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Verona, Arena Opera Festival 2022 – Nabucco

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Ritorna con successo all’Arena Opera Festival 2022 lo spettacolare allestimento di Nabucco con la regia di Arnaud Bernard. Una produzione che tenta di conciliare il taglio intellettuale e la lettura politica dell’opera verdiana con la cifra kolossal e popolare tipica di tanti allestimenti areniani. Va detto, anzi, che la voglia di fare uno spettacolo “pop” e di conquistare il pubblico porta il regista francese a uno spiegamento di mezzi che nulla ha da invidiare alle produzioni di Zeffirelli. Figurano infatti centinaia tra cantanti, coristi e comparse, tutti in accurati costumi d’epoca firmati dallo stesso Bernard. Tra sventolii di bandiere, passaggi di carri e cavalli, scoppi di cannone, spari e fucilate che si sovrappongono alla musica di Verdi, è tutto un pullulare di soldati, popolani, preti, chierichetti, crocerossine. Il regista sposa in pieno la lettura politico-risorgimentale: per lui Nabucco esprime quella poetica patriottica e corale che negli anni Quaranta dell’Ottocento infiamma gli animi da un capo all’altro della penisola e, in sintonia con ideali diffusi anche attraverso la poesia, i romanzi e i trattati storici, contribuisce a creare uno spirito e una coscienza nazionali.

Bernard va quindi direttamente al cuore della questione e ambienta la vicenda nel 1848 durante le Cinque giornate di Milano. Niente tempio di Salomone, dunque: l’azione si svolge attorno e dentro un tempio laico, il Teatro alla Scala, la cui riproduzione domina incontrastata il palcoscenico. Già sulle note della sinfonia, vengono evocate con realismo cinematografico l’insurrezione e le barricate dei milanesi contro gli occupanti austriaci. Con queste premesse, il regista rimuove ogni riferimento alla componente mistico-religiosa e preferisce concentrarsi sulla dimensione politica, riscrivendo opportunamente la vicenda. Nabucco, così, diventa l’imperatore Francesco Giuseppe, vittima nel secondo atto di un attentato anziché di un fulmine divino; Abigaille è una principessa austriaca che indossa la divisa ussara, mentre il pontefice Zaccaria veste i panni di un capopopolo che sprona i milanesi all’insurrezione. Volutamente, lo spettacolo non è concepito con rigore filologico: la realtà storica si mescola alla dimensione favolistica e cinematografica. La coppia Fenena-Ismale rimanda per esempio a Livia Serpieri e Franz Mahler, gli amanti viscontiani di Senso. La plausibilità drammaturgica, inoltre, va al di là anche di certe incongruenze cronologiche.

L’impianto realizzato da Alessandro Camera contribuisce non poco alla spettacolarità: ruotando a vista, la riproduzione della Scala scopre alcuni interni fra cui, con un bel colpo di teatro, la sala stessa del Piermarini con tanto di palcoscenico, palchi e platea. E a questo punto Bernard, giocando la carta del teatro nel teatro, ambienta parte del terzo e quarto atto proprio durante una rappresentazione di Nabucco. Quando il coro degli ebrei intona “Va’ pensiero”, il pubblico italiano e i cantanti sfidano i soldati austriaci e le autorità asburgiche, dando vita a una manifestazione di patriottismo che, anche in questo caso, ha come punto di riferimento iconografico Senso di Visconti. Va da sé che quando si arriva alla fine e i rivoluzionari vincono, è tutto uno sventolio di tricolori e di striscioni con gli immancabili “Viva Verdi” e “Viva l’Italia”. Non saprei dire se la conciliazione tentata da Bernard riesca a mettere d’accordo melomani tradizionalisti e modernisti, o se finisca piuttosto per scontentare tutti, ma a conti fatti sembra che in questo contesto l’allestimento funzioni più che bene: il pubblico areniano approva e certo non si annoia.

Dal podio, Daniel Oren punta sull’energia ritmica, i tempi serrati, i coloriti brillanti, imprimendo all’esecuzione un taglio drammatico efficace, a tratti travolgente. Una direzione che si potrebbe definire “garibaldina”, in piena sintonia con la cornice visiva di Bernard, capace di restituire al meglio Nabucco nella sua dimensione di opera guerriera, dall’azione concisa e impetuosa. Va inoltre dato atto al maestro israeliano di non aver sacrificato a questa narrazione compatta e dinamica il respiro pacato di alcune pagine di assieme, i risvolti mistici, come pure i ripiegamenti malinconici di Abigaille o gli accenti dolenti della preghiera di Nabucco. Una lettura a tutto tondo, insomma, e attenta anche al sostegno delle voci.

Come protagonista ritorna in Arena Amartuvshin Enkhbat, uno dei migliori baritoni in circolazione e ormai di casa nei grandi teatri. Il giovane cantante di origine mongola si impone in modo perentorio sotto il profilo vocale: con il suo strumento ampio e di timbro bellissimo, l’emissione morbida, la dizione perfetta, la nobiltà dell’accento e del fraseggio (merce rara, quest’ultima, tra i baritoni odierni), dà vita a un personaggio completo. Rispetto a qualche stagione fa Enkhbat è poi cresciuto anche come interprete: non solo incarna credibilmente la personalità invadente e prevaricatrice di Nabucco, ma esprime al meglio anche i momenti in cui il sovrano si ridimensiona e recupera gli aspetti più umani e tolleranti del suo carattere. Qualche transitorio affaticamento soprattutto nel quarto atto – da addebitare probabilmente all’impegno nelle concomitanti recite del Rigoletto scaligero – non compromette una prova autorevole.
Maria José Siri, accreditata interprete del repertorio pucciniano e verista, non è il soprano drammatico di agilità che la parte di Abigaille richiederebbe, e infatti non ne padroneggia completamente la scrittura abnorme per estensione e tessitura. La cantante ha l’intelligenza di non forzare quasi mai le emissioni, ma in basso i suoni risultano a volte poco consistenti, mentre le agilità di forza e certe arroventate iperboli mancano di mordente: il carattere battagliero e spietato del personaggio ne esce così ridimensionato. Meglio vanno le cose nell’esprimere i momenti dell’abbandono e del rimpianto, come nel cantabile “Anch’io dischiuso un giorno” o nella scena finale dell’opera.
Nei panni di Zaccaria Abramo Rosalen esibisce una voce ben timbrata e di bel colore. Il volume non è tale da sovrastare sempre la massa corale (il popolo è di fatto l’alter ego del personaggio) e si percepisce di conseguenza qualche forzatura. Nell’insieme, tuttavia, l’interprete sa essere solenne, scenicamente credibile, e in una pagina raccolta come la preghiera della seconda parte risulta senz’altro ottimo.
Quanto al personaggio di Ismaele, che non di rado viene viene affidato a interpreti “specializzati”, se non a comprimari, qui trova carattere ed energia grazie alla presenza di Samuele Simoncini, un tenore abituato a sostenere ruoli di importante caratura drammatica. La figura del giovane ebreo acquista così una definizione precisa grazie alla vocalità robusta, al fraseggio incisivo e alla varietà degli accenti. Nella parte di Fenena, Francesca Di Sauro esibisce un timbro pastoso e un’emissione sostanzialmente corretta. Apprezzabili gli interventi di Nicolò Ceriani, Gran Sacerdote di Belo, Carlo Bosi, Abdallo, ed Elisabetta Zizzo, Anna.
Eccellente il coro, preparato da Ulisse Trabacchin, che bissa come di prammatica il “Va’ pensiero”, cantato con tutto il raccoglimento e la dolcezza desiderabili.

Arena Opera Festival 2022
NABUCCO
Dramma lirico in quattro parti
Libretto di Temistocle Solera
Musica di Giuseppe Verdi

Nabucco Amartuvshin Enkhbat
Ismaele Samuele Simoncini
Zaccaria Abramo Rosalen
Abigaille Maria José Siri
Fenena Francesca Di Sauro
Gran Sacerdote di Belo Nicolò Ceriani
Abdallo Carlo Bosi
Anna Elisabetta Zizzo

Orchestra, coro e tecnici dell’Arena di Verona
Direttore Daniel Oren
Maestro del coro Ulisse Trabacchin
Regia e costumi Arnaud Bernard
Scene Alessandro Camera
Lighting design Paolo Mazzon
Allestimento Fondazione Arena di Verona

Verona, 25 giugno 2022

 

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