei soliti tic caricaturali, bravo l’Angelotti di Gabriele Sagona, efficaci lo Spoletta di Carlo Bosi e lo Sciarrone di Antonio Taschini.
Applausi lunghi e meritatissimi per tutti gli artisti al proscenio.

Teatro dell’Opera – Stagione 2021/22
TOSCA
Melodramma in tre atti
Libretto di Giuseppe Giacosa Luigi Illica
tratto dal dramma omonimo di Victorien Sardou
Musica Giacomo Puccini

Floria Tosca Anna Pirozzi
Mario Cavaradossi Vincenzo Costanzo
Barone Scarpia Amartuvshin Enkhbat
Sagrestano Domenico Colaianni
Cesare Angelotti Gabriele Sagona
Spoletta Carlo Bosi
Sciarrone Antonio Taschini
Un carceriere Alessandro Fabbri
Un pastorello Irene Codau
Orchestra e Coro del Teatro dell’Opera di Roma
con la partecipazione della Scuola di Canto Corale
del Teatro dell’Opera di Roma

Direttore Michele Mariotti
Maestro del coro Ciro Visco
Maestro del coro di voci bianche Alberto De Sanctis
Regia Alessandro Talevi
Scene Adolf Hohenstein
ricostruite da Carlo Savi
Costumi Adolf Hohenstein
ricostruiti da Anna Biagiotti
Luci Vinicio Cheli

Allestimento Teatro dell’Opera di Roma ricostruito
sui bozzetti originali della prima esecuzione del 1900
in collaborazione con l’Archivio Storico Ricordi
Roma, 14 dicembre 2023

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