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Barcellona, Gran Teatre del Liceu – Turandot

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Torna di nuovo l’allestimento che venticinque anni fa riapriva la sala del Gran Teatre del Liceu dopo l’incendio del 1994. Curiosamente per i vent’anni si era scelta una nuova produzione, parecchio cervellotica. Questo invece è uno spettacolo di quelli che piacciono al pubblico e fanno arricciare il naso a molti critici (non certo ai più vecchi come il sottoscritto). Ci sono gli sfarzosi e bei costumi di Francia Squarciapino, le scene mozzafiato di Ezio Frigerio – notevolissimo l’atto secondo – e le ottime luci di Vinicio Cheli. La regista, all’epoca, era l’applaudita attrice catalana Núria Espert che però aveva deciso un finale con il suicidio della protagonista. Sua nipote, Barbara Lluch che ha ripreso la regia, con il permesso dell’artista è tornata per fortuna al finale originale ed è un piacere vedere rispettate tutte le indicazioni del libretto (era da tempo che non si vedeva l’azione come risposta al comando “percuotete quei vili!”). Gli interpreti si muovono con buon senso (le maschere sono un po’ troppo grottesche nella loro scena dell’atto secondo, ma senza strafare) e possono cantare in tutta tranquillità.

Si presenta per la prima volta sul podio del Liceu la messicana Alondra de la Parra, a quanto pare senza troppa esperienza operistica. Il risultato è discreto, anche se la direttrice tende più all’effetto spettacolare che a quello drammatico (per questo l’interludio tra le due scene del secondo atto risulta il punto più vulnerabile) e spesso a una dinamica esagerata. L’orchestra è in buona forma e segue bene la bacchetta. Il coro, istruito come al solito da Pablo Assante, si ritaglia una buona parte del successo, e non solo con la splendida versione del coro alla luna.

In locandina figurano due compagnie di canto con addirittura quattro Liù. Questa recensione si riferisce alla “prima”, con protagonista Elena Pankratova. Sicura negli acuti ma con meno volume di quanto ci si aspetterebbe, è una Turandot buona ma non memorabile. Il principe ignoto di Michael Fabiano, di bella presenza e bel timbro ma di emissione aperta in zona grave e con dei limiti in acuto, riceve alla fine applausi ma anche parecchi fischi, ed è davvero meno felice di quello di Martin Muehle nel secondo cast (e non solo per via dell’acuto di tradizione alla fine del secondo atto che Fabiano evita e Muehle invece emette facilmente). Vannina Santoni non è forse il soprano lirico ideale per Puccini, ma la sua Liù viene cantata e interpretata bene, con mezzevoci suadenti anche se non di quelle che fanno sognare. Marko Mimica, al netto di qualche acuto rigido, delinea un buon Timur sotto tutti gli aspetti.
Bene i tre ministri, Manel Esteve (Ping), Moisés Marín (Pang) e Antoni Lliteres (Pong); il secondo esibisce una voce più scura e di maggior peso rispetto a quanto si suole sentire nella parte. David Lagares (un mandarino) è in possesso di una bella voce di baritono che richiede ulteriore perfezionamento: il suono tende infatti a restare in gola.
Pregevole il coro dei bambini dell’Orfeó Català preparato da Glòria Coma, così come i ballerini e i mimi per i passi coreografici, pure molto tradizionali, di Marco Berriel.
Molto pubblico (quasi esauriti i diversi settori del teatro) e tanti applausi.

Non si usano le note in una recensione, ma visto che si presentava il finale di Alfano “rivisto” (diciamo così) da Toscanini, sarebbe bene concludere con il giudizio di Julian Budden su questo capitolo così importante di Turandot: “Soltanto un miracolo di trascendenza musicale avrebbe potuto riscattare i due protagonisti e questo miracolo era qualcosa che non stava nelle corde di Puccini. Essendo un artista – è lui stesso che lo dichiara – di ‘grandi dolori in piccole anime’, il suo cuore […] stava là, con Liù nella bara. Questo è il motivo per cui l’opera, che rappresenta il culmine di Puccini sia come musicista che come drammaturgo musicale, non fu mai condotta ad una conclusione soddisfacente”. (Puccini, Carocci editore, cap.12, pp. 485-486).

Barcellona, 29 novembre 2023

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