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Berlino, Deutsche Oper – Don Giovanni (con Olivieri, Barea, Sala)

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Si potrà dire quel che si vuole (e forse a ragione) sugli allestimenti dei teatri lirici tedeschi o austriaci, ma almeno non vengono accantonati dopo il debutto, o una ripresa; brutti o belli che siano, servono a risparmiare anche senza coproduzioni con altri teatri. Questa premessa è doverosa quando si parla del Don Giovanni di Mozart, titolo difficilissimo e sempre più oggetto di stravolgimenti parecchio “sterili” (mi si passi l’eufemismo).

Non conoscevo la produzione di Roland Schwab datata 2010 e ripresa in questi giorni alla Deutsche Oper Berlin. Sorpresa positiva: funziona perfettamente. Anche se ci sono cose discutibili di cui non riesco ad afferrare il senso (recitativi tagliati a metà, silenzi interminabili, “Il mio tesoro” eliminata), l’idea principale e il lavoro con i cantanti sono fortissimi, bene realizzati e di una intensità e sensualità (anche a livello fisico) straordinarie. Il burlador è quasi un Anticristo (vedi la scena finale che evoca l’ultima cena di Gesù e i discepoli), una persona perversa, senza freni ma anche tormentata. Del pari straordinaria la figura di Elvira, incapace di resistere al fascino del seduttore, da lui umiliata in mille modi e finalmente sottomessa. La scelta di finire l’opera con la “caduta” del protagonista senza la morale conclusiva è coerente, e più coerente ancora quando dopo l’ultima nota si vede Don Giovanni alzarsi, guardare beffardo verso l’alto e dirigersi con i suoi “doppi” o imitatori che siano (eccellenti mimi) verso il fondo del palcoscenico da dove sono arrivati all’inizio come per ricominciare la gara. Gli altri personaggi rientrano in una concezione più tradizionale, anche se Donn’Anna chiaramente recita tutto il tempo una commedia. Vero è che si tratta di uno spettacolo difficile, che può scivolare nel Grand-Guignol o nel ridicolo, se gli interpreti non s’impegnano fino in fondo e nella giusta misura.

Mi aspettavo un’ottima prestazione vocale e scenica da Mattia Olivieri, dopo aver visto il suo Don Giovanni a Macerata, ma lì era piuttosto bonario, un po’ ironico e magari svergognato. Qui deve cantare, recitare, saltare, fare esercizi che neanche in palestra (e, come lui, Leporello) con un magnetismo quasi da pantera. Vocalmente in ottima forma, con il timbro più scuro e vellutato di prima, in particolare in zona centrale, si guadagna molti applausi dopo le arie e un’ovazione a fine recita da parte di un pubblico entusiasta. Sviluppata in meglio, rispetto alla stessa recita di Macerata, anche la bella voce del Leporello di Tommaso Barea, pure lui una vera trottola, capace anche di salti mortali che fanno temere il peggio ma destano ammirazione, risate e applausi. Ovazioni anche per l’Elvira di Lidia Fridman, che si dà anima e corpo alla particolare concezione del personaggio voluta dalla regia, ma dal punto di vista vocale alcuni acuti sono asprigni, la voce troppo scura; discrete le agilità. Flurina Stucki tratteggia una Donn’Anna molto applaudita, di voce parecchio metallica anche se musicale, pure lei corretta nelle agilità ma, come ultimamente capita, senza un trillo degno di tal nome in “Non mi dir”, che d’altra parte è l’aria che più le si confà. Giovanni Sala è Ottavio. Non mi aveva già convinto del tutto a Macerata e qui trovo che il timbro sia più secco e la versione di “Dalla sua pace” poco interessante. Forse si tratta di una questione di repertorio, perché ricordo invece un buon Nicia nella Thaïs scaligera e un corretto Macduff a Valencia tra queste due prestazioni mozartiane (lo so che oggi quasi tutti i cantanti tendono a essere “assoluti” dal barocco al Novecento, ma non ne conosco molti che facciano tutto ugualmente bene). Ottima impressione desta la Zerlina di Elisa Verzier, deliziosa quanto bisogna come canto e recitazione: un personaggio per niente ingenuo e anche un po’ malevolo nei confronti di Masetto, ben caratterizzato da Artur Garbas. Il Commendatore di Patrick Guetti è davvero un vocione da basso impressionante, ma più a suo agio nella prima scena che nelle ultime, dove, a dire il vero, canta tra le quinte.

Il coro preparato da Thomas Richter canta e si muove bene, e l’orchestra risponde con precisione alla bacchetta di Andrea Sanguineti, arrivato all’ultim’ora per sostituire Giacomo Sagripanti, a sua volta passato al Liceu in un ballo di sedie che riconosco sempre più normale oggidì ma non riesco a capire del tutto. La lettura risulta piuttosto vivace ma rende adeguatamente il senso della partitura mozartiana e soprattutto si mostra molto attenta alle esigenze del palcoscenico.
Pubblico numeroso, anche se non riempiva l’enorme sala della Deutsche Oper.

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