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New York, The Metropolitan Opera – Tannhäuser

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Con il Tannhäuser di Richard Wagner ci troviamo agli antipodi di Florencia en el Amazonas, data di recente sempre al Metropolitan di New York e da noi recensita (qui il link). Per l’occasione, si ripesca un vecchio allestimento che al momento del recupero delle scene nei magazzini ha sollevato, letteralmente, una nube di polvere che ha fatto notizia per qualche giorno.

Ora, gli spettacoli di Otto Schenk per il Met e altri teatri sono di tutto rispetto e molti di essi, belli e funzionali, si rivedono con piacere. Questo no. Tradizione non è, non dovrebbe mai essere, sinonimo di vecchiume. Le scene ripristinate sono bruttissime per gli atti estremi (anche se firmati da un mago quale Günther Schneider-Siemssen), molto belle per quello centrale. I costumi d’epoca di Patricia Zipprodt sono piuttosto piacevoli, le luci di Gil Wechsler povere (a dir poco), ma più di tutto la coreografia di Norbert Vesak risulta oggi inguardabile e francamente risibile: un baccanale che sembra un esercizio di ginnastica non molto azzeccato non è più accettabile. D’accordo che certe novità sono pure e semplici scemenze e gli spettacoli tradizionali possono avere ancora un senso, ma non in questo modo e in questa forma. Inutile parlare di regia e interpretazione: ognuno se la cava come può e, da questo punto di vista, la migliore risulta l’interprete di Elisabeth.

E la musica? Tannhäuser ha bisogno di una compagnia di canto formidabile e, soprattutto, di un grandissimo maestro per far capire davvero un titolo fondamentale nella produzione di Wagner, dove ancora si trova qualche numero chiuso (malcelato da una continuità orchestrale che mette anzi in evidenza la struttura di sempre), c’è una bellissima marcia che avrebbe potuto firmare Meyerbeer (sì, il bersaglio del Giudaismo nella musica scritto da un Wagner antisemita), un grande concertato ma anche forme e momenti, in particolare l’atto terzo e il racconto di Roma, che guardano al “futuro”.

Donald Runnicles viene accolto con fervore da inizio a fine spettacolo. Per chi scrive, tutta la recita fornisce argomenti a chi dice che al Met oggi si applaude tutto e tutti. Runnicles è un direttore corretto, ma anche superficiale, monotono, a cui si devono una ouverture e un baccanale noiosissimi e meccanici, anche se l’orchestra suona molto bene. Mai ho sbadigliato tanto  durante un Tannhäuser come in questa occasione. Il coro istruito da Donald Palumbo è storicamente una colonna del Met e infatti a lui si devono i momenti migliori e più interessanti in assoluto.

Nel ruolo del titolo, Andreas Schager si presenta dopo aver debuttato come Siegfried nel Ring. Certamente è un Heldentenor per quanto riguarda resistenza, volume, estensione (arriva al grande racconto finale freschissimo). Chiedergli tuttavia anche espressività, interpretazione e mezzevoci e piani in acuto (nei pochi che deve cantare durante il concertato dell’atto secondo si rimpiangono i falsetti stimbrati emessi da Kaufmann la scorsa estate a Salisburgo) significa pretendere cose che non sono nelle sue corde. E quindi è sì bravo, ma incompleto.
Elza van den Heever è un soprano di tutto rispetto e avrebbe anche il timbro adeguato alla parte di Elisabeth. Forse non era in serata (tutti gli artisti ne hanno diritto, non sono delle macchine), o magari inizia a pesare la frequentazione di alcuni ruoli straussiani, ma “Dich teure Halle” presentava un vibrato metallico in acuto fastidioso che è migliorato nel corso del secondo atto, ma solo nella preghiera del terzo ho ritrovato la cantante che conoscevo.
Christian Gerhaher ha una grande reputazione nel mondo del Lied (certamente è un bravissimo interprete, anche se non ha una bella voce, a mio parere), ma bisogna essere Fischer-Dieskau o Simon Keenlyside per essere capaci di mantenere la linea di canto di Wolfram. Una frase buona qui, due parole fantastiche là, un volume piuttosto modesto non mi sembrano l’ideale. Il miglior momento, per fortuna, è il canto alla stella vespertina. Georg Zeppenfeld, al contrario, è davvero ideale nei panni del Langravio, almeno dal punto di vista vocale. Peccato che sembri seccato o totalmente disinteressato a quanto succede (qualche sorriso, qualche espressione irata non bastano).
Poi c’è sempre il problema di Venere. Normalmente si tratta di un soprano drammatico o di un Falcon, ma tante volte non c’è a disposizione che un mezzosoprano. Ekaterina Gubanova c’entra ben poco con la parte (e con parrucca bionda ancora meno). Gli acuti sono tesi (naturalmente), i gravi buoni ma meno potenti e l’espressività semplicemente non è credibile. Di tutti gli altri, l’unico degno di nota è il basso Le Bu, di notevole volume nel ruolo di Biterolf.

A confermare che il Met dopo la pandemia ancora non ha recuperato il suo pubblico, il numero di spettatori era inferiore a quello di Florencia en el Amazonas. Ho memoria di un Rheingold e una Walküre con il tutto esaurito e bagarini stile quelli della Scala che oggi sono solo un ricordo. Comunque, alla fine, gli applausi ricevuti da tutta la compagnia smentiscono questa recensione.

New York, 6 dicembre 2023

Foto di copertina: Evan Zimmerman/ Met Opera

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