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Napoli, Teatro Politeama – Nona Sinfonia di Beethoven

Stacchi metrici spinti e andamenti a tutto gas, oltre i limiti di una velocità consona allo stile e con buona pace del respiro canoro per i solisti d’alto grado più Coro di casa in campo per il movimento in coda. E ancora, dinamiche verticali nette, accenti marcati a studio e una scansione per blocchi monolitici a sé stanti che neutralizzano, d’un colpo, dettagli concertanti, colori e affondi armonici. Il tutto, per una Nona Sinfonia originale senz’altro, serrata come una sfida atletica, diciamo pure modernamente intesa. In sostanza, epurata dalla tradizionale, magmatica tensione a nesso o a contrasto dei materiali sonori, dei gruppi tematici, della trasversalità sinfonico-drammatica e della sua stessa profondità espressiva, rivelandosi banco di resistenza muscolare e fin dall’Allegro d’apertura, nell’occasione simile a una marcia verso il supplizio, d’ispirazione più berlioziana che viennese di matrice teutonica. Risultato: un Beethoven sovraeccitato e quasi metal, che corre tanto e senza guardare troppo ai dettagli del percorso e alla dirittura d’arrivo, forse “alla moda” direbbe il Marcello, ma in ogni caso di spettacolare, epidermico impatto e, pertanto, un Beethoven molto diverso da quello indicato al termine dallo stesso direttore innalzando la partitura verso il pubblico con gesto da nascita del re leone e con umiltà non dissimile da quella con cui Sviatoslav Richter era solito chiudere i suoi memorabili eventi pianistici.

Ebbene si presenta così, al suo primo appuntamento in qualità di nuovo vertice musicale del Teatro San Carlo di Napoli per la concertistica nella sede temporanea del Politeama, Dan Ettinger, il direttore israeliano di origini rumene che dirige con piglio e gran velocità a mani sciolte, saltellando rumorosamente e quasi danzando in pedana. Il suo curriculum è importante (già direttore musicale dell’Opera di Israele e dell’Orchestra Filarmonica di Stoccarda, ricercato e invitato dai massimi circuiti lirici internazionali, fra cui Met di New York, Covent Garden di Londra, Opéra National de Paris, Opernhaus di Zurigo, Wiener Staatsoper, Bayerische Staatsoper, Festival di Salisburgo) così come le sue idee risultano ben salde e a noi molto chiare per quel che sarà il futuro destino della compagine sancarliana, almeno stando a quanto già testato sulla stessa Orchestra della Fondazione lirica napoletana con risultati più che ragguardevoli nella Carmen di Bizet in piazza del Plebiscito (giugno 2021) e nel più recente Samson et Dalila di Camille Saint-Saëns (lo scorso settembre 2022). Mentre, sul fronte classico mozartiano del Così fan tutte e delle Sinfonie in sol minore (marzo e aprile 2022), suscitando viceversa forti perplessità per gli stessi requisiti di cui sopra. Si vedrà.

Intanto, per ora, ci tocca una Sinfonia “Corale” strana assai, con un quartetto di super solisti che vanta per la prima volta a Napoli il soprano astrale (pur con poche battute e a fine carriera) Diana Damrau e per giunta nella stessa sala che, nel 1904, tenne a battesimo la prima esecuzione italiana dell’integrale sinfonica beethoveniana guidata da un compositore, musicista e direttore di gran vaglia quale fu Giuseppe Martucci, alla testa dell’allora esistente compagine orchestrale della Società Filarmonica Napoletana. Qui, alla linea dei conti, quattro i momenti realmente felici: il timbro curato dei violoncelli nel cuore dello Scherzo cui si aggiunge lo scavo in recitativo con i contrabbassi in apertura del Presto finale, l’esordio esatto e portentoso per l’intera prova dello stesso magnifico baritono a due giorni dal suo trionfale Rigoletto in forma di concerto, l’inno alla gioia intonato a piena voce dalla massa corale mista preparata a dovere dal maestro José Luis Basso.

Quanto al dettaglio, il primo movimento (Allegro ma non troppo, un poco maestoso) non sembra abbia alcuna intenzione di cercare tensioni né dal cardine primigenio delle quinte vuote, né dagli sforzati e, tantomeno, acquista peso o anima a seguire perché, pur nel gioco dei contrasti meramente fonici o nelle uscite eccentriche dei legni, si resta entro i margini dell’eloquio insistito e didascalico (le articolazioni sono sempre di superficie, di corto respiro e intollerabilmente identiche a se stesse), pur nel contrappunto ostinato in crescendo e lungo un taglio a metà strada fra la motricità schumanniana e una forza d’effetto che è estroversione alla Berlioz.

Maggiormente nelle corde di Ettinger risulta lo Scherzo (Molto vivace). Anticipato da Beethoven in seconda posizione e dunque rispetto alla norma prima del tempo lento, non è il solito movimento staccato e definito nel dettaglio in punta di piedi, ma si tende pur nelle onde dell’agogica all’amalgama filmico dei suoni. Dal Trio, almeno e miracolosamente, emerge la bellezza timbrica dei violoncelli a fronte della risposta eccessivamente elementare e troppo ludica, a mo’ di girotondo, dei fiati. La forza del vortice è ad ogni modo, ricadendo su Berlioz, quella di un sabba.

Applausi all’ingresso e posizionamento dei cantanti, poi il via all’Adagio molto, e cantabile, con dovizia al principio delle mezze voci nel puro stile della Romanza beethoveniana, tuttavia destinata nel breve giro a perdersi. Si resta infatti fermi sulla patina arcadica senza particolari motivi d’interesse (il primo corno scivola, i legni vagano nel rallentare), via via sfociando in un fastidioso manierismo da balletto ottocentesco, esclusa l’oasi felice della perorazione in crescendo.

Grazie al cielo nel Finale arrivano le voci. Attacco di fiati e timpani a taglio e a fuoco d’artificio, quindi agli archi gravi il compito di garantire nerbo all’azione, con le solide e lunghe risposte in recitativo nel Presto iniziale, nella tornitura d’esordio in piano del tema della gioia. Tema che a piena orchestra, paradossalmente, si alleggerisce e perde quota d’impatto.
Il primo, vero e proprio squarcio sulla “deutsche Seele” della Nona e dei relativi versi schilleriani arriva, finalmente, con il recitativo spettacolare del baritono Ludovic Tézier: elegante, vigoroso e luminoso al contempo, tedesco fino al midollo per quanto francese. Peccato che vi faccia seguito nell’Allegro assai una risposta del Coro troppo staccata e quasi volutamente infantile, da “Sängerknaben”, che costituisce in effetti la stura per un quartetto vocale che non ha neanche l’agio di far sentire a dovere il proprio colore e spessore, scannato nei tempi com’è. E questo dispiace innanzitutto per l’esordio assoluto sulle scene sancarliane di Diana Damrau, voce siderale e prestante che picchia all’acuto nella gran corsa ginnica generale, corsa a cui tutti gli artisti sul palco, almeno tecnicamente, riescono a tener testa.
Grazie alla maggior quota a lui assegnata dalla scrittura beethoveniana nella sezione alla turca, nel cui ostinato strumentale in fortissimo si rasenta la tarantella, spicca ancora per volume e bellezza di voce il tenore Bernard Richter mentre non facilmente apprezzabili, nella sfrenata vertigine dionisiaca d’attacco e in chiusa, sono le doti del mezzosoprano Edna Prochnik. Infine, il contributo compatto e potente all’Inno di Schiller-Beethoven spetta alla raggiunta solidità del Coro, oltre la grande fuga finale, in plastico rilievo nella formazione omoritmica d’assieme. [Rating:2.5/5]

Teatro San Carlo – Stagione di concerti 2022/23
Ludwig van Beethoven
Sinfonia n. 9 in re minore per soli, coro e orchestra op. 125, “Corale”

Orchestra e Coro del Teatro di San Carlo
Direttore Dan Ettinger
Maestro del coro José Luis Basso
Soprano Diana Damrau
Mezzosoprano Edna Prochnik
Tenore Bernard Richter
Baritono Ludovic Tézier

Napoli, Teatro Politeama, 20 gennaio 2023