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Milano, Teatro alla Scala – Concerto di Natale diretto da Daniel Harding

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È il direttore inglese Daniel Harding il protagonista del tradizionale concerto natalizio del Teatro alla Scala, che vede impegnati il coro (con i rispettivi solisti) e l’orchestra del teatro milanese oltre alla partecipazione del pianista russo Kirill Gerstein. In una Scala sfavillante per le decorazioni festive, il programma proposto attiene, per una volta, al repertorio squisitamente sinfonico, a differenza di altri anni in cui l’appuntamento natalizio aveva previsto brani sacri o comunque più legati alla ricorrenza.

Un legame con la data, in effetti, lo si trova. Ad aprire il concerto è infatti la Fantasia corale in do minore, Op. 80 di Ludwig van Beethoven, una composizione per soli, coro, orchestra e pianoforte solista che Beethoven scrisse per chiudere il mitico concerto del 22 dicembre 1808 al Theater an der Wien, dopo un programma di più di quattro ore di musica che aveva visto la première della Sesta e della Quinta sinfonia, del concerto per pianoforte n. 4 e di due movimenti della messa in Do maggiore. Al pianoforte sedeva lo stesso Beethoven, e il brano conclusivo doveva unire tutte le forze musicali che avevano partecipato al concerto: per una certa somiglianza del tema principale, per la tipologia di variazioni introdotte, per l’utilizzo del coro, per il testo, che anche qui parla di pace, gioia e fratellanza e per alcune tecniche compositive usate alla stessa maniera (la grande sospensione sull’accordo di sopradominante abbassata!) sembra precorrere il grande movimento corale che chiude la Nona sinfonia.

Le cronache dell’epoca raccontano che la prima esecuzione fu semplicemente disastrosa, complice il tempo scarsissimo per le prove. Di tutt’altro tenore l’esecuzione milanese. Kirill Gerstein, al pianoforte, dimostra una grande varietà stilistica: esegue la grande toccata iniziale (che nel 1808 fu improvvisata da Beethoven) con grande impeto romantico, ma passa a una più misurata grazia neoclassica quando il ruolo del pianoforte è più integrato in seno all’orchestra. Il solista sembra quasi scalpitare quando è costretto a limitarsi a fare da basso continuo ai soli dei fiati (da menzionare in particolare quello del primo flauto, semplicemente perfetto), quasi desideroso di lanciarsi in un impetuoso allegro molto che sembra avere più i caratteri di un allegro furioso da scuola russa. L’orchestra è in ottima forma. Vedere entrare i due trombettisti armati di tromba naturale ci fa sperare in un’esecuzione su strumenti originali: la scelta invece è limitata alle trombe (che d’altronde non s’avventurano mai nel registro diatonico), mentre i corni sono a cilindri (ma d’altronde il pianoforte è moderno, e il diapason resta a 442 Hz). Il ruolo di Harding in tutto ciò è quello di trovare un trait d’union tra le variazioni del tema, presentato ora dai fiati, ora dalle spalle degli archi in quartetto, ora trasformato in una marcia e infine ripresentato da tutta l’orchestra. La soluzione è nelle articolazioni, conservate e rispettate con grande cura specie nei passaggi contrappuntistici. E così quando, dopo la ripresa dell’introduzione dei contrabbassi (come nella Nona? come nella Nona!) entrano in scena i solisti e poi il coro è come se all’orchestra si fossero aggiunti nuovi strumenti, in un crescendo che unisce le forze vocali a quelle strumentali.

Il sestetto di solisti, piazzato nel centro della compagine corale e non separato da essa diventa così una sorta di coro ridotto, che canta a parti reali. Lontano dall’enfasi operistica, mantiene sempre un carattere corale. A essi si unisce il coro: le altre voci si aggregano per il gran finale a tutta forza (e in platea si avverte quasi fisicamente la grande massa sonora) per il grande trionfo conclusivo. «Wenn sich Lieb und Kraft vermählen, lohnt den Menschen Göttergunst» canta il coro: «Quando amore e forza si uniscono, divina grazia ricompensa l’uomo». Trionfale anche il risultato, con direttore, solisti e maestro del coro (Alberto Malazzi) salutati da scroscianti applausi. Resta solo un dubbio sul programma del concerto: un brano di questo carattere, nato per essere conclusivo e per dare spazio a tutte le sezioni dell’orchestra oltre che alle forze vocali non sarebbe più adatto a chiudere un concerto invece che ad aprirlo? Forse quello che Harding vuole farci sentire però è una Fantasia corale che preannuncia l’inno alla gioia, e che con questo guardi più in là, a quella che invece è la portata principale del Natale scaligero.

A seguire infatti è la Sinfonia n. 2 in re maggiore Op. 73 di Johannes Brahms. Un brano caratterizzato da una quieta tranquillità (l’aggettivo tranquillo si ritrova spesso nelle indicazioni agogiche dell’autore) in un clima pastorale e un’aria di primavera. Fin dalle prime battute, in cui l’allegro ma non troppo si allarga a un moderato, e che Harding divide in tre movimenti, si capisce subito che la cura del direttore inglese è tutta rivolta alla cantabilità delle frasi, con un suono scolpito dall’andamento sinuoso della mano sinistra. Harding gioca a rendere ora più evidente ora a nascondere nel contrappunto il secondo tema del primo movimento, quello che riecheggia la celeberrima Wiegenlied dell’Op. 49 dello stesso Brahms. E non importa se ogni tanto arriva il cupo corale dei tromboni e della tuba che, con i timpani, annuncia una sorta di “tema del destino”. La spensieratezza un po’ malinconica della sinfonia resta la chiave dell’esecuzione, fino allo splendido solo del primo corno e alla comica parodia della banda di paese con il clarinetto che esegue con puntuale perfezione le sue note “sbagliate”. Da notare che Harding decide di eliminare la ripresa dell’esposizione nel primo movimento: se questa scelta (d’altronde assai comune) permette in effetti di rendere più evidente l’andamento narrativo della sinfonia, dall’altra parte eseguire il ritornello salvaguarda la forma tradizionale dell’esposizione sinfonica.
Nel secondo e nel terzo movimento, è l’aggettivo grazioso a farla da padrone. Se l’indicazione di tempo del secondo movimento infatti è adagio ma non troppo, la sezione in 12/8 l’agogica è l’istesso tempo, ma grazioso. Una grazia a cui Harding sembra tenere molto, non pretendendo mai esagerazioni all’orchestra ma lasciando sempre cantare gli strumenti (e così il contrasto con le sezioni qua e là più agitate è particolarmente evidente). Altrettanta leggerezza si ritrova nel terzo movimento, l’allegretto grazioso (quasi andantino), che si apre con il delizioso corale degli strumenti ad ancia sul pizzicato dei violoncelli. E nel presto ma non assai, quanto è riuscito il gioco di articolazioni e di accenti in controtempo, e che rispetta perfettamente l’espressione leggiero che Brahms indica in partitura.
Harding ci guida così al trascinante allegro con spirito che chiude la sinfonia, in un clima sempre più festoso – ma in cui anche nei fortissimi il suono risulta sempre bilanciato senza che alcune sezioni prendano indebitamente il sopravvento, e il tema finale dei fiati che sbuca improvvisamente dall’orchestra sembra preannunciare quello del Titano di Mahler.
Nel complesso, un concerto di livello altissimo con un’orchestra e un coro impeccabili, e un’intensa interpretazione da parte di Harding. Al termine, successo vivissimo e meritatissimo.
Il concerto integrale verrà trasmesso su Rai5 il 29 dicembre alle ore 21.15 ed è disponibile su RaiPlay.

Teatro alla Scala
CONCERTO DI NATALE
Musiche di Ludwig van Beethoven e Johannes Brahms

Soprani Cristina Injeong Hwang e Nadia Engheben
Mezzosoprano Eleonora De Prez
Tenori Michele Mauro e Massimiliano Italiani
Basso Gabriele Valsecchi

Orchestra del Teatro alla Scala
Direttore Daniel Harding
Coro del Teatro alla Scala
Direttore del coro Alberto Malazzi
Pianoforte Kirill Gerstein

Milano, 23 dicembre 2023

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