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Venezia, Teatro La Fenice – Madama Butterfly

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Il Teatro La Fenice ripropone l’allestimento di Madama Butterfly con le scene e i costumi di Mariko Mori, realizzato nel 2013 in collaborazione con la Biennale Arte di Venezia. L’artista visuale giapponese crea una dimensione scenica astratta, un ambiente neutro che sembra trascendere il tempo e lo spazio. Un “non luogo” destinato a esistere soltanto all’interno di una dimensione mentale, o della coscienza. Nel primo atto, la scena è praticamente vuota e avvolta da un bianco abbagliante. In alto è sospeso un grande nastro di Möbius, figura geometrica con un solo lato e un solo bordo che ricorda il simbolo dell’infinito e simboleggia il ciclo senza fine della vita. Nel secondo atto il nastro diventa un’avvolgente scultura madreperlacea che occupa il centro del palcoscenico, ispirata a un’incisione di Escher o, più probabilmente, alle sculture di Max Bill.
Sulla striscia di Möbius scorrono così idealmente le speranze e le sofferenze di Cio-Cio-San, in una potenzialità infinita di moti affettivi che non hanno principio né fine. E qui si capisce che Mariko Mori si muove con la massima libertà – anche di tradimento – nell’interpretare il capolavoro di Puccini. Per lei Madama Butterfly non è angoscia dell’abbandono, dramma della perdita e nemmeno scontro di culture. Certo, c’è chi sfrutta e chi viene sfruttato, ma nella sua ottica chiunque può trovarsi in quella posizione, tutti possiamo essere colpevoli e innocenti, ingannatori e ingannati. Nella tragedia concepita da Puccini, Mariko Mori introduce di fatto un’apertura, uno spiraglio di luce, nella convinzione che la morte non rappresenti la fine, ma l’inizio di un nuovo ciclo: la proiezione di farfalle fluorescenti dopo il suicidio sta a significare infatti che Butterfly ritorna a nuova vita. La morte è solo trasformazione. Lo stesso bianco che domina la scena e gran parte dei costumi rappresenta il colore dell’aurora e della rinascita. Nel bellissimo video proiettato all’inizio del terzo atto (alla ‘prima’ rovinato purtroppo da intoppi tecnici), l’attesa della protagonista che prelude alla disillusione è accompagnata dalle immagini di asteroidi che sfrecciano nello spazio, di stelle, nebulose e galassie che interagiscono fino a deformarsi e disgregarsi. Come a dire: dolore, morte e trasfigurazione appartengono a ogni elemento del creato.
La regia di Àlex Rigola, ripresa da Cecilia Ligorio, cerca di sintonizzarsi con le libere invenzioni scenografiche di Mori, mettendo a punto una gestualità aerea e contenuta, memore delle astrazioni del teatro nô giapponese, oltre che delle regie di Bob Wilson. La ripresa della Ligorio rende lo spettacolo ancora più essenziale e pulito: vengono ridimensionati ad esempio i discutibili innesti comico-bozzettistici del primo atto. La staticità tuttavia resta eccessiva e alcune soluzioni non convincono. Penso alla caratterizzazione degli stessi personaggi – alla cui scarsa credibilità contribuiscono anche i costumi firmati da Mariko Mori -, alle superflue controscene danzate nel duetto d’amore e, soprattutto, all’esecuzione in platea del coro a bocca chiusa.

La carica teatrale che latita sul fronte visivo la ritroviamo nell’esecuzione guidata da Sesto Quatrini. Il maestro romano sgancia il capolavoro di Puccini dalla temperie melodrammatica tardo romantica, ripulendo inoltre la partitura da incrostazioni veriste, sentimentalismi stucchevoli e manierismi. Privilegia una lettura articolata e prismatica, con punte di incisiva presenza sinfonica, tenendo sempre in tensione teatrale la scena. L’accumulo delle tensioni, tuttavia, non oscura il mutevole trascolorare strumentale, la levigatezza di una partitura percorsa da un estetismo decorativo e a tratti crudele. La disperata vicenda di Butterfly si dipana con rabbiosa evidenza, aprendo a squarci drammatici estremi, senza perdere di vista la dimensione cerimoniale, o la componente lirico-amorosa. Un’esecuzione che vive insomma nella frammentazione drammatica, ma improntata a forte tensione comunicativa. Solo a tratti, mi sembra che Quatrini non regoli con efficacia il rapporto buca-palcoscenico: ad esempio nell’accompagnamento del canto di conversazione all’inizio del primo atto, o in qualche altro passaggio dove le voci con minor peso specifico e capacità d’espansione tendono a essere coperte.

Nel ruolo del titolo si fa acclamare Monica Zanettin, l’unica tra gli interpreti principali che sappia sostenere l’ampiezza dell’arco melodico pucciniano e affrontare con incisività i punti più vibranti e concitati. Per qualità vocali e temperamento, il soprano veneto è più portato a esprimere la dimensione drammatica che a miniare attraverso la stilizzazione conversativa le connotazioni adolescenziali di Cio-Cio-San. La voce non è sempre timbratissima nelle note più basse, in compenso la cantante controlla bene l’emissione nei piani e nei pianissimi, riuscendo quindi a cesellare fraseggi vari e sfumati. Il risultato è un’interpretazione matura, potente, toccante nel rendere le laceranti oscillazioni del personaggio tra illusione e consapevolezza tragica.
Pinkerton è Vincenzo Costanzo, tenore appena trentenne ma già uno specialista della parte, sostenuta in moltissime produzioni. La padronanza è evidente: fraseggia con varietà e disinvoltura, sfuma la linea di canto nel duetto d’amore, ha quel misto di arroganza giovanile, stupore e sincero pentimento che rendono credibile il disegno dell’ufficiale poco gentiluomo. Va anche detto che la vocalità non è debordante (e la direzione certo non lo aiuta) e che nella salita agli acuti, a volte, si nota qualche forzatura. Alberto Mastromarino si sforza di rispettare lo stile di conversazione pucciniano e di dare al console Sharpless una dimensione umana e colloquiale, nondimeno la linea vocale è fragile e in alto le emissioni si opacizzano. Sempre intensa e toccante la Suzuki di Manuela Custer, presente già nell’edizione fenicea del 2013.
Tra le variopinte figure di fianco, ricordo il Goro corretto e insinuante di Cristiano Olivieri, l’autorevole zio Bonzo di Cristian Saitta, l’efficace Yamadori di Armando Gabba, la funzionale Kate Pinkerton di Julie Mellor.
Grande successo di pubblico.

Teatro La Fenice – Stagione di lirica e balletto 2021/22
MADAMA BUTTERFLY
Tragedia giapponese in due atti di Luigi Illica e Giuseppe Giacosa
Musica di Giacomo Puccini

Cio-Cio-San Monica Zanettin
Suzuki Manuela Custer
F.B. Pinkerton Vincenzo Costanzo
Sharpless Alberto Mastromarino
Goro Cristiano Olivieri
Il principe Yamadori Armando Gabba
Lo zio bonzo Christian Saitta
Kate Julie Mellor
Yakusidé Salvatore De Benedetto
Il commissario imperiale Carlo Agostini
L’ufficiale del registro Emanuele Pedrini
La madre di Cio-Cio-San Simona Forni
La cugina Alessandra Vavasori
Ballerini Elia Lopez Gonzalez, Chiara Vittadello, Sau-Ching Wong

Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
Direttore Sesto Quatrini
Maestro del coro Alfonso Caiani
Regia Àlex Rigola ripresa da Cecilia Ligorio
Scene e costumi Mariko Mori
Light designer Albert Faura
Head design Milliner by Kamo
Allestimento Fondazione Teatro La Fenice
progetto speciale nel 2013 della 55ma
Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia

Venezia, 10 settembre 2022

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