Chiudi

Brescia, Teatro Grande – Don Carlo

Condivisioni

La chiave per comprendere l’originale lettura del Don Carlo di Giuseppe Verdi firmato dal regista Andrea Bernard per il Circuito lombardo ci pare arrivi esplicita e potente nella “scena madre” che apre il terzo atto dell’opera. Siamo nell’appartamento privato di Filippo II, quando il sovrano, prigioniero di una solitudine alta e terribile, intona quella straordinaria pagina che si apre sulle parole “Ella giammai m’amò”. Su una parete fa bella mostra di sé una delle versioni del Ritratto di Innocenzo X di Francis Bacon. Ecco: “l’altare” che osserva e controlla “il trono”, per stare alle parole del libretto italiano dell’opera. Come noto, il dipinto dell’artista inglese è una rilettura dell’altrettanto celebre Ritratto di Innocenzo X di Diego Velázquez: una tela ufficiale, quest’ultima, che mostra il Papa nella sua autorità e risolutezza. Bacon, con la sua grafia espressionista, ne fa invece un essere mostruoso, aggressivo, come un animale feroce chiuso in una gabbia – che poi non è altro che l’estensione del trono dipinto da Velázquez -, prigioniero del suo stesso potere o della sua stessa violenza. Facile pensare che quel ritratto non sia altro che un’immagine del Grande Inquisitore che Bernard nella sua regia ci presenta assiso su una sedia a rotelle, malato terminale eppure ostinato e spietato custode di un ordine e di una autorità rigidi e inumàni. La regia, coerentemente con l’ispirazione più autentica di quest’opera, ambienta la vicenda entro l’aula di un tribunale ove tutti – non solo il protagonista – sono in qualche modo oggetto di giudizio, tutti sotto stretto controllo e tutti vittime dei ruoli che ricoprono. Niente oleografico Rinascimento, dunque, per le scene di Alberto Beltrame, che disegna invece uno spazio scuro e oppressivo, ben illuminato dalle luci ora taglienti, ora fredde di Marco Alba. Una grande lampada che cala talvolta sul palco simboleggia l’occhio dell’Inquisizione, a cui nulla sfugge, e proprio il senso della vista è quello che viene colpito dalla repressione di un regime orwelliano. I costumi moderni di Elena Beccaro si fanno apprezzare anche per la loro elegante sobrietà. Siamo nella Spagna franchista o forse altrove, ma in fondo non importa: i meccanismi dei regimi totalitari si somigliano tutti, e sul palco si muovono uomini e donne spogliati del loro potere e colti nella loro violenza e nella loro miseria. Un allestimento intelligente e coraggioso, dunque, soprattutto se si pensa al pubblico “medio” dei teatri del Circuito, certamente più felice di vedere i fasti della Spagna cinquecentesca piuttosto che un ambiente spoglio e triste. Ma tant’è.

Eccellente la direzione di Jacopo Brusa che dal podio di un’orchestra dei Pomeriggi Musicali mai così precisa e intonata, propone all’ascolto una lettura asciutta, sobria, incalzante. I tempi sono generalmente spediti ma ciò non pregiudica una notevole ricchezza di colori e di contrasti tali da rendere ragione sia della dimensione monumentale e torva sia di quella intimistica e tormentata di questo superbo capolavoro. Sonorità tese e vibranti si innestano su una larga, intensa cantabilità e innervano l’incedere della narrazione secondo una teatralità di rara efficacia.

Don Carlo è il giovane Paride Cataldo, scenicamente non completamente risolto, ma vocalmente adeguato al ruolo, forte di una voce di schietto colore tenorile, accompagnata a un fraseggiare misurato. Clarissa Costanzo vanta un timbro dalle risonanze brunite nei gravi e nei centri, che assume luminosità nelle salite all’acuto, purtroppo non sempre risolte con precisione. Anche la dizione non è sempre chiarissima, ma nel complesso il soprano offre una prova più che apprezzabile. Laura Verrecchia è una Eboli di notevole piglio vocale e scenico, elegante e passionale, fantasiosa nel fraseggio, mentre Angelo Veccia è un Rodrigo dal timbro non bellissimo ma sempre espressivo e dall’accento studiato, che tuttavia talvolta eccede in sonorità (soprattutto quando sale all’acuto). Carlo Lepore, che siamo abituati ad ascoltare in vesti comiche, debutta nel ruolo di Filippo II e lo fa con una nobiltà, uno scavo interpretativo e una linea vocale ove il dominio del legato si inserisce su una pastosità e morbidezza timbrica davvero notevoli. Il suo, più che un monarca colto nell’imponenza del regnare, è un uomo amareggiato e stanco, tormentato da dubbi e come pietrificato da una atavica solitudine. Di grande effetto il confronto con l’Inquisitore scenicamente perfetto di Mattia Denti, dalla voce ampia, fosca e dal fraseggio di tagliente incisività. Ottimi gli altri: il Tebaldo dal timbro prezioso di Sabrina Sanza, il tonante frate di Graziano Dellavalle, l’angelica voce dal cielo di Erika Tanaka, l’efficace Conte di Lerma di Raffaele Feo (qui anche nel ruolo dell’araldo), i bravissimi Deputati fiamminghi.
Il coro, istruito da Massimo Fiocchi Malaspina, viene a capo con onore dell’impegnativa scrittura, soprattutto nella scena dell’autodafé.
Vivo il successo per tutti.

Teatro Grande di Brescia
DON CARLO
Opera in quattro atti
Libretto di Joseph Méry e Camille du Locle
Traduzione italiana di Achille De Lauzières e Angelo Zanardini
Musica di Giuseppe Verdi

Don Carlo, Infante di Spagna, Paride Cataldo
Filippo II, Re di Spagna, Carlo Lepore
Rodrigo, Marchese di Posa, Angelo Veccia
Elisabetta di Valois, Clarissa Costanzo
La Principessa d’Eboli, Laura Verrecchia
Il Grande Inquisitore, Mattia Denti
Tebaldo, paggio di Elisabetta, Sabrina Sanza
Un Frate, Graziano Dallavalle
Una voce dal cielo, Erika Tanaka
Il conte di Lerma / Un araldo, Raffaele Feo

Orchestra I Pomeriggi Musicali di Milano
Direttore Jacopo Brusa
Coro OperaLombardia
Maestro del coro Massimo Fiocchi Malaspina
Regia Andrea Bernard
Assistente alla Regia Tecla Gucci Ludolf
Scene Alberto Beltrame
Costumi Elena Beccaro
Luci Marco Alba

Nuovo allestimento in coproduzione con
i Teatri di OperaLombardia

Brescia, 3 dicembre 2023

image_print
Connessi all'Opera - Tutti i diritti riservati / Sullo sfondo: National Centre for the Performing Arts, Pechino