Barcellona, Gran Teatre del Liceu – Médée (di Charpentier)

Benché Marc-Antoine Charpentier abbia scritto composizioni vocali che possono considerarsi opere liriche destinate a esecuzioni private, Médée, tragédie-lyrique scritta attorno ai cinquant’anni e rappresentata a Parigi nel 1693, è l’unica a essere stata presentata in un teatro pubblico. Ed è un capolavoro assoluto. Non si riesce a capire perché la si veda in giro così poco, anche se lunga (ma non troppo) e nonostante la presenza dei balletti (come in qualsiasi altra opera francese dell’epoca e non solo) abbia una grande importanza. È anche vero che, più che acrobazie vocali, Médée richiede una padronanza totale della lingua, capacità tecniche e stilistiche importanti ma non evidenti a prima vista, oltre che un equilibrio sempre difficile tra espressione dei sentimenti e un modo riservato di presentarli.

Personalmente l’avevo vista una sola volta a Ginevra nel mondo prepandemico (era il 2019) in un’ottima messinscena di McVicar, con protagonista Anna Caterina Antonacci (scusate se è poco), che purtroppo non è stata riversata in dvd, a differenza di tante altre versioni mediocri. Questa volta, al Gran Teatre del Liceu, è stata presentata una versione in forma di concerto dopo una serie di recite a Berlino. Ma la mancanza dello spettacolo non ha pesato più di tanto, perché tutti gli artisti interagivano e interpretavano le loro parti in modo decisamente teatrale.

Una buona quantità di spettatori, immagino, era attratta soprattutto dai nomi di Sir Simon Rattle, Magdalena Kožená nel ruolo del titolo, della Freiburger Barockorchester e del coro dell’Opera dello Stato di Berlino. Del resto, il pubblico del Liceu non ama i titoli poco conosciuti, tanto meno se sono barocchi o moderni, anche se le cose stanno cambiando lentamente.
Forse nessuno pensa a Rattle come a un maestro interessato al barocco e tanto meno francese, ma il fatto è che, in questa occasione, il direttore ha esibito una stupenda versione dell’opera, dimostrando conoscenza, dimestichezza e vero amore per la partitura: in diversi momenti cantava – solo con le labbra, non come altri che si fanno sentire più dei cantanti – il testo di Thomas Corneille, anch’esso straordinario. E alla fine dava chiari segni di soddisfazione e di grande apprezzamento per solisti, orchestrali e coro.

Il caso di Magdalena Kožená è proprio l’opposto. Dall’inizio della carriera il mezzosoprano ceco ha avuto la più grande affinità con questo tipo di repertorio. Così non stupisce la sua bravura: qualche nota debole, qualche altra velata, alcune artefatte non fanno testo rispetto alla creazione di un personaggio potente e difficile che, com’è normale, l’interprete ha portato al massimo della tensione nella grande scena della follia che chiude il terzo atto. L’articolazione del testo era trasparente e lo stesso dicasi dell’emozione con cui lo cantava e recitava. L’enfasi di alcune frasi era magari troppo accentuata, ma non varcava mai la soglia della misura stilistica.
Reinoud van Mechelen, anch’esso in ottima forma vocale e sensibile interprete, faceva ben capire il conflitto di Giasone come padre, eroe guerriero, sposo e amante. Luca Tittoto ha esibito un francese un po’ più “aperto” ma comunque molto chiaro, e il suo Creonte era assolutamente credibile e per di più ottimamente cantato. Carolyn Sampson, finora qui sempre vista in sessioni da camera, delineava una Creusa ben degna della sua rivale in amore e la scena della morte quasi sulla fine dell’opera (atto quinto) ha rappresentato un altro grande momento di “dramma in musica” della serata. Gyula Orendt si è calato nei panni di Oronte, il promesso sposo rifiutato da Creusa, e lo ha fatto molto bene malgrado una tendenza a mostrarsi sopra le righe in più di un momento sia nel gesto che nel canto: la voce è comunque sana e ben emessa. I personaggi minori erano tutti bravi: Jehanne Amzal (Cleone e in particolare Amore), Marketa Cukrová (Bellona e Nerina), Gonzalo Quinchaual (Gelosia e Arcade) e Dionysios Avgerinos (La Vendetta: come si vede dai personaggi allegorici, qui si sentiva anche il prologo di lode a Luigi di Francia, che tuttavia potrebbe essere tagliato senza grande perdita).
Molti applausi alla fine, anche se non pochi spettatori avevano fretta di andarsene e alcuni altri si erano dileguati dopo la prima parte che comprendeva i tre primi atti ed era più lunga (di almeno un quarto d’ora) di tutta La bohème. Ma, a quanto pare, solo Wagner e, forse, Strauss si possono permettere simili “lungaggini artistiche”. [Rating:4/5]

Barcellona, 27 novembre