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Zurigo, Opernhaus – L’oro del Reno (direttore Gianandrea Noseda)

A più di 20 anni di distanza, la Tetralogia di Richard Wagner torna a Zurigo. Dopo la produzione di Bob Wilson diretta da Franz Welser-Möst, messa in scena tra 2000 e 2002, l’Opernhaus Zürich propone ora un nuovo allestimento dell’imponente ciclo wagneriano; si parte, ovviamente, con Das Rheingold (L’oro del Reno), il prologo del Ring. L’evento è stato preceduto, nei due giorni antecedenti la prima del 30 aprile, da uno spettacolo video di luci, suoni e colori proiettato nelle ore serali sulla facciata dell’Opernhaus, un viaggio immersivo di dieci minuti attraverso il fantastico universo dell’Anello del Nibelungo. Ben noti sono i legami tra il compositore di Lipsia e la città svizzera, nella quale soggiornò per nove anni: qui, infatti, lavorò al Tristan und Isolde, ai Wesendonck-Lieder e a parte della Tetralogia; all’hotel Bar au Lac diede, inoltre, la prima lettura pubblica, accompagnato al pianoforte da Franz Liszt, di stralci del Ring.

In buca troviamo il direttore musicale del teatro zurighese, Gianandrea Noseda, già messosi alla prova in sparute interpretazioni wagneriane negli anni torinesi (Der fliegende Holländer e Tristan und Isolde). La sua è una direzione incalzante, ben calibrata e brillante, di terso sapore quasi sinfonico, attenta a rifinire le molteplici sfaccettature della partitura. Dalla Philarmonia Zürich Noseda ottiene un suono pieno e smaltato, rigoglioso ed enfatico in alcuni passaggi (quali la discesa al Nibelheim o l’ingresso degli dei nel Walhalla), in grado di tingersi di colori corruschi, plastici e misteriosi in momenti come il grandioso preludio orchestrale, o di tinte maggiormente sferzanti nel tema di Loge. Scrupoloso il dosaggio delle dinamiche, con un’agogica dei tempi variegata e, nel complesso, scattante e sostenuta, senza eccessive accelerazioni.

Di livello il cast scritturato. Si esibisce per la prima volta a Zurigo il basso-baritono Tomasz Konieczny, già acclamato nei panni di Wotan a Vienna e in numerosi teatri tedeschi. Il cantante polacco si distingue per una voce torrenziale che corre facilmente per la sala teatrale, di consistenza marmorea, dal personalissimo e riconoscibilissimo timbro graffiante e tagliente, piegata sapientemente a fini espressivi, nonché per la tecnica ferrea e per l’immedesimazione nel personaggio: dipinge, infatti, con attendibilità, un re degli dei autoritario e austero, grazie anche a un fraseggio scavato nella pietra e analitico.
Debutta come Alberich il baritono inglese Christopher Purves: il suo è un nibelungo sonoro, screziato e voluminoso, pregnante e preciso nella dizione pur non essendo madrelingua, scenicamente credibile come nano via via eccitato, goffo, manesco e umiliato; una prestazione maiuscola, non inficiata da alcune note gravi sporche nel terzo quadro. Il tenore Matthias Klink è un Loge mercuriale e svettante, dinoccolato e vibrante, mefistofelico in scena e magnetico nel fraseggiare, dallo strumento vocale ben sfogato e spigliato; a voler cercare il pelo nell’uovo in una performance pressoché impeccabile, l’intonazione in acuto risulta non sempre a fuoco.
La Fricka del mezzosoprano irlandese Patricia Bardon emerge per la vocalità di morbido velluto e per il portamento altero; l’australiana Kiandra Howarth dà vita a una Freia luminosa, fresca e cristallina, virginale e dolente. Veterano del ruolo di Mime, Wolfgang Ablinger-Sperrhacke spicca per una voce chiara e asprigna, per una recitazione efficace e per una declamazione sapida. Nelle vesti dei due giganti, ben figurano l’inglese David Soar (Fasolt) e il russo Oleg Davydov (Fafner), entrambi in possesso di uno strumento vocale abbastanza profondo, meditabondo il primo e prepotente il secondo.
Debutta come Erda il mezzosoprano Anna Danik, scenicamente ieratica e dalla vocalità avvolgente, omogenea e pastosa. Il baritono hawaiiano Jordan Shanahan è un Donner nel complesso autorevole; il tenore bosniaco Omer Kobiljak si destreggia con naturalezza come Froh, grazie a una voce squillante e a una presenza scenica elegante. Le tre figlie del Reno sono cantate con grazia, sensualità e musicalità dal soprano ucraino Uliana Alexyuk (Woglinde), dal mezzosoprano irlandese Niamh O’Sullivan (Wellgunde) e da Siena Licht Miller (Flosshilde).

Il sovrintendente dell’Opernhaus, Andreas Homoki, firma un allestimento potentemente umano, lineare, ironico, senza stravolgimenti cervellotici e fedele al libretto, sebbene l’azione sia spostata nel XIX secolo, e riletta come un dramma familiare borghese. Le asettiche scene ruotanti di Christian Schmidt illustrano con funzionalità le alte stanze di un interno, dominate da fredde pareti bianche e arricchite da pochi elementi di mobilia. Niente mitologia, quindi, niente orpelli (a titolo esemplificativo, non vediamo il Reno, sostituito dai tre letti delle ninfe – allusione al letto del fiume; l’arcobaleno conclusivo è rimpiazzato da un lungo e sobrio tavolo in oro massiccio; un grande olio su tela effigiante un paesaggio con una rocca simboleggia il Walhalla); non manca, tuttavia, l’aspetto magico, con i giochi di fuoco di Loge, o un grande armadio dal quale Alberich si palesa prima come terribile drago nero, poi come rospo saltellante. Grazie anche ai bei costumi di Schmidt stesso, di taglio ottocentesco, i personaggi vengono ben delineati: per esempio, Loge è un outsider scalzo dai lunghi capelli scarmigliati, un po’ intellettuale e un po’ lestofante, con al collo ciondoli e collanine e con indosso una lunga giacca color ruggine; Fricka è un’elegante matrona fasciata in un severo abito verde petrolio di foggia Biedermeier; Fasolt e Fafner due rigorosi uomini barbuti con copricapi tirolesi; Froh e Donner incarnano due annoiati giovanotti alla moda con cappelli di paglia, mazze da cricket e fini giacche rigate; le tre Ondine sono fanciulle scherzose e leggiadre in pigiama di seta e acconciature argentate alla Marilyn Monroe. Alla buona riuscita dello spettacolo concorrono le luci atmosferiche di Franck Evin, nitide e giocate sulle sfumature del bianco, eccezion fatta per la scena del Nibelheim. Un allestimento, in sintesi, pulito e scorrevole, se vogliamo a tratti didascalico, improntato soprattutto su di una incisiva caratterizzazione dei vari ruoli.
Alla recita alla quale abbiamo assistito, la terza di nove, ha arriso un franco successo di pubblico, con teatro esaurito e festanti applausi per tutti; manifestazioni di maggiore entusiasmo in particolare per Noseda, Konieczny, Purves e Klink. Arrivederci a settembre con Die Walküre. [Rating:4.5/5]

Opernhaus Zürich – Stagione 2021/22
DAS RHEINGOLD (Der Ring des Nibelungen)
Prologo in un atto
Musica e libretto di Richard Wagner

Wotan Tomasz Konieczny
Donner Jordan Shanahan
Froh Omer Kobiljak
Loge Matthias Klink
Fricka Patricia Bardon
Freia Kiandra Howarth
Erda Anna Danik
Alberich Christopher Purves
Mime Wolfgang Ablinger-Sperrhacke
Fasolt David Soar
Fafner Oleg Davydov
Woglinde Uliana Alexyuk
Wellgunde Niamh O’Sullivan
Flosshilde Siena Licht Miller

Philharmonia Zürich
Statistenverein am Opernhaus Zürich
Direttore Gianandrea Noseda
Regia Andreas Homoki
Scene e costumi Christian Schmidt
Luci Franck Evin
Asisstente artistico alla scenografia Florian Schaaf
Drammaturgia Beate Breidenbach, Werner Hintze

Zurigo, 7 maggio 2022