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Londra, Royal Opera House – Tannhäuser (con Lise Davidsen)

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È andato in scena alla Royal Opera House di Londra, Tannhäuser, unico titolo wagneriano della stagione. Per l’occasione viene ripreso per la seconda volta (dopo una prima nel 2016) lo spettacolo del 2010 di Tim Albery, un brutto allestimento che come vedremo in seguito sarebbe meglio mandare in pensione. Se a questo aggiungiamo la sostituzione all’ultimo minuto di Stefan Vinke che avrebbe dovuto cantare il ruolo del titolo e un’esecuzione musicale per due terzi insoddisfacente, ci sarebbero stati tutti gli ingredienti per una disfatta. Per fortuna, su tutto brilla la stella della straordinaria Elisabeth di Lise Davidsen che insieme ad altri validi interpreti della compagnia di canto e a un coro in gran forma, ha salvato la serata garantendo, nonostante tutto, pieno successo di pubblico.

Anche se non si tratta di una nuova produzione spendiamo qualche parola sull’allestimento, non avendolo mai recensito prima d’ora per Connessi all’Opera. Va detto subito, senza mezzi termini, che si tratta di uno spettacolo scarno e brutto esteticamente (specie secondo e terzo atto), statico (fatta eccezione per i primi 20 minuti, animati dalle danze), oltre che spesso incongruo e non sempre perfettamente intellegibile. Alla vicenda wagneriana basata sul contrasto tra l’amore spirituale e quello carnale il regista aggiunge un ulteriore livello di complessità: viene tirato in ballo il contrasto tra la realtà e la finzione nell’arte e il ruolo dell’artista in un periodo buio della storia, senza riferimenti precisi. Una complicazione inutile, visto che la vicenda diventa francamente poco chiara. Le danze curate da Maxine Braham si svolgono durante Ouverture e scena del baccanale. Un gruppo di danzatrici attirano Tannhäuser e una serie di suoi doppioni che iniziano a danzare intorno e sopra un lungo tavolo. Movimenti di attori e danzatrici dovrebbero ricreare qualcosa di vagamente orgiastico. Michael Levine firma scene e costumi, entrambi antitetici rispetto a quello che dovrebbe essere un piacere per gli occhi, fatta eccezione per la scena iniziale. Il primo atto propone una sorta di teatro nel teatro dove viene ricreato il proscenio della ROH con tanto di ricostruzione fedele del sipario di velluto rosso, una sorta di confine simbolico con il monte di Venere. Questa è una prima donna che tenta di sedurre un Tannhäuser spettatore (seduzione che diventa poco credibile). Intanto a inizio e fine atto si aggirava Elisabeth, o meglio la sua visione.
Nel secondo atto Wartburg è una landa desolata dell’Est Europa durante un periodo bellico dove tutto è ridotto a maceria e si riconoscono i resti bombardati del proscenio che avevamo visto nel primo atto. Non si capisce come si possa tenere una tenzone d’amore in tale contesto e in tutto ciò la processione di dame e cavalieri perde completamente solennità; al posto ci sono solo soldati banditi muniti di kalashnikov che si uniscono al loro capo scagnozzo. La dimensione bigotto-religiosa è richiamata da una moltitudine di candele a terra e da una serie di donne un po’ babooshka nell’aspetto. Il tutto rimane poco definito e non si capisce perché in un ambiente di degrado del genere ci dovrebbe essere una reazione sconcertata dopo la canzone dedicata all’amore carnale di Tannhäuser. Il terzo atto è ancora più scuro e desolante, con poche macerie e finta neve, una scena da fine del mondo, interrotta solo dalla riapparizione di Venere con nuova calata di sipario rosso. Finale di redenzione con soldati che abbandonano le armi e un alberello verde in mezzo all’oscurità come speranza di un futuro migliore.
Non vale la pena commentare più di tanto i costumi perché si tratta delle solite uniformi militari, i soliti smoking e i soliti vestiti da lavoro da repubblica dell’est. Unico richiamo al periodo storico del libretto, molto velato, è il vestito lungo di Elisabeth. I colori dominanti sono grigio, marrone, nero, come nerissimo è il fondale, solo a tratti illuminato di rosso (le luci sono firmate da David Finn).

Come detto non è andata meglio sul versante musicale, anche se non tutto era da buttare. Ovvero, il terzo atto è stato di valore sia nelle oasi liriche (preghiera di Elisabeth e romanza “alla stella della sera”) che nei momenti dal suono più lussureggiante. A dirigere la versione del 1875 della partitura il direttore Sebastien Weigle, che pur conoscendo la musica di Wagner, ci ha messo veramente tanto per carburare; generalmente nei primi due atti l’esecuzione è apparsa discontinua, a tratti distaccata o troppo leggera (come l’ouverture, sottotono e che avrebbe meritato una scansione più risoluta e sonorità più lussureggianti). Soddisfacenti e d’effetto i soli strumentali: per ovviare ai problemi di spazio (la buca della ROH è relativamente piccola e stretta) arpe e trombe hanno suonato da due palchi del primo e secondo ordine sinistro. Se l’orchestra ha dato il meglio solo nel terzo atto, al contrario il coro diretto da William Spaulding è stato eccezionale per tutta la durata dell’opera, in forma gloriosa sia nel coro dei pellegrini del primo atto (“zu dir woll ich”), riesposto in modo ancora più solenne nel terzo atto.

Veniamo alla compagnia di canto. Come anticipato Stefan Vinke (a quanto pare già non in gran forma alla prova generale) è stato sostituito all’ultimo minuto. Prima ancora dell’inizio dell’ouverture è il sovrintendente Oliver Mears ad annunciare che il Sig. Vinke è indisposto e quindi non potrà cantare; reciterà invece mimando il canto, mentre il tenore austriaco Norbert Ernst canterà dal lato sinistro del proscenio, prestando la voce al collega. Al povero Ernst va dato atto di aver salvato la recita e averla portata a termine con sicurezza, nervi saldi e buona tenuta, al netto di alcuni suoni opachi e oscillanti. Detto questo non trattavasi certo di una voce da Heldentenor. Diciamo inoltre che la scelta di farlo cantare di sbieco ha influito anche sulla proiezione del suono. Viene comunque da riflettere sul fatto che non ci fosse un primo sostituto degno del ruolo di Tannhäuser.

Splendente invece la prova di Lise Davidsen, ormai una Elisabeth affermata e oggi senza pari per presenza vocale. La sua voce, che abbiamo già descritto in altri articoli, ha notevole volume, proiezione e un taglio metallico adatto a lanciare strali che bucano orchestra e concertati. Canta a freddo ma con sicurezza “Dich teure Halle” e il suo “sei mir gegrüsst” finale svetta spavaldo. Non è però la tipica grande voce che non sa piegarsi a una dimensione più intima, al contrario: la sua resa della preghiera del terzo atto, “Allmächt’ge Jungfrau, hör mein flehen”, cantata inizialmente da distesa, è magnifica, anche per partecipazione emotiva, divenendo uno dei momenti musicali più belli della serata. Il suo è uno strumento notevole, che con la penuria di voci odierna, va protetto a tutti i costi. Svetta in scena per altezza certo, visto la corporatura, ma non ce n’è per nessuno anche per potenza vocale. È il soprano wagneriano della sua generazione, senza ombra di dubbio, sperando che non arrivi troppo presto a ruoli eccessivamente pesanti. La vedremo presto anche alle prove con l’opera italiana (a luglio sarà Elisabetta in Don Carlo).

Sempre sul versante femminile, prestazione di gran spessore vocale e temperamento anche da parte di Ekaterina Gubanova, dall’emissione sicura in acuto e dal piacevole timbro scuro. Con un’altra produzione avrebbe avuto un impatto ancora maggiore a livello di credibilità del personaggio. Bella comunque da vedere e ascoltare. Gerald Finley nei panni di Wolfram si conferma un baritono di gran classe e la sua romanza del terzo atto “O, du, mein holder Abendstern” ci mostra come un Wagner più lirico cantato con pienezza di sfumature e dinamiche sia musicalmente  più interessante del Wagner cantato costantemente a pieni polmoni. Mika Kares è un Langravio che si apprezza per risonanza e autorevolezza del canto, e quindi credibilissimo nel ruolo che deve interpretare, nonostante le fattezze da capo banditi di questa produzione. Corretti gli altri contributi, con una particolare menzione per il Biterof di Michael Kraus. Apprezzabile anche la bella voce chiara e musicale del giovane pastore Sarah Dufresne, uno dei talenti del Jette Parker Artists Program della ROH, un nome che promette bene per il futuro.
Applausi calorosi al termine, senza distinzioni, con un vero e proprio boato (meritato) per Lise Davidsen. Nonostante l’inaspettata sostituzione di Vinke e la bruttezza dell’allestimento è valsa la pena essere in sala per quello che abbiamo sentito da una manciata di cantanti di spessore. È comprensibile che un teatro di repertorio come la ROH debba riproporre allestimenti un certo numero di volte, anche per questioni economiche (aggravate sicuramente dalla pandemia); in questo caso, però, avrebbe più senso ammettere che la produzione non funziona e che il titolo wagneriano ne meriterebbe una migliore, meno brutta, meno noiosa.

Royal Opera House – Stagione d’opera 2022/23
TANNHÄUSER
Grande Opera Romantica in tre atti
Libretto e musica di Richard Wagner

Hermann, Landgraf von Thüringen Mika Kares
Tannhäuser Norbert Ernst (voce) Stefan Vinke (attore in scena)
Wolfram von Eschenbach Gerald Finley
Walther von der Vogelweide Egor Zhuravskii
Biterolf Michael Kraus
Heinrich der Schreiber Michael Gibson
Reinmar von Zweter Jeremy White
Venus Ekaterina Gubanova
Elisabeth Lise Davidsen
Ein junger Hirt Sarah Dufresne

Orchestra e coro della Royal Opera House
Direttore Sebastian Weigle
Regia Tim Albery
Scene e costumi Michael Levine
Luci David Finn
Coreografie Maxine Braham
Direttore del coro William Spaulding

Produzione di repertorio della ROH
in co-produzione con la Lyric Opera di Chicago
Londra, 29 gennaio 2023

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