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Barcellona, Gran Teatre del Liceu – Macbeth (con Salsi e Radvanovsky)

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Gran titolo di Verdi, Macbeth, non c’è alcun dubbio. Rappresentato al Liceu nel 2016 in un allestimento inedito con uno dei protagonisti attuali, mi chiedo quanto fosse urgente un altro nuovo spettacolo. Certo, qui regia, scene e costumi sono affidati a uno scultore e artista plastico notevole, Jaume Plensa, che oltre a firmare l’allestimento ha realizzato anche le nuove porte del teatro (bellissime, ma non in armonia con la facciata dell’edificio) che servono a chiudere il teatro ed evitare spettacoli sgradevoli a recita finita (non vi sto a raccontare quante polemiche). Plensa era già stato scenografo di una elogiatissima messinscena della Fura dels Baus a Salisburgo (La Damnation de Faust). Dopo di che, per propria decisione – e malgrado i canti di sirena di alcuni “grandi” sovrintendenti – si era allontanato dal teatro d’opera. Ma, a quanto pare, Plensa ama molto Macbeth e così è nata questa nuova produzione, costata l’ira di Dio (e anche qui vi risparmio le polemiche), accolta alla prima con tutti gli onori e poi fischiata a una replica cui ho assistito (il 22 febbraio), dove stranamente il regista aveva deciso di presentarsi alla ribalta. Alla replica del 28 febbraio, con il primo cast, cui si riferisce questo resoconto, non si è presentato.

Pubblico sempre molto numeroso, indubbiamente attirato anche dal fascino dell’artista: la signora seduta vicino a me s’interessava – cioè apriva il cellulare per immortalare l’attimo fuggente – solo quando compariva qualche nuovo elemento scenografico. Il problema è che qui si vedono costumi belli ma strani, teste colossali (specialità di Plensa esposte anche, e forse più belle, nella sala degli specchi del Liceu), qualche vezzoso arboscello, qualche tenda con un punto interrogativo e poco più. Lo spazio è assolutamente aperto, il palcoscenico parzialmente vuoto: la foresta di Birnam si riduce a dei ramoscelli che alcuni coristi si mettono in testa, ma poi se li tengono anche durante la battaglia. E poi marce e contromarce di eserciti e apparizioni di fantasmi e spiriti vari che sembrano usciti da una recita di fine di anno scolastico, ma soprattutto nessun lavoro registico sui personaggi – per fortuna quasi tutti conoscono bene la loro parte. Si aggiungano le streghe, un coro nero immobile con danzatrici e tre corifee che menano la danza con movimenti esagerati e scontati. Visto che si tratta della versione di Parigi (in italiano), abbiamo diritto al balletto (coreografia di Antonio Ruz), una serie di esercizi ginnici che non hanno quasi relazione con la trama.
Altri tre dettagli. Fleanzio, il figlio di Banco, è il realtà Fleanzia, una bambina, giusto per rendere omaggio al politicamente corretto. Quando si alza il sipario, si vedono persone che portano ciascuna una lettera in alto a formare la scritta “Sleep no more”. Cala subito il sipario e incomincia il preludio, e chi s’è visto s’è visto. Poi, la Lady qui è bianco vestita e ha capelli biondi: apparentemente è la sola luce di questa fosca storia. Peccato che una lettura non troppo approfondita del Macbeth dimostrerebbe che nel testo di Shakespeare – e di conseguenza in quello di Piave – quando parla la coppia regale omicida predominano le immagini nere o oscure (“tu, notte, ne avvolgi di tenebra immota”, vi suona?). Come a dire che un grande artista non è per forza anche un grande regista.

Come tutti, sono caduto anche io nell’errore di parlare del “Macbeth di Plensa”. Ma la musica c’è, e tutta. Perfino la soluzione “mista” del finale che qui, grazie alla non-regia, dimostra tutta la sua incoerenza drammatica e fa capire perché Verdi abbia sacrificato il meraviglioso “Mal per me” del protagonista. Io non vorrei privarmene ma qui, dopo che tutte le lance – ricordo involontario del Trono di sangue di Kurosawa? – si sono chiuse sul tiranno, per miracolo si aprono. Macbeth si alza, canta in piedi il suo pezzo, e poi se ne torna al suo posto.
Data l’importanza dello spettacolo, l’esecuzione è concertata dal direttore musicale del teatro. Josep Pons ha lavorato molto per migliorare l’orchestra e i risultati si sentono: adesso la compagine suona bene, anche se gli archi sono sempre un po’ opachi. Il maestro, tuttavia, ha lavorato soprattutto sul repertorio sinfonico e operistico tedesco tra Otto e Novecento; ha diretto anche Mozart ma già in quel caso i risultati non sono stati meravigliosi. Con il repertorio italiano aveva avuto finora un rapporto poco frequente e il Don Pasquale che ha inaugurato l’attuale stagione non è stato per niente felice. Con un’opera tragica le cose vanno meglio, ma già il preludio nella sua brevità presenta tutti i problemi che seguiranno dopo: tempi frettolosi seguiti da altri troppo lenti, mancanza di pathos (il tema che si ascolterà, di nuovo nella stessa forma, all’inizio del sonnambulismo della Lady) e di quei piani impalpabili che fanno il segreto struggente di certi momenti indimenticabili di Verdi. E poi grancassa e ottoni in grande spolvero, ma non sempre per sottolineare il dramma.

Luca Salsi aveva già cantato, bene, nel ruolo del protagonista nel 2016, e l’ha reso in modo ancora ancora più rifinito, con buona voce e tecnica solida. Forse non è un Macbeth troppo regale, ha una impronta sempre piuttosto guerriera e, come già nell’ultima edizione della Scala, nella ricerca dell’espressività di ogni parola dimentica più di una volta la linea di canto e non mi pare che la famosa “parola scenica” verdiana si riveli meglio per questo; anzi.
Sondra Radvanovsky continua a essere il soprano preferito di gran parte del pubblico del Liceu, anche se questa volta ha ricevuto tanti applausi ma non ovazioni. Radvanovsky ha uno strumento importantissimo, sicuro nell’acuto (piuttosto metallico), di timbro non bellissimo e qui il vibratello che quasi sempre l’accompagna non si è percepito. Centro e gravi, però, sono sempre più deboli e artefatti, alcune note risultano forzate e si affaccia il temibile colpo di glottide. La tecnica della fuoriclasse c’è sempre, ma le agilità del brindisi non le risultano facili e, per la verità, nemmeno quelle della tremenda cabaletta del primo atto. Anche se in un paio di occasioni dimentica il testo o lo inventa in modo parzialmente comprensibile, la lettura della lettera è corretta ma non lascia il segno. Tutto sommato i momenti migliori sono il sonnambulismo, con tanto di re bemolle in pp assolutamente fisso, e la prima parte de “La luce langue”.
Erwin Schrott è un Banco formidabile. L’avevo sentito un quarto di secolo fa a Bruxelles nello stesso ruolo e ha acquistato ancora più volume, l’estensione è notevole, la bellezza e l’omogeneità del timbro stupefacenti. Ed è sempre un interprete che cerca di dare un senso alle parole e alle azioni. La sua versione della grande aria del secondo atto è il culmine musicale della serata. Il Liceu farebbe bene a scritturarlo più spesso e in ruoli più importanti.
Francesco Pio Galasso è un Macduff di belle intenzioni, colore da tenore lirico, buona articolazione e anche lui cerca di dare qualcosa in più a un personaggio tra i più ingrati di Verdi. Come volume risulta meno imponente di Fabián Lara, un ottimo Malcolm dal colore brunito che però avrebbe bisogno di un vero regista che lo aiuti a muoversi sul palcoscenico. Gemma Coma-Alabert è l’ancella, che qui non si sa bene chi sia e cosa faccia (fino al secondo atto sembrava la moglie di Mcduff), ma è molto sicura nei terribili acuti nei concertati dei finali primo e secondo. A David Lagares vengono affidati tutti gli altri ruoli minori. Definito come basso-baritono, mi pare in realtà un baritono perché nella parte del Medico, che è di vero basso, risulta meno convincente (“o come gli occhi spalanca” è una frase difficile); esibisce comunque molta disinvoltura e prestanza scenica.
Il coro istruito come al solito da Pablo Assante offre una buona prova, ma questa volta si stenta a capire le parole, in particolare nei cori delle streghe dell’atto primo, vuoi per i tempi, vuoi per una specie di cinguettio a mezzavoce prodotto in alcuni momenti dalle coriste.

Barcellona, 28 febbraio 2023

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