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Madrid, Teatro Real – Rigoletto (con Tézier, Camarena, Zaharia)

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Il Teatro Real di Madrid chiude l’anno con una buona esecuzione musicale del Rigoletto verdiano. L’allestimento scenico, buato alla prima, risulta invece non solo privo di senso, ma è un esempio dell’incapacità dei registi teatrali (anche capaci) di distinguere le esigenze del teatro lirico da quelle del teatro di prosa.
Miguel del Arco, alla sua prima regia operistica, cade in tutti i tranelli possibili. Possiamo anche condividere l’idea che Hugo e Verdi pensino all’abuso di potere e che la violenza sulle donne rientri in questo contesto, ma dal preludio in poi in scena è tutto un susseguirsi insopportabile di grida, sospiri, pianti, soprusi vari, di donne che sfilano più o meno nude in ogni aria o numero chiuso, e che si muovono anche come cagne (qualche volta pure abbaiando), senza contare che la taverna di Sparafucile diventa un bordello di periferia. A parte le bruttissime scene di Sven e Ivana Jonke e i costumi confusi e incoerenti di Ana Garay, più le luci non sempre utilizzate come si dovrebbe di Juan Gómez-Cornejo (sorvoliamo sulla “coreografia” di Luz Arcas), i movimenti del coro sono quelli tipici di tanti altri Rigoletti, e si aggiunga che il regista non trova mai un momento in cui i personaggi vengono lasciati soli nella loro solitudine (e di solitudine si sa quanta ce n’è in Verdi e in quest’opera memorabile) o nelle loro illusioni. Rigoletto non è un buffone, ma un regista che organizza gli infami piaceri di corte vestito in modo assurdo (naturalmente non è gobbo né deforme) con una corona di piume in testa che neanche Montezuma il grande re azteco. Nella recita da me seguita non ho visto le giarrettiere che a quanto pare indossava il Rigoletto di un altro cast. Ovviamente Maddalena è un bel puttanone (scusate, ma non so come meglio definirla) e Sparafucile non si capisce bene chi sia. Giovanna è una confidente che aizza la figlia contro il padre e le suggerisce pure come dire le bugie. Siccome proprio questa recita è stata trasmessa in diretta in tivù e nei cinema, i lettori avranno modo, se lo desiderano, di reperirla e giudicare da se stessi, che sempre è la cosa migliore.

E passiamo al vero motivo di interesse di questa ripresa. Nicola Luisotti dirige bene, con dei tempi un po’ strani magari, ma cura con puntualità l’equilibrio tra buca e palcoscenico e lascia che Verdi prenda la parola. E quando il Gran Vegliardo – che all’epoca di Rigoletto in realtà era giovane – ci si mette, il miracolo avviene puntualmente. Certo, servono anche dei protagonisti che sappiano sia cantare che fraseggiare con attenzione alla parola scenica.

Ed ecco Ludovic Tézier, che ho visto debuttare come Rigoletto a Toulouse, e rivisto in diversi altri allestimenti. In questo, il più confusionario di tutti, riesce comunque a far valere la frequentazione del ruolo cantando benissimo, con un colore e una linea che non sembravano possibili visto il contesto, e a interpretare soprattutto con la voce e il fraseggio un uomo cattivo, insolente, redento e punito per il suo unico grande bene in terra: la figlia. Il timbro è bellissimo, nobile, caldo, adeguatamente scuro, gli acuti sono vigorosi e pieni, il registro centrale e grave quasi di lusso, le mezzevoci suadenti. Tézier si muove bene, ma non si agita, non perde mai di vista la linea di canto per essere “espressivo”. Insomma, segue le orme e la lezione dei grandi. Gli applausi che lo accolgono, anche nel corso della recita, sono meritatissimi.
Adela Zaharia è una apprezzabile Gilda, a partire del primo grande duetto “Ah, veglia o donna”. All’inizio la voce suona un po’ fredda e presenta  qualche vibrato metallico che per fortuna subito sparisce. Ha tutti i sovracuti, i piani, e la voce è più rigogliosa di quella dei consueti soprani leggeri e quindi siamo lontani dalla dimensione dell’oca giuliva che Gilda non è. Canta molto bene “Caro nome”, ma nel secondo e terzo atto la sua interpretazione e prestazione vocale sono ancora più preziose. Javier Camarena è un buon Duca. Al suo debutto nel ruolo al Liceu di Barcellona, lo avevo trovato troppo leggero per la parte. Adesso, curiosamente, i momenti meno soddisfacenti sono quelli che allora gli venivano meglio, in particolare “È il sol dell’anima” (iniziato con un ‘t’amo’ per niente promettente) e la cabaletta “Possente amor mi chiama”. Notevoli invece “Questa o quella”, il grande recitativo “Ella mi fu rapita” e tutto il quarto atto (con un “Di pensier” finale tra le quinte davvero straordinario).
Marina Viotti si conferma ottima cantante e attrice e la sua Maddalena ha forza e sa imporsi anche se la parte, per quanto importante, non è grande. Peixin Chen (Sparafucile) ha una voce da vero basso, ma l’emissione dell’acuto non è sempre pulita. Bene gli altri, in particolare Jordan Shanahan (Monterone), Cassandre Berthon (Giovanna), Fabián Lara (Borsa) e César San Martín (Marullo).
Dell’orchestra abbiamo avuto modo di parlare, e sempre bene, ma il coro già comincia a dimostrare la mano magica di José Luis Basso. Tutto esaurito e grandi applausi.

Madrid, 20 dicembre 2023

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