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Monte-Carlo, Salle Garnier – Alcina (con Cecilia Bartoli)

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All’Opéra di Monte-Carlo è iniziata l’era di Cecilia Bartoli, che firma la sua prima stagione inauguratasi trionfalmente con Alcina di Händel, per la quale veste anche i panni della protagonista. Per le scene monegasche l’opera non è una novità assoluta. La si era già ascoltata in forma di concerto nel 2016, ora la si presenta per la prima volta in veste scenica sul palco della dorata Salle Garnier nell’allestimento che Christof Loy firmò per l’Opernhaus di Zurigo, con scene di Johannes Leiacker e costumi di Ursula Renzenbrink.

Il regista tedesco trasforma la terza delle opere händeliane ispirate all’Orlando furioso di Ludovico Ariosto (le prime due sono Orlando e Ariodante) facendone un laboratorio di sentimenti contrastanti che sono specchio della progressiva consapevolezza di quanto emotivamente condizionabile sia la protagonista, una maga che perde i propri poteri per essersi scoperta vulnerabile all’amore: quello vero, della donna innamorata, non quello magico dell’incantatrice che attira nella sua isola incantata gli eroi e poi li seduce trasformandoli in animali, piante e rocce. Siccome il suo mondo si rivela illusorio e fragile come la sua relazione con Ruggiero – il paladino che ha dimenticato Bradamante per cadere fra gli abbracci ingannatori della maga – ecco che lo spettacolo gioca su un duplice piano drammaturgico: quello dell’incantesimo, che si rivela presto finzione mostrando la maga stessa e la sorella Morgana vecchie anziché belle e mostrando un palazzo ormai crollato e fatiscente, e quello che, attraverso un raffinato gioco di teatro nel teatro, vede i personaggi ariosteschi trasformarsi nei personaggi teatrali che interpretano assumendo poco per volta le fattezze reali, perdendo anche gli abiti settecenteschi per vestire panni contemporanei quando prendono consapevolezza che il mondo di Alcina è solo finzione. Ecco perché la girandola di rapporti amorosi – che vede Oronte invaghirsi di Morgana, alla quale però piace Ricciardo, che non è altri che Bradamante travestitasi da uomo per liberare l’amato Ruggiero dai sortilegi di Alcina – si dipana con un’articolazione che mostra da un lato scenari barocchi tradizionali, come le nuvole di cartone che avvolgono l’isola di Alcina, dall’altro il backstage di un teatro o, nel secondo atto, tre stanze dove si vedono le controfigure dei personaggi invecchiati, prefigurando la fine di quel mondo che crolla dinanzi alla inaspettata fragilità della maga. Alcina non è quindi più simbolo di seduzione e corruzione sensuale, della donna che usa la finzione per manipolare gli altri; la sua bellezza, come le sue arti magiche, svaniscono dinanzi alla consapevolezza di un amore sincero che le impedisce di distinguere il confine fra la realtà e i giochi delle sue astuzie magiche. La regia è dinamicissima, anima i da capo, talvolta addirittura li infarcisce di controfigure coreografiche, come quando Ruggiero intona l’aria “Sta nell’ircana petrosa tana” mentre dei ballerini gli danzano attorno mimandone le agilità e coinvolgendolo nel turbine di movimenti ginnici. C’è anche un vecchio cupido con bianche ali, arco e faretra colma di frecce che simboleggia come l’amore ci renda sempre un po’ tutti vulnerabili e shakespearianamente sempre diversi nel vivere i sentimenti e gli affetti che lo spettacolo inanella talvolta eccedendo in sollecitazioni visive.

Eppure tutto questo si sposa con un’esecuzione musicale che si appoggia musicalmente sull’ispiratissima direzione di Gianluca Capuano, in un ricamo di sottigliezze che nascono delle tinte degli strumenti (quelli magnifici dell’ensemble barocco monegasco de Les Musiciens du Prince-Monaco) e disegnano archi espressivi continuamente cangianti. Un percorso così accurato e ricco di colori (anche nella cura certosina prestata ai recitativi, dove il continuo si arricchisce di insoliti e preziosi inserti strumentali) da affascinare aria dopo aria. Quando eseguito così, il barocco diviene fra i migliori esempi di come l’estetica del suono storicamente informato sia approdata a traguardi capaci di fondere in un tutt’uno estro nell’impiego delle combinazioni strumentali, purezza di suono ed esigenze teatrali.

Ovviamente, nel cast, la parte del leone spetta a Cecilia Bartoli, ormai storica interprete di Alcina. Qui lo conferma, nonostante l’annunciato dolore a un ginocchio le abbia impedito di agire sulla scena come avrebbe voluto. Sul piano vocale ed espressivo siamo dinanzi al miniaturismo più evoluto e meditato della retorica belcantistica barocca; una retorica che travalica il dato puramente canoro e si umanizza nei tratti sottili di un fraseggio ricercatissimo, dove a ogni parola viene dato il giusto peso espressivo in senso teatrale quale riflesso dell’intimo sentire di un personaggio che tocca i vertici del tragico nelle sue arie più belle del secondo atto, “Ah, mio cor! Schernito sei!” e “Ombre pallide”, preceduta quest’ultima dal bel recitativo accompagnato “Ah! Ruggiero crudel, tu non m’amasti!”. Nella prima – un lungo lamento con pizzicato d’archi che, come i battiti del cuore, esprimono il dolore per la perdita dell’amato e per l’offesa subita agendo in progressione con l’incipiente depressione che assale il personaggio – Cecilia Bartoli rende musicali anche i sospiri. Nel da capo rallenta il passo, inghirlanda le note di aliti sonori impalpabilmente leggeri e di accenti estatici al punto di creare un clima di fibrillazione emotiva sospesa, quasi ipnotizzante, divenendo una sorta di “agonia dell’abbandono” tradotta in canto. Ovviamente è anche un’ottima virtuosa e lo mostra nel canto di agilità di “Ma quando tornerai”, al momento in cui la maga si esprime con impeto e rabbia, ma il meglio si ha quando la femminilità è toccata dal dolore della perdita, come avviene anche nell’ultima delle sue arie, “Mi restano le lagrime”.

Non è facile competere con l’arte espressiva di una barocchista così eccelsa. In lei la retorica degli affetti barocchi tocca vertici ineguagliabili, riflesso di uno stile esecutivo che oggi fa tendenza. Infatti gli altri interpreti, seppur bravi, sono un gradino al di sotto di lei. Eppure Varduhi Abrahamyan, Bradamante dal timbro scuro, caldo e intenso, nell’aria “Vorrei vendicarmi” è vorticosa quanto basta nelle agilità. Sandrine Piau (Morgana) non brilla nella celebre aria “Tornami a vagheggiar”, ben cantata ma priva dell’ebbrezza virtuosistica richiesta, mentre si ritaglia una bella oasi malinconica in “Credete al mio dolore”.
Philippe Jaroussky, alle prese con una parte, quella di Ruggiero, pensata da Händel per il castrato Giovanni Carestini, si disimpegna con la consueta musicalità. Il timbro singolare, fanciullesco e sopranile, profuma di infanzia imperitura e resta la sua indubbia carta vincente. Se non fosse per qualche affaticamento in acuto e per il disagio mostrato nella difficile aria “Sta nell’ircana pietrosa tana”, è indubbio che in “Verdi prati” il noto falsettista francese sappia legare i suoni ad arte, contemplando il sogno arcadico di felicità perduto lasciando l’isola di Alcina con accenti delicati, a tratti anche vaporosi, e con quell’eleganza che sempre lo contraddistingue.
Anche Maxim Mironov, che dopo tanta frequentazione col repertorio rossiniano è al suo primo ruolo händeliano, sfoggia nei panni di Oronte un canto garbato e stilisticamente irreprensibile. Il solo basso Péter Kálmán  (Melisso), nonostante la voce grave sonora, mostra squilibri d’emissione ma non rovina certo la festa di un cast acclamato incessantemente a fine spettacolo. Un bel segnale di partenza per la stagione monegasca.
Intanto anche la grafica del logo del teatro si rinnova e mostra la facciata stilizzata del palazzo del Casinò unita alla scritta Opéra di Monte-Carlo impressa a caratteri dorati. Niente più programmi di sala, ma solamente un elegante pieghevole che riporta l’indicazione del cast e alcune note sull’opera in francese e in inglese. Se si vogliono avere più notizie, lo spettatore può inquadrare con il proprio smartphone il QR Code che riporta al sito internet del teatro. Lì si trova tutto ciò che si vuole sapere sull’opera e sullo spettacolo. Un passo, piaccia o meno, verso la modernità.

Salle Garnier, Opéra de Monte-Carlo – Stagione 2023
ALCINA
Dramma per musica in tre atti
Libretto anonimo da L’isola d’Alcina di Riccardo Broschi
dall’Orlando furioso di Ludovico Ariosto
Musica di Georg Friedrich Händel 

Alcina Cecilia Bartoli
Ruggiero Philippe Jaroussky
Morgana Sandrine Piau
Bradamante Varduhi Abrahamyan
Oronte Maxim Mironov
Melisso Péter Kálmán 

Les Musiciens du Prince-Monaco
Direttore Gianluca Capuano
Regia Christof Loy
Scene Johannes Leiacker
Costumi Ursula Renzenbrink
Luci Bernd Purkrabek
Coreografie Thomas Wilhelm

Coproduzione con l’Opernhaus di Zurigo
Monte-Carlo, 20 gennaio 2023

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