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Berlino, Staatsoper Unter den Linden – Il caso Makropulos

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La casa tradizionale della lirica a Berlino, quella nota come Staatsoper Unter den Linden dalla posizione geografica, è stata rinnovata, rinfrescata e migliorata da poco. L’aspetto è ideale e l’acustica parecchio buona. In una tale cornice Il caso Makropulos, capolavoro di Leoš Janáček, rivela ancora di più la sua sempre sorprendente modernità teatrale e musicale. Come praticamente tutti i testi scelti e adattati dallo stesso compositore (in questo caso la pièce teatrale omonima di Karel Čapek), si tratta di qualcosa di pungente e affascinante, non senza un aspetto paradossale. Qui ci troviamo alle prese con il tema dell’eternità agognata dagli esseri umani per capire alla fine che l’immortalità non rappresenta di per sé un bene. Anche se in tutta la sua produzione ci sono ritratti maschili di tutto rispetto (uno per tutti il meraviglioso guardacaccia de La piccola volpe astuta), si tende a pensare sempre ai grandi ruoli femminili concepiti dal grande Leoš. Ed è vero che in quest’opera tutto gira attorno a E.M (Elina Makropoulos, Elsa Müller, Eugenia Montez, Elian McGregor, Emilia Marty) che fa di tutto per recuperare la formula della vita eterna e, quando l’ha finalmente in mano, decide che non ne vale la pena e la regala alla sua ammiratrice Krista che saggiamente la brucia.
Purtroppo, questo titolo fondamentale del 1926 non si può considerare ancora parte del repertorio canonico dei teatri, fuori dai Paesi del vecchio impero austroungarico e della Germania. Mi pare anzi che negli ultimi tempi si sia tornati all’epoca in cui solo la meravigliosa Jenůfa abbia il diritto di trovare un posto tra i grandi titoli della storia del dramma lirico. Arrivato all’ultima parte della sua produzione (e della vita), Janáček non rinuncia al suo modo di comporre servendosi di piccole cellule ritmiche basate fondamentalmente sulla lingua parlata, in un linguaggio sempre più scarno ed essenziale. Senza pause, l’opera dura meno di due ore: “la brevità, gran pregio.”

Qui si riprendeva un allestimento relativamente recente di Claus Guth e, come quasi sempre quando questo regista non deve “esibirsi” in opere note, il risultato va dal buono all’ottimo. Il palcoscenico viene diviso in tre spazi sui quali circolano i personaggi, caratterizzati nei dettagli e in modo straordinario fino all’ultimo dei comprimari. In particolare, e a parte la diva Marty (ironicamente, una grande cantante lirica), i suoi spasimanti McGregor (tenore), Janek Prus (tenore) e Hauk-Sendorf (tenore caratterista), il suo antagonista e padre di Janek, Jaroslav Prus (baritono), la sua fan Krista (mezzo) figlia di Vitek (tenore, aiutante dell’avvocato Kolenaty–baritono). La grottesca burocrazia, la storia incredibile di una donna che ha vissuto 337 anni (questo il “caso”), l’avarizia, la cupidigia e la testardaggine del mondo degli uomini (è evidente che per l’autore teatrale e per il musicista il sesso maschile è o debole, o idiota, o meschino) vengono raccontati dalla regia in modo chiarissimo e mai compiaciuto, in sintonia con una musica difficile, che pur non puntando sulla “bellezza” e l’esibizionismo vocale ha il merito di saper tenere in pugno il pubblico.

L’interpretazione musicale è stata ben concepita dal giovane maestro Finnegan Downie Dear (certo che avere a disposizione la Staatskapelle di Berlino non è cosa da poco) con un grande lavoro di cura dell’equilibrio sonoro con il palcoscenico (la buca è troppo aperta) nel sottolineare e accompagnare il testo recitato o cantato.

Tra gli interpreti la personalità più forte è quella di Prus padre, un eccellente Bo Skovhus, che sembra ormai indirizzarsi sempre di più verso i titoli del Novecento. Rachel Harnisch delinea una buona E.M.: vocalmente più a suo agio che in altri ruoli, riesce a trasmettere bene le contraddizioni della protagonista, anche se non ha il carisma indispensabile per la parte (in una produzione a Lione, per esempio, con una voce più disomogenea, e anche a fine carriera, Anja Silja era imponente e faceva dimenticare, come in nessun altro ruolo, le molte pecche vocali). Pure gli altri, bravi, si segnalano come compagine affiatata più che come personalità di spicco, tranne forse il sempre fantastico ruolo del vecchio amante del “periodo spagnolo” Hauk-Sendorf, qui Jan Ježek. Vanno nominati, quindi, Nicky Spence, un Albert Gregor con limiti in zona acuta, Stephan Rügamer, ottimo Vitek, Natalia Skrycka, Krista, e Magnus Dietrich, Janek, un cantante molto giovine e forse di belle speranze. Corretti tutti gli altri.
Il pubblico ha seguito con attenzione e in silenzio assoluto e, dopo un momento di esitazione (la fine dell’opera vi lascia così, esausti e senza voce), è esploso in meritati applausi.

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