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Ravenna Festival, Trilogia d’Autunno 2023 – Nabucco (direttore Riccardo Muti)

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La Trilogia d’autunno del Ravenna Festival ospita quest’anno, come spesso avviene, Riccardo Muti alla direzione dell’Orchestra Cherubini in tre appuntamenti dedicati all’opera italiana: Norma (che Connessi all’Opera ha recensito nell’esecuzione alla Fondazione Prada di Milano con lo stesso cast: qui il link), Nabucco e un gala verdiano. Norma e Nabucco sono ovviamente titoli molto cari al maestro napoletano, che non perde l’occasione per offrire la sua rilettura di una partitura che conosce alla perfezione.

La locandina annuncia un’esecuzione in forma semiscenica: in realtà di scenico c’è davvero poco. Opera in forma di oratorio, si potrebbe dire: i solisti sono sempre sul palco, su due piattaforme rialzate (con una semplice divisione: a destra gli ebrei e a sinistra i babilonesi) poste dietro l’orchestra (non sfuggendo così alla vista del gesto del direttore); sul retro, di tuniche bianche vestito, si affaccia il coro. Non c’è alcuna mise en espace, mancano i pur compassati gesti e movimenti o i semplici oggetti che anche le produzioni in forma di concerto in genere prevedono. Ismaele introduce Fenena a Zaccaria, ma Fenena resta seduta e in ombra almeno finché non è il suo turno di cantare. Insomma, più che in un’opera che nei pur angusti spazi di un palcoscenico occupato da un grande coro e una notevole orchestra cerca comunque la sua via per introdurre un elemento teatrale, qui ci troviamo davvero in una situazione più affine alla musica sacra: potrebbe essere un Requiem, potrebbe essere una Matthäus-Passion, un Messiah: e invece è Nabucco. Un’opera quaresimale ad argomento sacro che qui ha le vesti del dialogo liturgico, e ricorda quando in chiesa si legge il Vangelo dialogato la domenica delle Palme. Certo, il visual artist Svccy ha preparato una serie di proiezioni dal sapore un po’ vaporwave, che a volte sembrano evocare i fondali dipinti dell’opera ottocentesca, ma per il resto si limitano a mostrare talvolta goffamente simboli legati alla cultura ebraica quando la scena prevede protagonisti ebrei e opere d’arte assiro-babilonese se il libretto tratta gli intrighi di corte mesopotamici. Non manca qualche incongruenza: perché mostrare uno sfondo di dune nel «Va’ pensiero», quando la scena è ambientata sulle rive dell’Eufrate? Gli schiavi ebrei non sono certo nel deserto (o qualcuno ha confuso il libro di Daniele con quello dell’Esodo?). Le proiezioni, comunque, non infastidiscono, ma non per questo rendono più evidente la vicenda né aiutano lo spettatore a calarsi nella rappresentazione.

Il protagonista indiscusso della serata (ma anche dell’intera trilogia) è ovviamente Riccardo Muti. Al centro della scena, con tutti gli occhi puntati addosso, con la sua orchestra in una delle sue opere. Si fa aspettare il giusto per entrare, ricevere gli applausi. Buio, silenzio. I tromboni e il cimbasso attaccano il corale (insolitamente veloce). Si sente il rumore di un cellulare (presumibilmente) che cade in platea. Muti ferma tutto e dal podio redarguisce l’incauto spettatore (“E non c’è niente da ridere!”) Si riparte da capo. Tempi serrati, concitati, quasi nervosi (qualche faccia nelle ultime file dei primi violini sembra accusare una certa fatica nel tenere il passo), e poi il classico gioco di Muti a rivoltare una partitura estremamente conosciuta: più mosso dove uno si aspetta tempi più languidi, un legato dove tutti ricordano staccato, messe di voce e accenti qua e là esagerati, corone e silenzi tenuti a piacimento quasi in una sfida con l’orchestra e con il pubblico. Con la mano sinistra Muti accompagna le frasi, sembra voler cantare tutti i ruoli e suonare tutti gli strumenti: indica ora a un solista ora a un singolo orchestrale di mettere in evidenza un passaggio, un disegno ritmico, una figura d’accompagnamento. Talvolta, specie nel finale primo, i fortissimi sembrano davvero esagerati con il coro e anche qualche solista che scompare nella massa orchestrale (forse questo intendeva l’autore del famoso epigramma Pourquoi nous annoncer Nabucodonos-or / quand c’est Nabucodonos-cuivre?), complice anche la disposizione degli esecutori e un’acustica del teatro che amplifica particolarmente le frequenze più alte, rendendo l’ottavino e l’occasionale triangolo a tratti insopportabili.
Non è stato sempre così, a dire il vero, e nella parte terza Muti ha interpretato l’attesissimo coro degli ebrei come una sommessa preghiera, mantenendo il coro piano e sottovoce fino al fortissimo di «Arpa d’or de’ fatidici vati», evitando quindi il tradizionale crescendo che accompagna ogni ripetizione del tema e che finisce a evidenziare gli accenni risorgimentali di «O mia patria, sì bella e perduta». Qui si resta nel clima quasi liturgico dell’esecuzione: ugualmente il coro finisce la sua grande aria (perché questo è «Va’ pensiero») con una lunga corona che perde di volume fino a sparire. Una grandissima prova per il Coro del Teatro Municipale di Piacenza preparato da Corrado Casati che di Nabucco è a tutti gli effetti uno dei protagonisti, e che si mostra davvero impeccabile nell’impersonare ora i guerrieri babilonesi ora il popolo ebraico, assumendo quello che, negli oratorî di stampo biblico, è il ruolo della turba.

Anche l’Orchestra Giovanile Luigi Cherubini ha mostrato il suo altissimo livello, brillando per precisione e coesione sonora. Bravi i fiati solisti (decisamente migliori di certe orchestre di fondazioni lirico-sinfoniche italiane!) a cui Verdi in Nabucco affida parti di notevole rilievo (flauto, oboe e corno inglese su tutti), ottimi i violoncelli divisi (sul modello rossiniano del Tell) che nella preghiera di Zaccaria instaurano un vero e proprio dialogo con la voce solista. C’è stato in realtà un momento di qui pro quo alla fine della marcia funebre, ma sono cose che possono accadere (soprattutto se Muti sceglie di non dirigere e di lasciare all’organizzazione autonoma della sezione dei fiati i brani che in partitura sono affidati alla banda di palcoscenico). La banda interna è forse una mancanza rilevante di questa produzione: affidarla ai fiati dell’orchestra “principale”, oltre a non offrire un diverso bilanciamento tra gli strumenti non permette di distinguere in due diversi piani sonori la musica diegetica nell’opera da quella extradiegetica dell’opera.

In una recita così dominata dalla figura direttoriale, e senza possibilità di espedienti teatrali, ai solisti è richiesto un particolare e più complesso impegno per rendere il carattere dei personaggi interpretati con i soli mezzi vocali. Lidia Fridman (Abigaille) si sta ormai affermando come una specialista degli impegnativi ruoli femminili del primo Verdi. Agile e gelida, sfodera acuti taglienti, ma nel registro grave tende a esagerare l’arrotondamento delle vocali trasformando le a in o, a scapito dell’intelligibilità del testo: convince dunque più come perfida regina che da innamorata di Ismaele (ma sa svettare anche nelle mezze voci di «S’appressan gl’istanti»), e offre la prova migliore nella bellicosa cabaletta «Salgo già del trono aurato», per quanto avremmo ascoltato volentieri qualche variazione nella ripresa dell’aria.
Variazioni che Muti non ha evidentemente proibito, visto che invece sono state introdotte dal basso Evgeny Stavinski nella sua cabaletta. Stavinski ha la giusta profondità e ampiezza di voce per Zaccaria, ma nella recita a cui abbiamo assistito, pur non formalmente annunciato indisposto, appariva un po’ sofferente, con un’intonazione spesso fallace dovuta alle imperfette condizioni a cui poneva rimedio con un eccessivo vibrato. Nei toni più gravi della preghiera, comunque, è apparso migliore rispetto alla grande scena del primo atto. Al suo fianco l’Ismaele di Riccardo Rados non ha convinto fin dal recitativo iniziale, con sonorità gonfie, inadatte alla scrittura verdiana e soprattutto senza definire veramente il ruolo del suo personaggio. Molto meglio, per quanto riguarda i tenori, l’Abdallo di Giacomo Leone.
Con la sua voce limpida e sicura Francesca Di Sauro ha reso un’ottima Fenena, decisa e quasi eroica all’inizio dell’opera e poi capace di prendere il volo nel registro acuto in «Oh dischiuso è il firmamento», al punto che quasi dispiace che Verdi abbia riservato una parte così ridotta alla principessa babilonese. Şerban Vasile (Nabucco) è sicuramente stato il più teatrale dei protagonisti. È una voce con squillo da vero baritono verdiano, e se si avverte un po’ di fatica a salire in acuto, è una fatica ricompensata dal risultato. In questo Nabucco, tormentato e complesso che è già un po’ Rigoletto c’è la capacità di attraversare registri musicali ed emotivi tanto diversi, come si vede in particolare nella scena della follia, ma anche, per esempio, nei toni cantabili di «Deh perdona» e in quelli eroici e trascinanti di «O prodi miei». Bene gli altri comprimari, con la vivace Anna di Vittoria Magnarello e Adriano Gramigni che ha impersonato un preciso gran sacerdote di Belo.

Quello ascoltato a Ravenna è a tutti gli effetti il Nabucco secondo Muti, le cui scelte interpretative (al netto di qualche esagerazione) hanno permesso di vedere sotto una luce nuova un’opera estremamente nota – e di quest’operazione fa parte anche la manifesta e presumibilmente voluta assenza di ogni mezzo teatrale. È il gioco a cui Muti ultimamente ci ha abituato, ma è un gioco in cui c’è gusto a essere coinvolti: il pubblico ravennate lo ha sancito con lunghi applausi all’indirizzo di tutti gli artisti.

Teatro Alighieri di Ravenna
Ravenna Festival, Trilogia d’autunno 2023
NABUCCO
Dramma lirico in quattro parti
libretto di Temistocle Solera
dal dramma Nabuchodonosor di Auguste Anicet-Bourgeois e Francis Cornu
e dal ballo Nabuccodonosor di Antonio Cortesi
Musica di Giuseppe Verdi

Nabucco Şerban Vasile
Ismaele Riccardo Rados
Zaccaria Evgeny Stavinski
Abigaille Lidia Fridman
Fenena Francesca Di Sauro
Il Gran Sacerdote di Belo Adriano Gramigni
Abdallo Giacomo Leone
Anna Vittoria Magnarello

Orchestra Giovanile Luigi Cherubini
direttore Riccardo Muti
Coro del Teatro Municipale di Piacenza
Maestro del coro Corrado Casati
Allestimento in forma semi-scenica
Visual artist Svccy
Visual programmer Davide Broccoli
Light designer Eva Bruno
Ravenna, 20 dicembre 2023

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