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Monte-Carlo, Grimaldi Forum – Don Carlo

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Parrebbe che Cecilia Bartoli, invitando Davide Livermore per realizzare il nuovo allestimento di Don Carlo andato in scena al Grimaldi Forum per la stagione dell’Opéra di Monte-Carlo, gli abbia espressamente chiesto di essere fedele al contesto storico. Gli ha fatto un regalo, perché Livermore, che certo è uno dei registi di maggior talento della nostra contemporaneità, approda questa volta, senza le consuete bizzarrie ma con i migliori ingredienti del suo operato artistico (sempre frutto di un lavoro altamente tecnologico nell’utilizzo della multimedialità) a risultati visivi e registi fra i più persuasivi fra quelli fino ad ora raggiunti nella sua importante carriera.

Per chi già ben conosce l’estetica del regista torinese, questo Don Carlo è l’approdo di una ricerca visiva messa in relazione con l’interiorità dei personaggi in rapporto a ciò che determina la loro impossibile felicità nello scontrarsi contro il potere che ne vincola l’agire. All’opera più scura del catalogo verdiano Livermore dona una dimensione di cosmico pessimismo, che raggiunge partendo dal contesto storico stesso in cui essa si svolge, creando ambienti fedeli al tempo in cui l’opera si ambienta, ma anche universi visivi in continuo movimento quale riflesso della modellazione mentale dei personaggi, persi nel cosmo del loro dolore e della loro infelicità. Per far questo, Livermore si avvale, per le scene pensate da Giò Forma, della multimedialità sofisticatissima offertagli da D-Wok, ma anche degli splendidi costumi in stile rinascimentale di Sofia Tasmagambetova e delle luci artistiche di Antonio Castro. L’impianto scenico è fisso, formato da due pareti laterali a specchio e da un pavimento a girevoli cerchi concentrici. Sul fondale, in una cornice vengono proiettati immagini continuamente cangianti, che si sgretolano mostrando in successione continua cieli tempestosi, arcate e colonnati architettonici, il profilo del Castello di Fontainebleau, volte di chiese affrescate, stanze dell’Escorial e dipinti del ‘500 i cui particolari si animano come a renderli viventi. L’effetto voluto è quello di cogliere la profondità psicologica dei personaggi e il clima in cui essi agiscono manifestando, attraverso la mente, il loro dramma interiore. Sono in fondo personaggi che, chi più chi meno, hanno nevrosi riflesse in questo universo visivo in continuo movimento, che talvolta tocca l’eccesso ma offre anche visioni pertinenti al clima oppressivo che incombe sull’opera, come nella pubblica autoflagellazione della scena che apre il quadro dell’autodafé o all’interno della grande sala-biblioteca e nel corridoio dell’Escorial realizzato con prospettive visive in autentico stile d’epoca, tanto che sembra davvero di essere calati nell’atmosfera psichica oppressiva e claustrofobica che la caratterizza. Ecco perché lo spettacolo, utilizzando strumenti della modernità eppure rispettando tempi di ambientazione e drammaturgia, approda a risultati visivi e registici che certo ne siglano l’immediata suggestione e coinvolge anche gli artisti sulla scena in un percorso tradizionale negli intenti ma modernissimo nel modo di proporsi.

Anche la parte musicale e vocale di questo Don Carlo, proposto al Grimaldi Forum nella versione in quattro atti, non è meno interessante. La direzione di Massimo Zanetti, attenta sempre al palcoscenico, guida l’Orchestra Philharmonique di Monte-Carlo e il Coro dell’Opéra di Monte-Carlo, quest’ultimo istruito da Stefano Visconti e al massimo della sua forma, verso orizzonti espressivi di concreta teatralità, non cercando solo tinte scure ma anche utilizzando tempi e colori giusti per ogni quadro dell’opera; ha dunque il merito di non circoscrivere il discorso musicale secondo un sentire uniformemente sombre, ma ricorre a slarghi melodici e a sfumature per valorizzare il meglio di alcuni cantanti.

Il primo ad avvantaggiarsene è Ildar Abdrazakov, un Filippo II oggi di riferimento, efficace nel portamento scenico, regale e altero, eppure screziato da quell’intima sofferenza che lo rende solo, deluso e afflitto e, per questo, profondamente umano. Per mettere in luce l’aura di autorità e potere che avvolge il monarca spagnolo e che si stempera nel senso di solitudine e di profonda malinconia che gli fa desiderare la morte, Abdrazakov utilizza nel grande monologo del terzo atto una mezza voce morbida e densa, di autentico basso, la carica di inflessioni dolorose, di colori che sono paradigma di mobile sequenza di stati d’animo con ricercatezza espressiva sempre fedele al valore di una voce che, in questo come altri momenti dell’opera, mette in evidenza un timbro di basso prezioso, solo qua e là screziato da un vibrato controllato ad arte. La voce sale all’acuto e sprofonda nel grave con perfetto controllo e con quella maestria che lo conferma fra i migliori bassi dei nostri tempi.
Anche il baritono Artur Ruciński è un Marchese di Posa di gran lusso. L’impasto timbrico appare forse troppo lirico per la parte, con aperture in acuto a sonorità piuttosto chiare, quasi tenorili, eppure si impone per la voce sempre timbrata, flessibile e per il dominio di un legato e di fiati che hanno del prodigioso. Lo si percepisce in un “Carlo, ch’è sol il nostro amore” nobile e fresco, poi nella scena della morte, dove la voce galleggia sul fiato con eleganza e sfoggia arcate di suono che sembrano mai finire. Anche il personaggio è sbalzato con personalità scenica giovanile, schietta e sincera, forte di quell’incedere franco che fa riconoscere in lui l’uomo nuovo e idealista che è poi vittima del suo buon cuore e della sua stessa lealtà.
Il livello del cast si mantiene alto anche nella prova della Principessa Eboli di Varduhi Abrahamyan, che da subito si impone per il bel colore scuro, espanso in centri quasi contraltili, densi di suono e calore. In “Trema per te falso figliolo” è sanguigna e vibrante quanto basta. Si teme che lo sfogo in acuto possa arrecarle problemi nell’aria del terzo atto, “O don fatale”, dove è prudente e calcola bene i rischi onde non incorre in affanni (come nel do bemolle di “Ah! ti maledico” e nella conclusione dell’aria) solo in virtù del buon controllo tecnico dei propri mezzi, facendo valere belle espansioni di suono in “O mia Regina”, anche se il finale dell’aria manca di slancio, vigore e mordente. A conti fatti, comunque, una prova di tutto rispetto.

Il livello del cast scende un po’ dinanzi alle prove di Sergey Skorokhodov, tenore russo di casa al Bolshoi di Mosca e al Mariinskij di San Pietroburgo, che sostituisce il previsto Vittorio Grigolo nei panni di Don Carlo. La tenuta complessiva, anche interpretativa, è buona, ma la voce ha un metallo ferreo un po’ rugginoso e l’emissione non sempre del tutto in avanti. Interlocutoria la prova di Joyce El-Khoury, che è un soprano lirico alle prese con una parte, quella di Elisabetta di Valois debuttata in questa occasione, che tratteggia con innegabile classe, anche se troppo drammatica per le sue possibilità. La risolve bene, soprattutto quando riesce a raccogliere i suoni nelle mezze voci, mostrando eleganza nel porgere al momento in cui fa valere un timbro il cui colore, di per sé malioso, risente tuttavia di tensione in acuto nei momenti più drammatici, dove i suoni acuti emessi a piena voce appaiono fibrosi e le compromettono la sostanziale bellezza del timbro e di una voce che, anche in ambito belcantistico, aveva saputo ottenere in altre occasioni di ascolto risultati più persuasivi.
Alexey Tikhomirov è un Grande Inquisitore di bel volume ma con note acute assai sfilacciate. Buono il Monaco di Giorgi Manoshvili. Ottimi, nei ruoli di contorno, Mirjam Mesak (Tebaldo), Sophie Boursier (La Contessa d’Aremberg), Reinaldo Macias (Il Conte di Lerma), Vincent Di Nocera (Un araldo reale) e Madison Nonoa (Una voce dal cielo).
Ancora un bel successo per la stagione dell’Opéra di Monte-Carlo, che nel mese di dicembre offrirà ben venti recite di un nuovo allestimento del musical Il fantasma dell’Opera di Andrew Lloyd Webber alla Salle Garnier e poi, a gennaio, il nuovo allestimento di Giulio Cesare di Händel, sempre firmato da Davide Livermore, con Cecilia Bartoli nei panni di Cleopatra.

Grimaldi Forum, Salle des Princes – Stagione 2023/24
DON CARLO
Grand Opéra in quattro parti
Libretto di Camille Du Locle Joseph Méry
Musica di Giuseppe Verdi

Filippo II Ildar Abdrazakov
Don Carlo Sergey Skorokhodov
Rodrigo Artur Ruciński
Il Grande Inquisitore Alexey Tikhomirov
Un Monaco Giorgi Manoshvili
Elisabetta di Valois Joyce El-Khoury
La Principessa Eboli Varduhi Abrahamyan
Tebaldo Mirjam Mesak
La Contessa d’Aremberg Sophie Boursier
Il Conte di Lerma Reinaldo Macias
Un araldo reale Vincent Di Nocera
Una voce dal cielo Madison Nonoa

Orchestre Philharmonique de Monte Carlo
Choeur de l’Opéra de Monte-Carlo
Direttore Massimo Zanetti
Direttore del coro Stefano Visconti

Regia Davide Livermore
Scene Giò Forma
Costumi Sofia Tasmagambetova
Luci Antonio Castro
Video D-Wok
Maestro di canto Andrea Del Bianco
 Assistente alla messa in scena Diego Mingolla

Nuovo allestimento
Monte-Carlo, 22 novembre 2023

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