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New York, The Metropolitan Opera – Florencia en el Amazonas

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Benché lo spagnolo sia la seconda lingua più parlata negli USA, la produzione operistica di origine spagnola non ha avuto mai un posto importante nei teatri lirici statunitensi. Al Metropolitan di New York, per esempio, si ricordavano solo due titoli in lingua spagnola: Goyescas di Granados, nel 1916, e, dieci anni dopo, La vida breve di De Falla. Adesso se n’è aggiunto un terzo, di più ampio respiro, e di un compositore messicano: Florencia en el Amazonas di Daniel Catán (1949-2011), rappresentato per la prima volta a Houston nel 1996. Per questa ripresa al Met, si è ricorsi a una campagna pubblicitaria imponente, è stato realizzato un nuovo e interessante allestimento, la direzione è stata affidata all’uomo forte del teatro, Yannick Nézet-Séguin, e si è preparata molto bene la compagnia di canto. Risultato: più pubblico in sala (difficile riempire il Met dopo la pandemia), più giovani e tanti americani ‘latini’, in visita o residenti in città e altrove.

L’opera è poco nota. Il libretto di Marcela Fuentes-Berain, allieva del celeberrimo Gabriel García Márquez, non è un adattamento de L’amore ai tempi del colera, bensì s’ispira molto liberamente ad alcuni temi del romanzo (fra cui il colera), mentre la parte fondamentale, come in tante opere liriche, viene dedicata ai rapporti amorosi (il testo è piuttosto convenzionale, ma funzionale alla musica). Si tratta di un viaggio senza ritorno sulla nave El Dorado per raggiungere Manaus e il suo mitico teatro d’opera in mezzo alla foresta amazzonica, dove viaggiano, per sentire la diva Florencia Grimaldi, una giornalista, Rosalba, che prepara un libro sulla vita della cantante (una specie di Garbo della lirica), una coppia non più giovane, Paula e Álvaro, che con quel pretesto fanno un ultimo tentativo per salvare il loro matrimonio in piena crisi. Ma viaggia anche, in incognita, la stessa Florencia, che ha rinunciato a cantare alla Scala per tornare nel suo Paese di origine: in teoria per cantare, in realtà per ritrovare Cristóbal, il primo grande e unico amore abbandonato per seguire il suo destino artistico. Ovviamente c’è il capitano della nave, con un nipote, Arcadio, che non vuole navigare ma fare il pilota di aerei, e il misterioso Riobolo, factotum, narratore della storia e personaggio fantastico che si occupa delle valigie dei passeggeri ma anche di pregare i numi pagani del fiume Amazonas per placare la loro ira. Il primo atto si conclude con una situazione di totale caos, ancora più grave perché si scatena una tempesta improvvisa e la nave naufraga. Nel secondo atto tutto si risolve: la coppia in crisi ritrova l’intesa e la felicità, mentre la nuova coppia formata da Rosalba e Arcadio, che avevano deciso di non amarsi per continuare i loro progetti liberi e indipendenti, inizia finalmente a pensare a una vita in comune. Il Capitano è contento e Riolobo si allontana con due frasi di forte impatto. E la diva? A Manaus non si può sbarcare perché c’è il colera e si rischia di morire, e lei in una grande scena finale (impossibile non pensare a quella della contessa Madeleine del Capriccio straussiano) decide di continuare la ricerca del suo Cristóbal trasformandosi per incanto in una farfalla e lasciando dunque il finale aperto.

Il realismo magico tanto esaltato nella letteratura latinoamericana del secolo scorso viene ridotto a poche situazioni, ma la musica di Catán ne approfitta per integrare elementi ritmici e folclorici dei Caraibi in un’orchestrazione densa e ricca, scegliendo deliberatamente una linea melodica (con arie, duetti, concertati) che rimanda tra gli altri a Puccini, mentre nell’interludio sinfonico che apre la seconda parte è facile distinguere l’impronta di Britten. Ossia non si nega la tradizione, non la si copia, ma la si integra. E se non si può gridare al capolavoro, il risultato (nonostante qualche soluzione sbrigativa che va contro l’approfondimento di situazioni e caratteri) è un’opera seducente che si segue con interesse.

La produzione può annoverarsi tra le più felici della regista Mary Zimmerman. Piace al pubblico, che sorride e ride quando ballerini e marionette si presentano in veste di animali esotici, ma i movimenti sono precisi, la scena unica (la nave) è suggerita con un abile gioco di ringhiere, il disegno di luci ottimo, i costumi belli: forse quelli di Riolobo, quando si presenta alla fine della prima parte come un sacerdote tra l’azteca e l’inca, risentono un po’ dell’immaginario hollywoodiano anni ‘40, ma almeno si evitano i tutti frutti hat dell’indimenticabilmente kitsch Carmen Miranda.

Il direttore Yannick Nézet-Séguin ha carisma da vendere e viene osannato. L’orchestra suona benissimo e lui si butta nella mischia senza risparmiarsi ma, vuoi proprio per l’entusiasmo vuoi per la partitura stessa, come qualche anno fa in Rusalka insiste un po’ troppo sui forti e, più di una volta, rischia di coprire i cantanti. Il coro non ha molto da fare ma lo fa bene.

L’elemento più importante della produzione è il cast, formato da cantanti che sono anche ottimi attori, pur non trattandosi di cantanti-attori che di solito sono più bravi come interpreti che come musicisti. Ebbene, complimenti al Met: tutti ma proprio tutti sono all’altezza del loro compito e si vede subito che hanno lavorato insieme a lungo e bene. Poi si possono fare dei distinguo, ma bisogna partire da questa premessa.

Non appena entra in scena, Ailyn Pérez viene accolta con un applauso, come le dive del bel tempo passato. In ogni caso qui è fantastica, e qualche estremo acuto un po’ metallico o fisso non inficia una prestazione eccellente. La protagonista Florencia ha tre arie e soprattutto nella prima e nell’ultima Pérez riceve una marea di applausi. Il suo fare da diva distaccata nel primo atto rende ancora più potente l’ansia interiore che emerge nel secondo. Il timbro è bello, caldo e i pianissimi eccellenti. Credo che dovrebbe evitare, almeno per ora, ruoli più spinti. Secondo soprano, ma non meno interessante anche se canta meno, Gabriela Reyes è una Rosalba formidabile per volume e interpretazione (magari gli acuti suonano un po’ aspri ma qui non disturbano per niente).
Non meno bravo, con il timbro prezioso e gli acuti formidabili e squillanti da vero tenore lirico, Mario Chang è Arcadio. La coppia ‘matura’ viene affidata ai solidi Michael Chioldi e Nancy Fabiola Herrero. Quest’ultima, nella seconda parte, ha modo di esibirsi in un’aria accolta da un meritatissimo applauso. Greer Grimsley è il Capitano, il ruolo più ingrato e più breve ma che interviene nei momenti di crisi e rivela cose importanti, come quando spiega il suo amore per la nave e la sua vita da marinaio e svela al nipote che le sue emozioni si devono all’amore per Rosalba. Bravo vocalmente, è però il meno duttile nell’uso della lingua.
La padronanza linguistica è invece uno dei tanti pregi dell’unico cantante nuovo al Met: nel ruolo di Riobolo debutta infatti l’italiano Mattia Olivieri. Anche in un titolo contemporaneo poco noto e in un personaggio particolare come questo, il baritono vince la scommessa ottenendo un meritato trionfo personale. Olivieri spopola nei suoi due grandi interventi e nelle frasi non banali (e anche in quelle banali) che gli spettano. Per esempio le due finali prima dell’ultima scena dell’opera (“la muerte flota sobre el río” e “el último abrazo”) sono talmente centrate espressivamente, anche grazie all’utilizzo accorto delle mezzevoci, da far venire i brividi. Per il resto il timbro – vellutato e omogeneo – e il volume sono quelli che conosciamo e l’accento latinoamericano è praticamente perfetto.

New York, 2 dicembre 2023

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