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Bologna, Comunale Nouveau – Il pipistrello

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Il clima festivo (e festoso) del Pipistrello di Johann Strauss II chiude la stagione d’opera del Teatro Comunale di Bologna. Sì, il Pipistrello e non Die Fledermaus perché al Comunale si opta per l’esecuzione (una scelta dal sapore un po’ anacronistico) nella traduzione ritmica di Gino Negri. Ora, non è facile tracciare una linea sul repertorio in cui la traduzione dei testi può essere considerata accettabile: non è la presenza più o meno importante di dialoghi parlati a fare la differenza, poiché nessuna produzione rispettabile oggi metterebbe in scena Carmen o La fille du régiment, o ancora Die Zauberflöte in italiano. Perché l’operetta viennese dovrebbe essere considerata diversamente dall’opéra-comique o dal Singspiel? A maggior ragione, se lo spettacolo fa parte della stagione ufficiale di una fondazione lirico-sinfonica e se i protagonisti sono cantanti di solito impegnati nel repertorio lirico sarà normale seguire la prassi esecutiva operistica, e mantenere la lingua originale del libretto. A parte queste considerazioni di carattere generale, i versi italiani del Pipistrello sono francamente brutti: privi di qualunque unità stilistica e lessicale, con soluzioni poco brillanti se non insulse a cui si è costretti a ricorrere per rispettare la metrica incalzante dei temi di Strauss — su tutto, l’abuso del francese intercalare che è certo già presente nell’originale tedesco, ma qui diventa l’unica arma di Negri quando ha bisogno di una parola tronca. Il testo perde così la levità, i callidi giochi di parole, la misura e l’ironia dell’originale tedesco.
È un peccato, perché così si perde la sensazione di trovarsi nell’Austria felix in cui fiorivano gli Strauss. Ci ritroviamo in una diversa atmosfera, un po’ da commedia all’italiana, ma in cui l’umorismo della trama non funziona, e la vendetta per lo scherzo del pipistrello non sembra essere un motore sufficiente per l’azione teatrale.

Non aiuta in tutto questo lo spettacolo di Cesare Lievi, che introduce elementi estranei senza motivarli ma soprattutto senza sfruttarli veramente. Il primo atto si svolge in quello che sembra essere un teatro di posa, con dei figuranti che accendono, in scena, dei fari sui personaggi, e delle corde che peraltro nessuno utilizza, ma tutto questo scompare negli atti successivi. L’idea metateatrale è subito dimenticata, e successivamente viene introdotta la figura di uno struzzo che non si capisce cosa sia né cosa rappresenti, restando semplicemente una decorazione dello spazio scenico senza assumere un ruolo drammaturgico. Le luci colorate e gli abiti sgargianti poco aggiungono. Ecco, di sicuro questa produzione avrebbe beneficiato della presenza ormai imprescindibile nei teatri di area tedesca di un Dramaturg che basandosi sulla trama un po’ idiota dell’operetta riuscisse a costruire uno spettacolo credibile, anche agendo sull’adattamento dei dialoghi. Dialoghi adattati invece dallo stesso regista, ma che si sono rivelati un fattore di forte limitazione dello spettacolo. Se si decide di mettere in scena un’operetta con cantanti lirici, e non con specialisti del repertorio, bisogna mettere in conto il fatto che i protagonisti non saranno impeccabili nella resa dei dialoghi parlati, in particolare nel registro comico in cui serve una grande attenzione alla resa delle battute e ai giusti tempi teatrali. A questo va aggiunto il fatto che, con diversi interpreti non di madrelingua italiana, i difetti di pronuncia e un’evidente non piena padronanza del testo da parte dei protagonisti hanno reso ancora meno solido l’impianto comico. Il risultato? due atti interi di battute malriuscite senza una sola risata da parte del pubblico, almeno fino all’entrata in scena del carceriere Frosch, qui interpretato dal comico bolognese Vito con la giusta dose di trovate da cabaret.
Certo risultava evidente la differenza nella capacità di recitazione e nella gamma disponibile di toni drammatici tra Vito e il resto del cast, fatta forse eccezione per il Frank di Nicolò Ceriani, unico tra i cantanti a mostrare una certa verve teatrale anche nel parlato.

Sul piano musicale, il direttore ucraino Sasha Yankevych ha optato per un Fledermaus decisamente ballettistico, come se volesse accompagnare una coreografia più che un’opera. Grande attenzione quindi per l’agogica, volta più a esaltare i ritmi di danza che la situazione in scena, a prezzo di dimenticare talvolta l’aspetto vocale, con i cantanti sovrastati dall’orchestra a piena forza. Resta comunque una certa cura per i colori e i bilanciamenti strumentali, ad esempio quando Strauss fa procedere parallelamente la tromba e l’ottavino, o quando affida la stessa melodia di seguito a strumenti diversi, non riducendosi a ripetere le stesse idee ogni volta che i temi principali dell’opera tornano sotto una veste leggermente diversa. L’orchestra del Teatro Comunale di Bologna segue bene Yankevych, e va riconosciuta ai fiati una buona precisione dopo qualche sbavatura che avevamo notato in questa stagione. Ottima anche la resa della polka Unter Donner und Blitz che secondo tradizione viene inserita in sostituzione del balletto delle nazioni originariamente previsto nella festa del secondo atto (per quanto sarebbe interessante recuperare queste pagine testimoni del cosmopolitismo asburgico).

Il tenore turco Mert Süngü (Gabriel von Eisenstein) è stato annunciato indisposto all’inizio della recita, il che non ne ha inficiato la precisione né l’intonazione ma si è principalmente tradotto in un minor volume vocale. Il ruolo, d’altronde, non presenta particolari asperità e l’interpretazione di Süngü, pur non memorabile, è tutto sommato corretta. La prova di Anaïs Mejías (Adele) invece è in crescendo. Se le colorature all’esordio in scena risultano meccaniche e un po’ sconnesse (scegliendo tra l’altro la versione semplificata proposta dallo stesso Strauss), l’agilità migliora nel secondo e soprattutto nel terzo atto, anche se il pianissimo dei couplets appare piuttosto stentato.
Matteo Falcier è un buon tenore leggero certamente adatto al ruolo di Alfred, a partire dal “Tortora dolcissima” che apre l’operetta. Acuti morbidi, bei filati, e un timbro chiaro che funzionano soprattutto nel duetto del primo atto. Miriam Albano, che interpreta en travesti Orlofsky, è solita esibirsi nel repertorio barocco: e il suo principe russo sembra in effetti uscito da un’opera del Settecento. Il risultato, dal punto di vista canoro, è ottimo, mantenendo un’aria quasi innaturale. Il problema è nel recitato, dove è costretta a scurire la voce per imitare quella di un uomo, peggiorando ancora la resa dei dialoghi. Davvero la regia non ha trovato un’idea migliore per sfruttare anche comicamente l’ambiguità di genere del personaggio?
La star più attesa della serata era sicuramente Desirée Rancatore (Rosalinde). Se le qualità vocali della cantante siciliana sono indubbie, con una grande sicurezza negli acuti e nei virtuosismi di cui la sua parte è costellata, e pur riuscendo sempre a prendersi il centro della scena, la sua interpretazione della signora Eisenstein ha dei toni fin troppo drammatici e manca talvolta della frivolezza di cui il ruolo necessita. È quindi più credibile nello smascherare il tradimento del marito rispetto quando tocca a lei essere infedele, e la czárdás suona meglio nella parte malinconica e nostalgica rispetto a quando si evoca il fuoco ungarico e il Tokaji.
Per quanto riguarda i numerosi comprimari, Frank (Nicolò Ceriani) è certamente tra i migliori interpreti, sia vocalmente sia dal punto di vista teatrale. L’avvocato Blind (Salvatore Grigoli) invece sembra incespicare nel sillabato senza riuscire veramente a risaltare. Birger Radde (Dr. Falke), se dimostra una buona padronanza vocale, lascia a molto a desiderare nella pronuncia dell’italiano. Ottima invece la Ida di Francesca Micarelli. Puntuale il coro del Teatro Comunale istruito da Gea Garatti Ansini.

Insomma, se il versante musicale può comunque in parte dirsi convincente, una messinscena bruttina e anonima e la scarsa cura per la componente recitata rovinano l’operetta, togliendone la frivola leggerezza dello champagne che dovrebbe caratterizzarla. Come può dirsi un successo un Pipistrello in cui nessuno ride? un Pipistrello in cui i doppi sensi – certo, un po’ stupidi – sono sprecati quasi senza consapevolezza? non basta una direzione solida e non bastano un po’ di acrobazie vocali a salvare questo Fledermaus dalla noia. Un’occasione persa, salutata da applausi piuttosto freddi da uno scarso pubblico.
Scarso pubblico, specie alle prime, che ha funestato la stagione del Comunale di Bologna che con quest’opera si chiude, la prima con il trasferimento provvisorio della sede nel Comunale “Nouveau” alla Fiera. Se qualche dato positivo viene dalla partecipazione degli studenti universitari nelle recite loro dedicate, il teatro provvisorio non ha convinto gli abbonati storici che hanno spesso disertato le rappresentazioni. Il luogo, va detto, è infelice, e ha presentato durante tutto l’anno problemi di acustica per la cui soluzione si è anche ricorsi alla microamplificazione. Rispetto alla Butterfly iniziale il risultato è migliorato, ma ancora adesso, a fine anno, le voci in palcoscenico risultano amplificate in maniera disomogenea. Anche gli spazi teatrali risicati, in assenza di sviluppo verticale del palco, hanno costretto a rivedere e a semplificare gli allestimenti scenografici. Un trasloco poco riuscito che speriamo non vada a inficiare troppo la prossima stagione in cui si annunciano produzioni di particolare interesse.

Teatro Comunale di Bologna
IL PIPISTRELLO
(Die Fledermaus)
operetta in tre atti
libretto di Carl Haffner e Richard Genée
da Le Réveillon di Henri Meilha e Ludovic Halévy

versione ritmica italiana di Gino Negri
dialoghi in italiano a cura di Cesare Lievi
musica di Johann Strauss II

Gabriel von Eisenstein Mert Süngü
Rosalinde Desirée Rancatore
Frank Nicolò Ceriani
Principe Orlofsky Miriam Albano
Dr. Falke Birger Radde
Dr. Blind Salvatore Grigoli
Adele Anaïs Mejías
Ida Francesa Micarelli
Frosch Vito

Orchestra del Teatro Comunale di Bologna
Direttore Sasha Yankevych
Coro del Teatro Comunale di Bologna
Direttrice Gea Garatti Ansini
Regia Cesare Lievi
Scene e costumi Luigi Perego
Luci Luigi Saccomandi
Coreografia Irina Kashkova
Bologna, Comunale Nouveau, 22 dicembre 2023

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