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Venezia, Teatro Malibran – Apollo et Hyacinthus

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Intermezzo in tre atti, scritto nel 1767 da Mozart per gli intervalli del dramma Clementia Croesi del monaco Rufinus Widl, Apollo et Hyacinthus è andato in scena al Teatro Malibran nell’ambito della stagione operistica della Fenice. Il soggetto prende spunto dal decimo libro delle Metamorfosi di Ovidio che racconta il dolore di Apollo per l’involontaria uccisione dell’amato Giacinto, colpito da un disco lanciato per gioco e trasformato nell’omonimo fiore purpureo. Il lavoro era destinato ai giovani dell’Università benedettina di Salisburgo, che ne furono i primi interpreti, e nell’intreccio vennero aggiunti altri tre personaggi: Ebalo, re di Laconia e padre di Giacinto, Melia, principessa sua figlia, e Zefiro, amico fraterno di Giacinto e unico responsabile della sua morte. Dopo una serie di vicissitudini, Apollo scopre l’inganno di Zefiro e lo tramuta in vento, convolando felicemente a nozze con Melia.

Mozart, allora undicenne, seguendo anche i consigli del padre, compone una piccola opera, con cinque arie solistiche (per accontentare un po’ tutti), due duetti, un terzetto e un coro. Ci sono recitativi secchi e anche un pregnante recitativo accompagnato. Le arie sono perlopiù tripartite e ciascuna fissa un particolare “affetto”: non manca l’aria di furore con l’immagine della nave nel mare impetuoso, cara alla tradizione italiana, basti pensare a Riccardo Broschi e Vivaldi.

Il nuovo allestimento ha visto impegnati la regista Cecilia Ligorio e un gruppo di giovani dell’Accademia di Belle Arti di Venezia. Quando il pubblico entra a teatro incontra gli studenti dell’Accademia vestiti con abiti da lavoro, imbrattati di pittura, impegnati a fare schizzi e a prendere appunti. Questi figuranti salgono poi sul palco e contribuiscono alla metamorfosi degli ambienti. Dapprima il tempio di Apollo, di fatto uno spazio angolare su due gradini, è ancora coperto. Poi si scopre una pittura murale dedicata alla divinità; alla fine la scena si trasforma in un giardino di giacinti. Assistiamo a una continua e didascalica composizione di parole che dovrebbe guidarci nelle continue trasformazioni che l’arte sa operare. I costumi sono gradevoli: evocano il Settecento, seppur con colori accesi, e hanno ricami realizzati a parte dagli stessi studenti dell’Accademia.

I primi interpreti a Salisburgo furono tutti giovani dai dodici ai ventidue anni, dunque ragazzini con la voce bianca, oltre a un paio di studenti universitari. Al Malibran la compagnia di canto era formata dal tenore Krystian Adam, adeguato e convincente Ebalo, da Barbara Massaro, brillante ed efficace Melia, e da tre controtenori: Kangmin Justin Kim, Hyacinthus, padrone della scena e vocalmente corretto, ma che personalmente avevamo apprezzato di più in precedenti produzioni vivaldiane; Raffaele Pe, un Apollo che ha saputo crescere durante la serata e risultare nel complesso convincente; Danilo Pastore, poco incisivo nel ruolo di Zefiro. Ricordiamo ancora Enzo Borghetti ed Emanuele Pedrini, puntuali nelle vesti dei due sacerdoti di Apollo.

Sul podio, Andrea Marchiol fin dall’introduzione orchestrale, che Mozart denomina Intrada, ha trovato colori e sonorità pertinenti, senza mai perdere di vista il ritmo narrativo.
Caloroso il successo di pubblico.

Teatro La Fenice – Stagione Lirica e Balletto 2021/22
APOLLO ET HYACINTHUS
Intermezzo in tre atti
Libretto di Rufinus Widl
Musica di Wolfgang Amadeus Mozart

Oebalus Krystian Adam
Melia Barbara Massaro
Hyacinthus Kangmin Justin Kim
Apollo Raffaele Pe
Zephyrus Danilo Pastore
Duo sacrificuli Apollinis
Enzo Borghetti
Emanuele Pedrini

Orchestra del Teatro La Fenice
Direttore Andrea Marchiol
Regia Cecilia Ligorio
Scene, costumi e luci Accademia di Belle Arti di Venezia

Nuovo allestimento Fondazione Teatro La Fenice
in collaborazione con Accademia di Belle Arti di Venezia
Venezia, 7 ottobre 2022 

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