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Fano, Teatro della Fortuna – Tosca

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Renata Scotto sarà ricordata come uno dei più grandi soprani del Novecento. Non possiamo dire lo stesso della Renata Scotto regista, della quale avevamo già visto in teatro una poco significativa Bohème. Questa volta, abbiamo assistito a una Tosca che definire didascalica è già un grosso complimento. Spettacolo buono per teatri di remota provincia, non certo per un Circuito come quello marchigiano che peraltro mette insieme alcune delle sale più belle d’Italia. Come il Teatro della Fortuna di Fano, davvero magnifico sotto il profilo architettonico. Qui, dopo Ascoli Piceno e Fermo, è stata applaudita questa versione del capolavoro pucciniano firmata qualche anno fa dal celebre soprano e affidata per la ripresa alla mano sapiente di Renato Bonajuto. Che ha lavorato per conferire una certa qual credibilità alla recitazione di coro e comprimari, stante il fatto che i tre protagonisti avevano tutti – ciascuno a suo modo – una propria scioltezza scenica.

Dunque, le indicazioni del libretto trovavano puntuale restituzione in questa Tosca così stucchevole, manierata, prevedibile, noiosa. Ci limitiamo a una sola osservazione, che riguarda la soluzione adottata per il Te Deum a fine primo atto, quando Sant’Andrea della Valle è invasa da chierici e popolo festante in un tripudio di incensi e turiboli. Ci siamo sempre chiesti quanto i registi che propendono per una restituzione “realistica” della scena sappiano di liturgia cattolica e, in particolare, della liturgia di inizio Ottocento (diversa da quella regolata dal Concilio Vaticano II). Chissà. Dubbio affacciatosi anche in questo caso, soprattutto quando il vescovo con l’ostensorio tra le mani cammina a passo svelto sul palco nella quasi totale indifferenza del popolo. E l’eucarestia è Cristo stesso, ovvero il centro del Cristianesimo… Chiaro che scene (di Michele Olcese), costumi (rigorosamente e laccatamente ottocenteschi, di Artemio Cabassi) e luci (ben calibrate da Andrea Tocchio) siano perfettamente funzionali a siffatta regia.

Sul fronte musicale, Giovanni Di Stefano dirige con piglio energico una Orchestra Filarmonica Marchigiana in buona forma: le linee musicali della scrittura pucciniana emergono con vigore e nitidezza, anche se poi i passi di conversazione scivolano in secondo piano e talvolta sembra che il direttore e i cantanti non siano in perfetta sintonia (mi riferisco in particolare ai tempi). L’atto migliore ci è parso il secondo, serrato in una continuità narrativa di apprezzabile incisività.

Nel cast, brilla un Vincenzo Costanzo dalla voce rotonda, ampia, di un colore scuro screziato di sensuali bruniture, già di suo ideale per Cavaradossi. L’intelligenza del fraseggio, ovunque vario e partecipe, è messa a servizio di una recitazione sempre disinvolta e ricca di pathos. Gli acuti svettano voluminosi ma omogenei rispetto al corpo centrale della voce e, se non mancano momenti di suggestiva tenerezza nel primo atto, in “E lucevan le stelle” il tenore napoletano esibisce anche fiati lunghissimi. Francesca Tiburzi arriva all’ultimo per sostituire l’indisposta Monica Zanettin e viene a capo con onore del difficile ruolo del titolo, grazie a un fraseggio di pregevole varietà. Il timbro ha il suo punto di forza nello smalto prezioso dei centri, la recitazione è ovunque convincente. Una Tosca, quella di Tiburzi, che fonda le proprie ragioni espressive soprattutto sul canto e sulla musicalità. Federico Longhi è uno Scarpia imponente nella figura e vocalmente protervo, anche se non sempre perfettamente a fuoco.
Tra i comprimari, spicca il sacrestano di Domenico Colaianni che evita di gigioneggiare e fraseggia con grande gusto, pur in presenza di una vocalità non sempre efficace. Imponente invece la voce di Luciano Leoni (Angelotti), così come hanno fatto bene Pietro Picone (bieco Spoletta), Davide Filipponi (Sciarrone) e Carlo Bonelli (un carceriere). Di livello più che discreto la prova del coro del Teatro Ventidio Basso, diretto da Giovanni Farina, e del coro di voci bianche La Corolla Spontini, guidato da Mario Giorgi.

Teatro della Fortuna
TOSCA
Melodramma in tre atti
Libretto di Giuseppe Giacosa e Luigi Illica
dal dramma omonimo di Victorien Sardou
Musica di Giacomo Puccini 

Floria Tosca Francesca Tiburzi
Mario Cavaradossi Vincenzo Costanzo
Il barone Scarpia Federico Longhi
Cesare Angelotti Luciano Leoni
Un Sagrestano Domenico Colaianni
Spoletta Pietro Picone
Sciarrone Davide Filipponi
Un carceriere Carlo Bonelli 

FORM Orchestra Filarmonica Marchigiana
Direttore Giovanni Di Stefano
Coro del Teatro Ventidio Basso
Maestro del coro Giovanni Farina
Coro Voci Bianche La Corolla Spontini
Maestro del coro di voci bianche Mario Giorgi 

Regia Renata Scotto
Ripresa da Renato Bonajuto
Scene Michele Olcese
Costumi Artemio Cabassi
Luci Andrea Tocchio 

In coproduzione con il Teatro dell’Opera Giocosa di Savona
Fano, 2 dicembre 2023

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