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Napoli, Teatro San Carlo – Concerto diretto da Susanna Mälkki (solista Maria Agresta)

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Un protagonismo tutto al femminile che, fra il podio su cui è salita la finlandese Susanna Mälkki per il suo debutto partenopeo e il ruolo solista affidato per metà serata al soprano Maria Agresta, ha di fatto portato a far coincidere il concerto di chiusura della stagione sinfonica del Teatro San Carlo di Napoli casualmente, ma assai potentemente, nei tempi del drammatico ritrovamento del corpo della giovane laureanda di Vigonovo Giulia Cecchettin, vittima dell’ennesimo, efferato femminicidio che ha scosso ancora una volta di più la coscienza e l’opinione dell’intera nazione. Di qui, in apertura, il gesto e il grido inattesi quanto opportuni della solista Agresta dalle quinte arrivata al proscenio con un paio di scarpe rosse in mano, poi lasciate ai piedi del podio per l’intera prima metà del concerto, declamando a gran voce verso il pubblico: “il Teatro San Carlo tutto denuncia e dice basta alla violenza contro le donne!”.

Una corona di applausi, poi il via all’ascolto con una pagina piuttosto rara – neanche a dirlo – fatta di amore disperato e di abbandono, di rabbia, vendetta, ricerca della morte e sacrificio. Ossia, la scena e aria da concerto op. 65 di Beethoven, “Ah, perfido!” per soprano e orchestra, articolata come da genere specifico in un recitativo accompagnato da sedici versi tratto dall’Achille in Sciro (III.3) di Metastasio e in un cantabile (Per pietà, non dirmi addio) più allegro (Ah crudel! Tu vuoi ch’io mora) con testo in questo caso di autore ignoto. Il tutto entro il quadro di un palinsesto stranamente impaginato (Beethoven, Mendelssohn poi Mahler) ma ben efficace quale cartina al tornasole per comprendere un po’ di cose nel corso dell’intera esecuzione.

Innanzitutto, il polso e lo stile della direzione dell’apprezzata e pluripremiata in Europa e oltreoceano Susanna Mälkki. Una direzione chiara, elegante, calibrata e musicalmente ben curata, precisa negli attacchi quanto di sensibilità notevole sia sul piano del dato storico che dell’espressione. Nel caso specifico del tardo Classicismo beethoveniano, ben tarata ai fini di una plasticità marmorea consona al lungo scavo del recitativo, variegata nel ventaglio di accenti dolenti e di preghiera nella sezione mediana, serrata in terza battuta fra le diverse dinamiche del deragliamento affettivo, fermo in ogni caso restando il governo di un rapporto altamente aulico e di equilibrio apollineo, da Idomeneo mozartiano, impresso fra il ruolo vocale e la condotta orchestrale. Un gesto che per il successivo Romanticismo di Mendelssohn dell’aria da concerto scritta per conto della London Philarmonic Society sempre per soprano e orchestra “Infelice! Già dal mio sguardo” op. 94, sul duplice denominatore comune dell’amata abbandonata e con testo parimenti del massimo poeta cesareo, rimpolpa tinte e sfumature nel dar corpo ai ricordi di un amore ormai lontano, cercando agogiche mutevoli, rapsodiche, diversi pesi, affondi, strette leggere e vagamente fiabesche.

Viceversa, la Prima Sinfonia di Gustav Mahler stenta a decollare, pur mostrando la Mälkki puntualità e attenzione nel dar voce, in spaccati suggestivi ma pur sempre a scorcio, ai suoni della natura germinati come da un mondo sotterraneo e sommerso, cercando di sagomare a dovere gli innesti folclorici, di fanfara o in parodia (quel Frère Jacques magnificamente staccato quasi come voce interiore ad incipit del terzo movimento dal primo contrabbasso Carmine Laino e da lì ripreso in canone) così come evidente è il suo intento nel dar carattere al gioco di citazioni sul fronte liederistico o del Ländler, comprese le velature franckiane e gli opposti ancora una volta puntati fra le carte dell’idillio amoroso e di un inferno che è presagio, marcia di morte e burla. Alla resa dei conti però, la Sinfonia “Titano” restituita dalla direttrice finlandese, pur fra i generosi applausi di un pubblico sostanzialmente ignaro visti i vigorosi consensi anche fra un tempo e l’altro, è risultata in concreto piuttosto statica. Priva, cioè, della necessaria visione e visionarietà tensiva coesa fra gli estremi, totalizzante oltre il dettaglio del buon fugato o del tassello geometrico, come dei picchi di suono tra l’altro troppo improvvisi. Al netto, in pratica, di quel fondamentale, originario programma poetico d’ispirazione richteriana che ne resta in filigrana il fuoco e il pensiero doveroso e costante. Il che va comunque addebitato anche alla risposta complessivamente opaca se non disorganica di un’Orchestra poco in forma – o peggio, relativamente presa dalla bacchetta in questione escluso il sollecito lavoro di singole sezioni come gli archi gravi e di prime parti specifiche – a fronte degli splendidi apici mahleriani toccati in tempi forse migliori per amalgama generazionale della compagine e miglior cura della bacchetta stabile. In passato, senz’altro, ma già solo tre anni fa con la stessa “Titano” diretta dal precedente direttore musicale Juraj Valčuha.

Pieno d’altro verso il successo del soprano campano Maria Agresta, fasciata in abito raso verde smeraldo e a spalle scoperte. In virtù di un saldo arsenale tecnico da sempre unito a una peculiare capacità di smorzare e gestire i suoni, il Beethoven dell’aria scritta per il ruolo della principessa Deidamia di Sciro e nella prassi salottiera posta in musica per il diletto di una giovane aristocratica di Praga, la contessa Josephine Clary, per poi risuonare in un pubblico teatro nel 1796 a Lipsia nell’interpretazione di Josepha Dušek, prende forma nella parte canora con accenti praticamente già romantici, stando al velluto piuttosto scuro e compatto dell’emissione, allo scatto e allo spessore degli accenti dell’ampio recitativo, laddove nella strofe mediana lo stile appare più a fuoco con la dolce intensità della sua perorazione. In via analoga, nella non facile sezione in chiusa, con bel piglio affronta salti, scale e peripezie di ogni sorta lungo l’intera estensione spingendo però, un po’ troppo, le mete all’acuto. Maggiormente incline a dar forma a un tessuto canoro ottocentesco, Maria Agresta si rivela immediatamente a seguire interprete ideale e sapiente nel tener fede a un Mendelssohn che, ben oltre il conio eroico di bravura tipico del dramma per musica dell’era metastasiana, carica la parte di smalti e di sfaccettature emotive, stringenti, avvolgenti, cangianti. Strappando al termine e meritatamente, nel caloroso abbraccio di stima sincera con Susanna Mälkki, entusiasmi e consensi di palchi e platea.

Teatro San Carlo – Stagione di Concerti 2022/23

Ludwig van Beethoven
“Ah! Perfido”, scena e aria per soprano e orchestra, op. 65

Felix Mendelssohn
“Infelice! Già dal mio sguardo”, op. 94

Gustav Mahler
Sinfonia n. 1 in re maggiore “Titano”

Soprano Maria Agresta
Direttore Susanna Mälkki
Orchestra del Teatro di San Carlo

Napoli, 19 novembre 2023

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