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Milano, Fondazione Prada – Norma (direttore Riccardo Muti)

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Anche la struggente e luminosa Norma appartiene alla “galleria degli amori infelici”. Anche per lei l’alfa e l’omega è una storia d’amore. Anche lei è un’opera di transizione nel senso che Vincenzo Bellini è l’ultimo esponente della scuola napoletana ma con forti diramazioni al nord. In una Italia nella quale da sempre e per sempre esiste una divaricazione psicologica, culturale e geografica nord-sud. In musica al nord, e specialmente a Milano, il romanticismo è più robusto e sentito, anche per l’influenza di Wagner e del sinfonismo tedesco. Mentre noi siamo il Paese del belcanto, il nord si allontana della concezione borghese dell’amore e va oltre, osserva altri cieli, il “non sé”. Tuttavia tanto Bellini che il coevo Donizetti, avvantaggiato dalla natura e dagli studi con Simone Mayr, si trovano ad affrontare il nuovo gusto. Donizetti, bergamasco, è più veloce anche nello scrivere, Bellini, catanese, è più sognante e ispirato, attento alla qualità del suo canto anche quando tutti corrono per meritarsi primato e denaro. L’Italia è melodia e canto, la Germania è ricerca della nuova estetica, sebbene poi tutti siano incantati dal nostro belcantismo che ha in Norma la vetta più eccelsa. A Parigi salva i colleghi Rossini, abilissimo nello spaziare da umore a umore e da forma a forma. Quando Rossini si ritira il primo a restare sulla scena è Bellini amatissimo per la purezza del canto. Quando muore lui tocca al prolifico Donizetti, e quando se ne va anche Donizetti tocca a Verdi che cammina sul Risorgimento e non ha rivali. Bellini che scrive a Parigi è ossessionato dalla strumentazione che infatti resta debole. Norma, scritta a Blevio sul lago di Como dove il compositore è ospite di Giuditta Pasta, è l’opera attesa per Santo Stefano, alla Scala, il 26 dicembre. È il 1831. La prima cade forse a causa della eliminazione del finale primo con le scene corali sostituite da un terzetto. Ma subito dopo è un trionfo a casa e fuori, specie al Covent Garden dove suscita un delirio che non si ricordava da tempo. Degno il ricordo della Scala 1859 quando, al grido druidico “guerra guerra”, tutti di alzarono in piedi cantando mentre gli ufficiali austriaci battevano la sciabole sul pavimento.

Norma viene considerata il capolavoro di Bellini e tappa fondamentale del percorso operistico. Apoteosi del canto puro, lirico e tragico. Ma se “Casta diva” è lunare, il terzetto finale primo è tragico. Di un tragico che non lo è mai veramente perché statico, dolente, sublime. Mentre la strumentazione porge il fianco a varie contestazioni. Tuttavia, solenne e grandiosa per purezza, Norma è trasfigurazione del canto, summa di sentimento, vena melodica, passionalità, intimismo. Un’opera difficile da affrontare tanto che lo stesso Riccardo Muti che oggi offre tutto quello che sa ai suoi giovani, con eccellenti risultati, alla Scala non l’ha mai diretta e in genere ricordiamo di lui solo una a Firenze e una a Vienna. Ancora di grande richiamo negli anni cinquanta, quelli di Callas, Del Monaco, Rossi Lemeni (le nostra personale inquietudine ci induceva men che adolescenti, ginnasiali, ad andare la notte da Torino per ascoltarli e tornare la mattina per andare a scuola, e quella fu forse la nostra unica Norma), l’opera scompare poi dal cartellone del Piermarini con qualche eccezione nei Settanta con Gavazzeni/Caballé o Molinari-Pradelli.

Un titolo difficile per tutti e dunque maggiormente meritevole è oggi Muti che propone a dei ragazzi (ma tra due anni torna al suo Mozart) il vero belcantismo italiano. Ragazzi di varia età, nazione e personalità che qualcosa hanno già fatto, ma mai appunto Norma, e ora restituiscono al pubblico foltissimo della Fondazione Prada un’impareggiabile opera, per molti sconosciuta.
Il coro, di gran supporto, è quello ottimo del Teatro Municipale di Piacenza, l’Orchestra è la Cherubini tanto cara al maestro. Pollione un bravo tenore albanese, Klodjan Kaçani; Oroveso il basso autorevole, già variamente premiato e ospite di molti nostri teatri, Andrea De Campo: bella voce, ottima intonazione e tenuta scenica. Adalgisa è l’ottimo mezzosoprano francese, in carriera, Eugénie Joneau; Clotilde il soprano Vittoria Magnarello, Flavio il tenore triestino Riccardo Rados. Poi c’è lei, Norma, la cubano-americana ventisettenne Monica Conesa, soprano dal registro acuto generoso, attendibile belcantista, soprattutto forte personalità e sapienza scenica, alla cui bella voce forse manca ancora un po’di pastosità timbrica. E poi poi c’è lui, Riccardo Muti, con quella sua Norma piena di sole e bellezza. Con quelle sue redini sempre tenute strette per proporre una serata indimenticabile. Indimenticabile per tutti, perché questa versione “scolastica” di Bellini potrebbe calcare qualunque scena.
Infiniti e scroscianti applausi per tutti, specie ovviamente per il nostro Riccardo.

Milano, 29 novembre 2023

 

 

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