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Verona, Arena Opera Festival 2022 – Turandot

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Grande successo per il ritorno di Turandot all’Arena Opera Festival nel tradizionale allestimento firmato da Franco Zeffirelli. A vestire i panni della protagonista c’è la diva delle dive dei nostri giorni, Anna Netrebko, che l’anno scorso, proprio a Verona, aveva debuttato nel ruolo in Italia. Inutile dire che anche in questa occasione il grande soprano russo dimostra di possedere tutti i mezzi necessari per affrontare la parte e uscirne vincente: vocalità sfarzosa, potente, sicura negli acuti. A colpire maggiormente, tuttavia, è la capacità dell’interprete di non esaurire il personaggio nell’altisonanza vocale, conformemente a certa tradizione, ma di definirlo in tutte le sue sfaccettature. Di qui le sottolineature dolenti e malinconiche nella prima parte di “In questa reggia”, il gioco sottile, davvero notevole, di colori e accenti impiegato nella scena degli enigmi e l’abbandono lirico esibito al momento dello “sgelo”. Una Turandot mai esteriore, dunque, ma attenta ai fraseggi lucidi e intellettuali propri dell’ultimo Puccini.
Al suo fianco il Calaf di Yusif Eyvazov, altrettanto apprezzabile nell’evitare ogni rischio di uniformità espressiva. Acclamato nel “Nessun dorma”, bissato a furor di popolo, il tenore azero coglie infatti la corda eroica grazie alla saldezza degli acuti (adotta anche la variante alta di “Ti voglio tutta ardente d’amor”), alternando con accortezza gli slanci drammatici e passionali ai ripiegamenti intimi e lirici. A dispetto di un timbro poco accattivante, Eyvazov dà vita a un personaggio tra l’araldico e il fiabesco, mosso da autentica passione amorosa.
Maria Teresa Leva delinea una Liù intima e intensa grazie alla duttilità dell’emissione, al fraseggio accurato e alla linea di canto sfumata, impreziosita da un uso generoso di piani e pianissimi. Al Timur del glorioso Ferruccio Furlanetto, invece, si più riconoscere una dizione molto nitida ma l’emissione risulta alquanto disomogenea e forzata, più prossima al parlato che al canto. Ben amalgamato il terzetto della Maschere, dove spicca per voce e personalità interpretativa il Ping di Gëzin Myshketa, ma si fanno valere anche l’ottimo Pong di Matteo Mezzaro e il Pang ben timbrato di Riccardo Rados. Ineccepibile l’Imperatore Altoum di Carlo Bosi, autorevole il Mandarino di Youngjun Park. Pregevoli gli interventi del coro diretto da Ulisse Trabacchin; bene anche le voci bianche preparate da Marco Tonini.

Sul podio, ritroviamo Marco Armiliato, ormai onnipresente in questa stagione areniana. Come al solito, siamo di fronte a una conduzione affidabile per l’efficace inquadramento di tempi e dinamiche, e per l’attenzione al palcoscenico, anche se la lettura non ha un taglio particolarmente originale. Il direttore sembra scegliere una via interpretativa mediana, che da un lato smussa le iperboli sonore, le tensioni espressive o certi ritmi che sembrano rimandare a Stravinskij e Prokof’ev, e dall’altro, pur senza preziosismi, concede quanto dovuto alle sonorità trasparenti e alle suggestioni impressionistiche evocate dalla trama armonica e timbrica disegnata da Puccini.

Quanto allo spettacolo di Franco Zeffirelli, ne ho riferito altre volte su Connessi all’Opera, sottolineando pregi e limiti di una impostazione prettamente favolistica che ignora il retroterra culturale novecentesco, le interpretazioni problematiche di musicologi come Carner, psicanalisti come Fortini o direttori come Sinopoli, e che, nella sua visione tradizionale e conservatrice (ovviamente legittima), denota un interesse esclusivo per il contorno decorativo e l’orientalismo scintillante. Ecco allora che l’apparizione della sfolgorante reggia imperiale nel secondo atto – un mix scenografico tra gli allestimenti zeffirelliani del Met e della Scala – fa scattare puntualmente l’applauso a scena aperta, appagando il desiderio di fasto e spettacolarità del pubblico areniano. Questa profusione di ori, argenti, guglie, stendardi e costumi sfarzosi (Emi Wada) è in netto contrasto con l’alone livido che avvolge il popolo oppresso di Pechino, confinato in proscenio a guardare da lontano i fasti della corte. Peccato che proprio l’affollamento eccessivo in uno spazio ristretto, soprattutto nel primo atto, finisca per penalizzare la regia nei movimenti delle masse.
Grandi applausi per tutti,  acclamazioni per Netrebko, Eyvazov e Leva.

99° Arena Opera Festival 2022
TURANDOT
Dramma lirico in tre atti e cinque quadri
Libretto di Giuseppe Adami e Renato Simoni
Musica di Giacomo Puccini

Turandot Anna Netrebko
Imperatore Altoum Carlo Bosi
Timur Ferruccio Furlanetto
Calaf Yusif Eyvazov
Liù Maria Teresa Leva
Ping Gëzin Myshketa
Pong Matteo Mezzaro
Pang Riccardo Rados
Mandarino Youngjun Park

Orchestra, Coro, Ballo e Tecnici dell’Arena di Verona
Direttore Marco Armiliato
Maestro del coro Ulisse Trabacchin
Coro di voci bianche A.d’A.MUS diretto da Marco Tonini
Regia e scene Franco Zeffirelli
Costumi Emi Wada
Luci Paolo Mazzon
Movimenti coreografici Maria Grazia Garofoli
Allestimento della Fondazione Arena di Verona

Verona, 7 agosto 2022

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