Novara, Teatro Coccia – Cavilli ovvero L’Infelice inganno e L’inganno felice

La collaborazione fra il Teatro Coccia e il RossiniLab del Conservatorio Guido Cantelli ideato e diretto da Giovanni Botta giunge alla sua terza tappa proseguendo il progetto che prevede la messa in scena di tutte le farse veneziane rossiniane composte per il Teatro di San Moisè e affiancando a ognuna di esse una nuova composizione che abbia un file rouge comune col titolo rossiniano. L’idea rientra nel Progetto DNA Italia, fortemente voluto da Corinne Baroni, direttrice del Coccia, il cui scopo è proprio quello di favorire lo sviluppo dell’opera contemporanea. Ed ecco appunto che la serata in questione ha visto l’esecuzione del dramma comico L’inganno felice di Rossini preceduto dalla prima esecuzione assoluta della nuova opera di Federico Biscione, la commedia surreale in sette scene Cavilli, ovvero L’Infelice inganno.

Il legame fra le due opere è incentrato sul tema dell’inganno, che si profila “infelice” per l’opera di Biscione e “felice” per il lieto fine che invece sigla la conclusione di quella di Rossini. La prima racconta con toni surreali di cavilli burocratici propri all’Istituto Mondiale della Previdenza Sociale (IMPS), dove ogni pratica si incaglia o addirittura viene persa. Ai poveri disperati che tentano in ogni modo di vincere le lentezze degli uffici per trovare soluzioni alle loro istanze non resta che rassegnarsi o, una volta arrivati all’esasperazione, compiere atti delittuosi che li costringono a ritrovarsi in un altro mondo, l’Ufficio Accesso Ultraterreno (UAU); qui il Signor Sampietro si occupa diligentemente di tutte le problematiche che in vita non è stato possibile assolvere. Ma bisticci e incomprensioni non permettono di risolvere nulla neanche in questo limbo ultraterreno, tanto che una voce impone dall’alto a Sampietro di rimandare tutti in quell’inferno chiamato “mondo”. Una commedia surreale, trattata però con un linguaggio realistico.

Ed è qui che, forse, va individuata la non facile vicinanza con lo stile dell’opera di Rossini, la cui vicenda romanzesca vede il riunirsi del Duca Bertrando con la moglie Isabella, dopo che la donna viene condannata dal marito perché ingiustamente accusata di infedeltà per mano di un inganno ordito del perfido Ormondo, ma salvata da Tarabotto che la fa passare per sua nipote col nome di Nisa. Dopo dieci anni di lontananza, i due coniugi si rincontrano in una miniera dove Isabella si era nel frattempo nascosta, si riconoscono e, superate le trame dell’inganno, si ricongiungono felicemente in un lieto fine. Un vicenda in cui il linguaggio della musica rossiniana, con il suo proverbiale ricorso all’idea del bello ideale, presenta un canto dove, riprendendo un concetto espresso da Alberto Zedda, “le lacrime della sofferenza e gli abbandoni della passione vengono frenati, per timore di immiserire i sentimenti con la contaminazione del quotidiano”.

Questa dicotomia è alla base della non facile comunicabilità fra queste due opere. La prima, come si è detto, surreale nella trama del libretto (steso dal compositore stesso), ma realistica in un linguaggio musicale lontano da ogni sperimentalismo nell’utilizzare un declamato melodico a flusso continuo alla lunga stucchevole che si sforza – il compositore stesso lo specifica nelle sue note di sala – “di illuminare il senso di quello che i personaggi vanno esprimendo, sottolineandone l’intenzionalità profonda e le implicazioni teatrali”. Lo “sforzo” non sempre porta a risultati musicalmente illuminanti e, dopo tre quarti d’ora di ascolto, si conferma l’idea di come il teatro musicale contemporaneo non abbia ancora trovato, quando segue come in questo caso la sostanziale regolarità del linguaggio tonale, una via per emergere dal limbo della monotona prevedibilità.

Una volta annotato come questo dittico utilizzi linguaggi musicali diversi, mettendo anche i cantanti che interpretano le due opere a disagio nel passare da una vocalità all’altra, il buon risultato dell’operazione si deve soprattutto all’impegno dimostrato da un giovane regista, Matteo Anselmi, adoperatosi, con pochi mezzi a disposizione, per trovare un denominatore registico comune. Per entrambe le opere si è avvalso dell’impianto scenico di Matteo Capobianco e dei costumi di Silvia Lumes. Al centro della scena, per l’opera di Federico Biscione, appare una struttura metallica che rappresenta un disordinato ufficio di pratiche in attesa di risoluzione, quasi uno scantinato dove i grotteschi inciampi burocratici si intingono di leggera ironia nel ben evidenziare i personaggi che ne sono vittime, dove l’implacabile impiegata (Bruna Praticò) mette i bastoni fra le ruote al povero Giovanni Barra, in attesa di un assegno di invalidità che non gli viene riconosciuto dal sistema informatico perché il suo cognome è stato caricato con una “r” in meno, facendolo quindi figurare come morto (Bara), o dove il clochard Tino Cicchetti diventa omicida per disperazione.

Se il confine fra la vita e la morte serve alla regia per raccontare in salsa ironica e leggera questa commedia in bilico fra realismo e surrealismo con un ritmo teatrale che arriva addirittura a rendere meno scontato il valore stesso del linguaggio musicale che lo innerva, per l’opera di Rossini invece, Anselmi, rimodulando l’impianto dell’opera precedente, gioca la sua carta migliore e ambienta la vicenda nella contemporaneità, in una arabica piattaforma petrolifera anziché in una miniera, dove la protagonista, Isabella, in attesa che l’inganno venga svelato e che giustizia sia fatta, vive in una condizione di frustrazione, nascondendo la sua innocenza con un velo che rappresenta il suo ricordo d’amore tradito dalle macchinazioni del perfido Ormondo. Una donna sola, che vive in questo mondo di pozzi petroliferi illuminati da una luce inquieta e misteriosa. Il cambio di ambientazione, in questo caso, non arreca alcun danno all’opera, anzi, grazie alla saggezza della mano registica, crea quel clima di attesa e di innocente ricordo d’amore perduto che vedrà i nodi della vicenda sciogliersi in lieto fine nel bellissimo notturno che preclude alla conclusione dell’opera.

I cantanti, alcuni selezionati dal progetto RossiniLab-Cantelli, altri allievi della Accademia dei Mestieri dell’Opera del Teatro Coccia (AMO), si impongono per una resa teatrale efficace e talvolta scenica prima ancora che vocale.
Forse l’opera di Federico Biscione mette un po’ alla prova alcune voci, costrette e reggere il peso di un declamato sostenuto da un sottofondo orchestrale spesso denso, tanto che il passaggio al belcanto rossiniano lascia alcuni marginali segni di fatica. Nell’opera di Rossini, la cui vocalità non è tanto quella della farsa ma dell’opera semiseria vera e propria, si impone il lindore vocale del tenore Chuan Wang (Bertrando), pulito nelle agilità e musicalmente preciso, così come la freschezza del soprano Barbara Massaro (Isabella), che nonostante qualche nota acuta estrema perfettibile possiede consapevolezza stilistica e precisione nel canto di agilità oltre che centri di bella espansione lirica nei cantabili. Scenicamente attendibile Ranyi Jiang (Tarabotto) così come Lorenzo Liberali, Ormondo che però quando deve fare quello che è, cioè il cattivo della vicenda, mostra qualche disomogeneità d’emissione in “Tu mi conosci e sai che a me non si contrasta”. Infine il giovane baritono Bryan Sala, che nell’opera di Biscione è un clochard perfetto, mentre in quella di Rossini è chiamato a cantare, nei panni di Batone, un’aria assai complessa, “Una voce m’ha colpito”, pensata nientemeno che per Filippo Galli. Il volume di voce non è molto e il timbro piuttosto chiaro, ma la correttezza d’emissione, lo stile e la presenza scenica sono già quelli di un artista in erba davvero promettente, che in un certo Rossini potrebbe regalare ottime sorprese future, soprattutto incarnando talune “maschere” di buffo.

Resta da riferire della bacchetta di Luciano Acocella, che alla testa dell’Orchestra Classica di Alessandria, dona sicurezza di tenuta a entrambe le opere, anche se per Rossini qualche dinamica e colore in più sarebbero stati di maggior aiuto ai cantanti.
Purtroppo, alla prima, platea a ranghi di pubblico ridotti, ma successo finale lieto e sincero. [Rating:3/5]

Teatro Coccia – Stagione 2023
CAVILLI, OVVERO L’INFELICE INGANNO
Commedia surreale in sette scene
Musica e libretto di Federico Biscione
Da un’idea di Stefano Simone Pintor

Vittorio Di Giuseppe Chuan Wang
Allievi selezionati nel progetto RossiniLab-Cantelli:
Giovanni Barra Lorenzo Liberali
Bruna Praticò Barbara Massaro
Tino Cicchetti Bryan Sala
Allievo Accademia dei Mestieri dell’Opera del Teatro Coccia – AMO:
Signor Sampietro Ranyi Jiang

L’INGANNO FELICE
Dramma comico
Libretto di Giuseppe Maria Foppa
Musica di Gioachino Rossini

Bertrando Chaun Wang
Allievi selezionati nel progetto RossiniLab-Cantelli:
Isabella Barbara Massaro
Ormondo Lorenzo Liberali
Batone Bryan Sala
Allievo Accademia dei Mestieri dell’Opera del Teatro Coccia – AMO:
Tarabotto Ranyi Jiang

Orchestra Classica Alessandria
Direttore Luciano Acocella
Maestro al cembalo Yirui Weng
Cast allievi selezionati nel progetto RossiniLab-Cantelli
Docente preparatore e direttore del RossiniLab-Cantelli:
Giovanni Botta
Regia Matteo Anselmi
Scene Matteo Capobianco

Costumi Silvia Lumes
Luci Ivan Pastrovicchio

Produzione Fondazione Teatro Coccia
in collaborazione con il RossiniLab-Cantelli e
Accademia dei Mestieri dell’Opera del Teatro Coccia – AMO

Novara, 20 ottobre 2023