Torre del Lago, Festival Puccini 2022 – Tosca

L’edizione numero 68 del Festival Puccini va in scena senza nuove produzioni: su quattro titoli in programma, vengono riproposti due allestimenti della fondazione visti nelle scorse edizioni (Madama Butterfly e Turandot), mentre Tosca e La rondine sono spettacoli provenienti rispettivamente da Roma e Firenze. Ecco dunque che Tosca, in programma come secondo titolo in cartellone dopo la Butterfly inaugurale (qui la recensione), arriva nell’allestimento firmato da Pier Luigi Pizzi che lo ideò nel 2013 per le Terme di Caracalla, palcoscenico estivo del Teatro dell’Opera di Roma, poi ripreso nel 2017, e adesso ripensato per il Festival in riva al Lago di Massaciuccoli.

Pizzi ambienta l’opera pucciniana negli anni ‘30, in pieno fascismo, in una Roma oppressa dal potere temporale della dittatura e da quello clericale della Chiesa. La scenografia è infatti dominata perennemente da una stilizzazione dello spaccato della Cupola di San Pietro: una scalinata conduce a un altare centrale sovrastato nel primo atto dalla Pietà di Michelangelo (forse riferimento anche alla copia seicentesca in bronzo visibile nella Cappella Strozzi in Sant’Andrea della Valle, chiesa dove si ambienta il primo atto) con due portali michelangioleschi ai lati. Questi elementi scenici, tutti improntati sul bianco, scompaiono nel corso dell’opera fino a lasciare solo l’ara da cui si getterà la protagonista e la cupola, che non si apre sul finale a differenza di quanto accadeva nelle recite romane. Il forte contrasto tra la scenografia bianca e gli abiti prevalentemente scuri delle masse è acuito dalle luci glaciali e poco movimentate di Massimo Pizzi Gasparon. Solo Mario e Floria vestono in abiti chiari, quasi simboli di innocenza, emergendo così dalla moltitudine composta da borghesi e fascisti di cui Scarpia è l’apice visibile, atteggiato fin dall’inizio come un piccolo Mussolini, di cui imita le pose. Ecco dunque che Mario diventa l’intellettuale scomodo e Tosca la diva di regime, la quale non riesce a non recitare anche quando racconta all’amante dell’uccisione di Scarpia, mentre si prodiga in pose cinematografiche in cima alla scalinata. Questa è invero una delle idee migliori della regia, contraddistinta soprattutto da una direzione attoriale piuttosto convenzionale, in cui finisce per mancare anche lo slancio passionale evocato da un’opera come questa. Tuttavia, non si può dire che Pizzi non sappia creare immagini teatrali godibili e caratterizzate da un gioco continuo di simmetrie che sicuramente appaga l’occhio, come il “Te Deum” gestito in maniera geometrica, l’alba del terzo atto tramutata in un momento di pausa sigaretta dei commilitoni, o i personaggi che si fronteggiano ai lati del palco in pose molto fotografiche. Dunque, nonostante lo scostamento temporale, si tratta di uno spettacolo che si muove nel solco della tradizione e che funziona nella sua routine senza essere particolarmente rivelatore.

In buca Enrico Calesso sa dare una giusta spinta al dramma, prediligendo tempi serrati e incalzanti, tanto che talvolta manca quasi il respiro in questa corsa verso l’abisso finale. Tuttavia sa creare le giuste atmosfere, anche grazie a una attenta ricerca dei particolari orchestrali, fatta comunque senza perdere la visione d’insieme. Vi è poi una costante attenzione a mantenere la sinergia giusta col palcoscenico anche anche grazie a un’Orchestra del Festival compatta e in buona forma, così come il Coro preparato da Roberto Ardigò.

Il cast si rivela omogeneo e di discreto livello. Karine Babajanyan arriva in corsa a sostituire la prevista Svetlana Aksenova come protagonista, e a parte qualche leggera titubanza registica, si dimostra comunque integrata nello spettacolo. La voce non è dotata di timbro particolarmente seducente, e qualche affaticamento si avverte nelle salite all’acuto, ma il soprano mostra di possedere tutte le note della parte e di sapersi districare anche nei passaggi per lei meno congeniali, con una sapiente gestione dei fiati e un fraseggio tutto sommato curato. Ciò le permette di brillare soprattutto nei momenti di conversazione, mentre il “Vissi d’arte” appare un po’ generico.
Ivan Magrì è un Mario Cavaradossi dal timbro chiaro ma dalla voce sonora e connotata da una linea piuttosto omogenea, che lo rendono preciso e controllato nell’emissione anche nei momenti più esteriori come il “Vittoria, Vittoria”, del secondo atto, o il finale di “E lucevan le stelle”. Il fraseggio risulta poi ben approfondito e ciò lo aiuta a costruire un personaggio assai credibile.
Roberto Frontali propone il suo collaudato Scarpia, che spicca per adeguatezza e controllo del mezzo vocale, consistente e omogeneo. Il baritono cesella con estrema cura ogni suo intervento, dal “Te deum” fino al monologo del secondo atto “Ha più forte sapore”, senza mai sfociare in effetti veristi.
Per quanto riguarda i comprimari, William Corrò risulta un Cesare Angelotti dall’apprezzabile timbro brunito. Giulio Mastrototaro è un Sagrestano ben caratterizzato, ma non macchiettistico, dotato anche di una voce ben timbrata. Shohei Ushiruda confeziona un buon ritratto di Spoletta, così come Alessandro Ceccarini dà il giusto risalto agli interventi di Sciarrone.
Il numeroso pubblico si dimostra più attento che partecipe, tributando applausi non scroscianti dopo le arie famose, ma garantendo un buon successo nel finale, con punte di entusiasmo per il trio protagonista e per il direttore. [Rating:3.5/5]

Teatro Puccini – 68° Festival Puccini
TOSCA
Melodramma in tre atti
Libretto di Luigi Illica e Giuseppe Giacosa
Musica di Giacomo Puccini

Floria Tosca Karine Babajanyan
Mario Cavaradossi Ivan Magrì
Baron Scarpia Roberto Frontali
Cesare Angelotti William Corrò
Il sagrestano Giulio Mastrototaro
Spoletta Shohei Ushiruda
Sciarrone Alessandro Ceccarini
Un carceriere Ivan Caminiti
Un pastorello Carola Finotti

Orchestra, Coro e Coro delle voci bianche del Festival Puccini
Direttore Enrico Calesso
Maestro del coro Roberto Ardigò
Maestro del coro delle voci bianche Viviana Apicella
Regia, scene e costumi Pier Luigi Pizzi
Light designer e assistente alla regia Massimo Pizzi Gasparon
Allestimento del Teatro dell’Opera di Roma

Torre del Lago Puccini, 16 luglio 2022