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Ferrara, Teatro Comunale – Turandot

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È ormai frequente che, specie durante i mesi estivi, quando le stagioni operistiche in Europa osservano un periodo di pausa, teatri e fondazioni liriche italiane organizzino tournée in Estremo Oriente, esportando produzioni (e i relativi solisti) presentate in Italia in Cina, in Giappone, in Corea, dove l’opera lirica da tempo ormai riscuote un notevole successo. Ben più raro è il caso contrario: ovvero che un’opera prodotta da un teatro asiatico venga rappresentata in Italia, accogliendo scenografie, tecnici e anche cantanti provenienti da tanto lontano. È questo il caso della Turandot (quale titolo più adeguato?) che apre la stagione del Teatro Comunale di Ferrara. Un allestimento che viene dall’Opera di Daegu, Corea del Sud, seconda parte di uno scambio alla pari che ha visto nel 2021 la produzione ferrarese di Don Giovanni sbarcare in Corea. Tutti di nazionalità coreana i solisti coinvolti ― ma da una rapida occhiata ai loro curricula si vede che quasi tutti hanno studiato o si sono perfezionati nei conservatorî italiani ― e di tutti quanti si deve segnalare l’ottima dizione italiana.

Ai cantanti coreani si associano invece maestranze locali: l’Orchestra Città di Ferrara diretta da Marcello Mottadelli, il Coro Lirico Sinfonico di Parma e dell’Emilia Romagna diretto da Andrea Bianchi, mentre lo spettacolo è firmato dal bulgaro Plamen Kartalov. L’ambientazione è quella originale cinese, ma la Pechino di Kartalov, lontana da ogni pacchianeria di facile esotismo, è oscura e fumosa. Una foro, al centro del fondale, è prima la minacciosa presenza di una luna infuocata, poi il gong suonato da Calaf e infine la nicchia nella quale siede, quasi come un Buddha, l’Imperatore. Una struttura elicoidale, un po’ scalinata un po’ tempio, conferisce sviluppo verticale alla scena. Ai suoi piedi il coro, che qui rappresenta un popolo che commenta la vicenda ma ne è in qualche modo escluso. Tra copricapi elaborati e acconciature che richiamano le illustrazioni cinesi, gli unici a vestire colori sgargianti sono i tre ministri Ping, Pang e Pong, ma per il resto prevalgono tinte fosche ― fatta eccezione ovviamente per la luce fredda emanata dalla gelida principessa. Le scene, è vero, sono perlopiù statiche: eppure questa staticità non inficia lo spettacolo, anzi, sottolinea la ieraticità. Lo stesso vale per la ripetizione di gesti e movimenti, che rispecchia quelle anafore che si ritrovano nei testi delle antiche leggende; d’altronde questo aspetto è presente in Turandot non solo nel libretto ma anche nella partitura. Un esempio: i tre cortigiani che scoprono vessilli colorati ― verdi come la speranza, rossi come il sangue e bianchi come Turandot ― a ogni soluzione di un enigma non sono una semplice trovata registica per aggiungere colore alla scena, ma aiutano a creare quel senso di solennità che aiuta lo spettatore a credere davvero di trovarsi in un’antica favola cinese.

La direzione di Marcello Mottadelli è estremamente asciutta e non dà spazio a facili lirismi. Privilegia lo staccato e la precisione ritmica (e tempi mai lenti) alla ricerca di frasi più cantabili, lasciando che sia la partitura stessa a fornire i colori strumentali, più che una ricerca autonoma da parte del direttore: insomma, in questo Puccini c’è più Stravinskij che Debussy. Si nota però un certo sbilanciamento dell’equilibrio sonoro verso i fiati e le percussioni, con gli archi che tendono a sparire (a causa anche del poco spazio in buca, i numeri degli archi sono un po’ striminziti per tener testa alle triple parti dei legni, e agli ottoni raddoppiati da una banda che dovrebbe stare in palcoscenico e che invece è posta in due palchi del teatro). La concertazione comunque funziona, malgrado qualche sbavatura qua e là dell’orchestra (e un vistoso scollamento nel finale primo). Resta il fatto che il volume degli ottoni tende a sovrastare un po’ tutto, e, specie alla fine del primo atto, finisce per rendere pressoché inudibili i cantanti in scena.

Lilla Lee sfodera, nel registro acuto, una voce che sale con facilità ma con un timbro che non si definirebbe particolarmente bello. È una voce però giustamente gelida, che la rende una perfetta Turandot ― e ben si sente la crudeltà nell’esposizione degli enigmi. Gli acuti sono penetranti, lame di ghiaccio che rispecchiano il carattere del personaggio. Scendendo a toni più gravi, invece, si scopre una voce più calda che è particolarmente adatta al ricordo dell’ava Lou-Ling, l’unico momento dell’opera in cui la tessitura di Turandot si sposta nel registro inferiore.
Al suo fianco Yoon Byungkil è un Calaf con voce squillante, che trova miglior esito nell’eroica declamazione di “gli enigmi sono tre, una è la vita” (e qui il do acuto ha davvero una corona!) e nelle tre risposte agli enigmi, ma convince meno nelle arie di maggior respiro, con dei piani che appaiono sforzati e chiusi in gola ― ne è vittima in particolare “Non piangere Liù”, ma anche la prima parte di “Nessun dorma” patisce delle mezze voci un po’ metalliche. Non manca ovviamente, a beneficio di certo pubblico (e non della partitura, ché quel si non dovrebbe durare che un misero sedicesimo, e l’articolazione indicata da Puccini è un accento, non una corona), il tradizionale acuto del terzo “Vincerò”, ma perlomeno non è esageratamente lungo, e Mottadelli bene fa a non fermare l’esecuzione per gli applausi di prammatica al tenore.
Nel ruolo di Liù troviamo Kim Eunhye, la cui voce è certamente elegante, pulita nell’emissione e capace di bei fraseggi che si apprezzano in “Signore ascolta” tanto quanto in “Tu che di gel sei cinta”. Il problema è che questo canto così rifinito non supera il muro dell’orchestra e appare quasi sempre come un lontano pianissimo. Moon Seokhoon affronta invece con una certa nobiltà e una convincente profondità vocale la parte di Timur.
I ministri Ping (Leo An), Pong (Choi Yosub) e Pang (Park Sinhae) formano un trio di rara intesa. Perfettamente a loro agio nelle melodie pentatoniche della scena che li vede protagonisti, la interpretano senza esagerazioni comiche da opera buffa, ma con la giusta leggerezza, particolarmente riuscita nel terzetto “Non v’è in China”, ma si mostrano anche capaci di passare repentinamente ai toni minacciosi e ben più cupi del terzo atto, dove diventano torturatori senza pietà. Completano il cast Juhyeon Kim, un bravo Mandarino, e Kim Juntae, un preciso imperatore Altoum.
Ben riuscita la prova del coro, di cui, malgrado qualche attacco un po’ dubbio, si apprezzano i colori nella complessa scena iniziale, e in particolare è positiva l’esibizione del coro di voci bianche del Teatro Comunale di Bologna preparato da Alhambra Superchi.

Nel complesso, malgrado qualche limite dei solisti ― ma niente che non si veda abitualmente in teatri nostrani, di provincia e no ― quella andata in scena a Ferrara è una buona Turandot che mostra incontrovertibilmente la qualità e la maturità delle produzioni operistiche in Oriente, dando la possibilità di apprezzare anche al pubblico italiano cosa avviene a quelle longitudini. Insomma, uno scambio equo e proficuo in un mondo operistico sempre più globalizzato, che non rappresenta solo un’operazione di diplomazia teatrale, ma è a tutti gli effetti un prodotto valido e convincente di una scuola operistica che, per quanto spesso formata in Italia, ha certamente acquisito la propria indipendenza.

Teatro Comunale di Ferrara
TURANDOT
Dramma in 3 atti e 5 quadri
Libretto di Giuseppe Adami e Renato Simoni
Musica di Giacomo Puccini
(finale completato da Franco Alfano)

Turandot Lilla Lee
Calàf Yoon Byungkil
Liù Kim Eunhye
Timur Moon Seokhoon
Ping Leo An
Pong Choi Yosub
Pang Park Sinhae
Un mandarino Juhyeon Kim
Altoum Kim Juntae

Orchestra Città di Ferrara
Direttore Marcello Mottadelli
Coro Colsper-Coro Lirico Sinfonico di Parma e dell’Emilia Romagna
Maestro del coro Andrea Bianchi
Coro di voci bianche del Teatro Comunale di Bologna
preparato da Alhambra Superchi
Regia Plamen Kartaloff
Aiuto regia Ki Minjung

Coproduzione Daegu Opera House,
Fondazione Teatro Comunale di Ferrara
Ferrara, 26 novembre 2023

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