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Bologna, Comunale Nouveau – L’elisir d’amore

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Il giorno della prima dell’atteso Elisir d’amore il pubblico, non foltissimo in verità, affollava il foyer del Comunale Nouveau di Bologna con una certa apprensione per il destino della recita: lo sciopero indetto dalle organizzazioni sindacali dei lavoratori dello spettacolo, che già ha falciato prime in tutta Italia, minacciava anche l’inaugurazione di questa produzione. E infatti, una volta entrati in sala e notato la buca deserta, il sovrintendente Fulvio Macciardi appare sul palco per informare che l’opera andrà in scena, ma con un coro dimezzato e soprattutto senza l’orchestra, sostituita da un solo pianoforte. Ad accettare il non facile compito di accompagnare l’intera opera è stata la brava pianista Dina Pysarenko, che con sicurezza e maestria ha tenuto in piedi due ore di spettacolo. Certo, i maestri collaboratori sono abituati a queste incombenze durante le prove degli spettacoli, ma una prova non ha lo stesso livello di tensione di una recita ufficiale, e quindi un plauso va tributato all’accompagnatrice (che avrebbe però giovato dell’aiuto di un voltapagine, dovendo ogni tanto eseguire acrobazie per gestire anche le pagine dello spartito Ricordi). Per questo, dopo una prima che è stata una sorta di antepiano, non è certamente dispiaciuto tornare a vedere l’Elisir in una replica a pochi giorni di distanza (il teatro ha offerto a tutti i partecipanti alla prima un posto a un’altra recita), questa volta ovviamente con tutta l’orchestra presente. Il cast annunciato era lo stesso della prima, con un paio di sostituzioni per indisposizione annunciate però all’ultimo minuto. Ne daremo conto nel corso della recensione, che si riferirà a entrambi gli spettacoli a cui abbiamo assistito.

Iniziamo da ciò che, giocoforza, è rimasto invariato tra le due serate: lo spettacolo, firmato dal regista di origine venezuelana Victor García Sierra, che approda a Bologna dopo esser stato creato nel 2014 per il teatro di Busseto ed esser stato presentato in teatri in giro per l’Europa e per il mondo (“in tutto l’universo e in altri siti”, si potrebbe dire). Le scene sono direttamente ispirate a quadri di Fernando Botero, in particolare, a una serie di dipinti intitolata Il circo: ed è infatti il tendone di un circo, e uno stuolo di acrobati, domatori, sollevatori di pesi, trampolieri che fa da sfondo alla vicenda dell’Elisir. In realtà, a parte alcuni diretti riferimenti alle opere di Botero in certi costumi dei figuranti che appaiono in scena, più che lo stile di Botero e le sue figure tondeggianti in scena si vedono piuttosto colori sgargianti e una grafica un po’ da cartone animato, che è decisamente funzionale al clima giocoso e spensierato dell’opera di Donizetti. Il problema è che la regia spesso si ferma qui, e mancano un po’ le trovate che, nell’Elisir, ben si prestano a divertire il pubblico (se non per quel che riguarda la “localizzazione” del libretto: Dulcamara ricorda “ch’io son nato bolognese” e, per una volta, il magico elisire non è Bordeaux ma un più emiliano Lambrusco); i gesti e i movimenti dei personaggi non sembrano invece troppo elaborati, e la banda di figuranti che finge di suonare in palcoscenico (non si poteva schierare invece la vera banda interna?) dovrebbe almeno provare a sincronizzarsi con l’orchestra!
Solo un paio di scelte registiche lasciano un po’ perplessi: Nemorino nel finale primo indossa un camice che, stante l’ambientazione circense, potrebbe essere quello di un clown — e questo va bene, è ubriaco e si comporta da pagliaccio. Si scopre solo più tardi che l’ispirazione del costume è una figura di Botero che suona l’oboe, e che viene mostrata proprio in occasione della “Furtiva lagrima”, con Nemorino che appare in scena con lo stesso costume. Ora, il fatto che, nell’unico momento di introspezione, il protagonista sia rappresentato come un pagliaccio sembra un po’ ingiusto nei confronti di Nemorino. Sempre prima della romanza, il tendone del circo viene coperto da un fondale nero: ha senso ovviamente nel momento di riflessione di Nemorino, ma perché non riaprirlo al ben più gioioso arrivo di Adina? il duetto sul nero risulta più pesante del dovuto.

Una pesantezza che talvolta avvolge anche il versante musicale dell’opera. Sul podio infatti, il giovanissimo Diego Ceretta stacca con mano sicura (malgrado un gesto un po’ meccanico) dei tempi che, in entrambe le recite, appaiono decisamente lenti, soprattutto durante le arie e il trattamento delle sonorità orchestrali non sembra ispirato a cercare colori particolari. Il risultato è talvolta un po’ chiassoso, specie nella sezione dei legni in cui poco risaltano le individualità strumentali, ma l’orchestra, va detto, non si è dimostrata impeccabile, lasciando la sensazione di uno scarso coinvolgimento nell’esecuzione. Nella prima il coro (diretto da Gea Garatti Ansini) era ridotto ai minimi termini e troppo sbilanciato tra voci maschili e femminili per darne un giudizio coerente, registrando spesso difficoltà negli attacchi. Nella replica con l’orchestra, invece, la prova è stata tutto sommato corretta: ben riuscito il particolare il coro femminile del secondo atto, che pareva una divertente parodia dei cori dei cospiratori.
In un’intervista al Resto del Carlino Ceretta ha dichiarato di aver intenzione di rispettare quanto possibile le forme originali dell’opera, alcuni tagli — probabilmente dovuti all’impostazione registica della produzione — permangono: cade qualche linea di recitativo qua e là, e ogni tanto si rileva l’accorciamento di una cadenza, di un finale o di un solo strumentale (la tromba di Dulcamara è ridotta a poche battute, mentre ad esempio salta il dialogo finale tra “ve le darà questo elisir d’amore” e “Ei corregge ogni difetto”).

Se alla prima Karen Gardeazabal (Adina) sembra un poco faticare nelle colorature, soprattutto all’inizio dell’opera, il discorso migliora notevolmente nella replica, trovando dei bei filati e una certa agilità. Per il colore vocale abbastanza scuro, la sua Adina funziona meglio da innamorata (il numero migliore è il duetto finale con Nemorino) che come ragazza viziata e un po’ crudele. L’esecuzione resta comunque corretta, per quanto in alcuni frangenti Gardeazabal avrebbe potuto avventurarsi in qualche variazione più ardita (per esempio nel duetto con Dulcamara) per aggiungere un po’ di frizzantezza all’interpretazione.
Juan Francisco Gatell (Nemorino) è un tenore leggero più adatto a Mozart che a Donizetti: dotato di ottime capacità di fraseggio, le belle messe di voce, la pulizia nell’esecuzione e la buona agilità risaltano però solo quando l’orchestra (o il pianoforte) riduce al minimo la sua presenza, circostanza che non accade molto spesso. Altrove invece la voce non squilla e non buca, conferendo al canto un aspetto un po’ ombroso e coperto. Ne risulta un Nemorino spento e spesso malinconico, anche quando, in preda al vino, dovrebbe essere ben più allegro.
Alla prima Belcore era Andrea Vincenzo Bonsignore, sostituito per indisposizione nella replica da Jan Antem, che era già parte delle produzione per il cast alternativo. Nessuno dei due ha regalato interpretazioni memorabili, ma i due cantanti sono stati in qualche modo complementari: se Bonsignore si è rivelato un baritono quasi troppo scuro e profondo per la parte del tronfio sergente, con risultati migliori nel finale primo, dove Belcore incattivisce e la sua arroganza si fa vero e proprio bullismo nei confronti di Nemorino, Antem invece sembra più adatto al registro comico, incarnando di più lo stereotipo del miles gloriosus, e risolve meglio l’aria di sortita (e le agilità in “Ho ingaggiato il mio rivale”), ma con una potenza vocale decisamente inferiore a quella sfoggiata da Bonsignore, trovandosi spesso in difetto nei suoni più gravi.
Marco Filippo Romano è sicuramente uno dei migliori buffi in attività. Alla prima non delude le aspettative: è l’unico, di tutta la compagnia di canto, che riesca a far dimenticare l’assenza dell’orchestra. Nella grande aria del primo atto, nulla è lasciato al caso. Ogni parola (e di parole ce ne sono tante!) è pronunciata e rifinita diversamente: il bagaglio di possibilità comiche che Romano sa sfoderare sembra infinito. Una perfetta teatralità e presenza scenica che fa del suo Dulcamara un imbonitore ideale. Romano si prende la scena anche quando è chiamato a contribuire solo con delle (a prima vista) banali linee di basso, per non parlare del duetto con Adina dove i “Bricconcella!” risuonano davvero deliziosi: insomma un vero mattatore che svetta su tutto il cast. E quindi è davvero un peccato che, nella replica a cui abbiamo assistito, Romano abbia accusato un’indisposizione e sia stato per questo sostituito da Vincenzo Taormina. Non c’è molto, in verità, da ridire sull’interpretazione di Taormina: fondamentalmente corretta, inficiata solo da qualche esagerazione di troppo, ma la sua performance impallidisce di fronte alla verve e alle capacità comiche di Romano. Taormina, da par suo, insiste su due effetti: esasperare la sillabazione o modificare l’emissione (spesso nasalizzando) per ottenere un diverso timbro vocale. Questo certamente funziona, ma è una gamma ridotta e, in fin dei conti, meno centrata di quella mostrata da Romano.
Per finire, non particolarmente brillante ma tutto sommato adeguata la Giannetta di Elena Borin.
Nel complesso quello visto (e rivisto) a Bologna resta un Elisir d’amore decisamente godibile e divertente. I colori vivaci, le acrobazie, il clima festoso, una certa complicità con il pubblico durante le “invasioni” della platea da parte di cantanti e figuranti sono certamente punti a favore, per quanto l’esecuzione musicale non si sia sempre mostrata in linea con questa leggerezza

Teatro Comunale di Bologna
L’ELISIR D’AMORE
Melodramma giocoso in due atti
Libretto Felice Romani da Le Philtre di Eugène Scribe
Musica di Gaetano Donizetti

Adina Karen Gardeazabal
Nemorino Juan Francisco Gatell
Belcore Andrea Vincenzo Bonsignore (24/11), Ian Antem (29/11)
Dulcamara Marco Filippo Romano (24/11), Vincenzo Taormina (29/11)
Giannetta Elena Borin

Orchestra del Teatro Comunale di Bologna (29/11)
pianoforte Dina Pysarenko (24/11)
Direttore Diego Ceretta
Coro del Teatro Comunale di Bologna
preparato da Gea Garatti Ansini
Regia e scene Victor García Serra
Costumi Marco Guion
Luci Stefano Gorreri

Allestimento Nausica Opera International
 Bologna, 24 novembre (prima rappresentazione) e 29 novembre 2023 (replica)

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